Loving Vincent



Quando il colore incontra la pura poesia e le parole stesse ridisegnano e colorano l'animo umano, ecco che questa fusione ha un solo nome: Vincent Van Gogh.
Vincent non è solo uno di noi, rappresentata un target di persone molto ampio.
In questo gruppo non ci sono solo artisti valutati nella loro grandezza solo post mortem. Questo gruppo è fatto di anime di ogni mestiere, razza e colore. Sono anime delicate e complesse che non sono semplicemente fatte per questo mondo e soprattutto per questa società.

Ma come per ogni animo potente che poi ha scelto con le sue azioni di cessare vivere mi sovviene una domanda. La stessa che mi feci per Syd  Barret dei Pink Floyd. 

Ma Vincent se curato adequatamente sarebbe stato lo stesso Vincent che noi amiamo? Avrebbe dipinto allo stesso modo?

Syd Barret avrebbe composto brani sublimi?

Modigliani senza droghe avrebbe creato i suoi capolavori?

Questo post non è solo volto ad accarezzare quelle anime belle e a sussurargli che andrà tutto bene e che non siamo soli in quel buio tunnel che è la nostra anima e la nostra mente disordinata. Pone una domanda generale: le droghe servono davvero nell'arte? L'arte senza droghe può avere ancora tutte le sue sfaccettature?

Leggendo di Modigliani,  tempo fa capii che solo facendosi di droghe l'artista lasciava che la sua mente entrasse in quel mondo parallelo dentro sé dove non vi erano confini e nessuno tipo di problema. Dove poteva sublimare la vera bellezza che aveva in sé e le sue mani erano libere da ogni vincolo umano e creavano da se stesse.

In molti conoscono la Factory di New York, un luogo voluto da padre della Pop Art Andy Warhol, nel quale si registravano dischi, si giravano film, si dipingevano quadri, si faceva sesso e ovviamente si consumavano svariati tipi di droghe. Lo stesso Warhol non fece mai mistero della sua propensione al massiccio uso di sostanze stupefacenti e non è difficile pensare che il famoso barattolo di zuppa Campbell o la Marylin Monroe dai colori alterati fossero stati creati in stati di alterazione.

In pochi invece sanno della passione di Van Gogh per il colore giallo, diventato predominante nelle sue opere dell’ultimo periodo e del motivo per il quale quel colore gli piacesse tanto. A quanto pare il pittore abusava dell’assenzio, un liquore altamente tossico, che agiva sul sistema nervoso, provocando allucinazioni, attacchi epilettici e la xantopia, ovvero la ‘visione gialla’ degli oggetti, in particolare di quelli bianchi o chiari.

L’arte, intesa come massima espressione di creatività, può nascere da uno stato di confusione quale quello a cui dà luogo l’assunzione di droghe? In molti sostengono che là dove non c’è creatività autonoma e consapevole non c’è arte, ma se prendessimo per buona la frase del poeta visionario William Blake, che dice: «Se le porte della percezione fossero aperte vedremmo ogni cosa come realmente è: infinita», potremmo dire almeno di aver intravisto, attraverso gli occhi di “artisti alterati”, l’infinito.

Non è recente la scoperta della stretta connessione tra il consumo di sostanze psicoattive, meglio conosciute come droghe, da parte di diversi grandi artisti, e la produzione di opere d’arte. Già dalla fine dell’800, l’interesse di molti artisti venne catturato da una droga specifica: l’assenzio. Questa droga diventò un po’ lo status simbol dell’artista romantico ed incompreso dalla società. Tra gli artisti che ne fecero uso vi sono Degas e Manet, che dipinsero quadri dedicati ai bevitori di questa sostanza (fu solo nel 1915 che l’uso dell’assenzio venne legalmente proibito) (Torselli V., 2007).
Non sono pochi gli artisti, appartenenti a varie correnti, che hanno fatto uso di droghe o che comunque di essa si interessano nei loro quadri, tra essi ne ricordiamo alcuni: Toulouse Lautrec, Van Gogh, Picasso, Gauguin, Amedeo Modigliani già citato, Jean Michel Basquiat, Frank O’Hara. Attualmente, non si può non menzionare Damien Hirst, uno dei più trasgressivi autori moderni, il quale ha scritto un libro: “Manuale per Giovani Artisti” in cui narra del suo rapporto con la droga che emerge come uno dei punti chiave della sua vita e del suo essere artista.

Qualunque sostanza psicoattiva ha la capacità di alterare i processi di trasmissione dei segnali e delle informazioni tra le cellule nervose. Quando ci riferiamo ad una sostanza chiamandola “droga” non facciamo altro che indicare genericamente proprio le sostanze capaci di agire sui meccanismi e i processi cerebrali. E’ da sottolineare che gli effetti che le droghe provocano non sono legati solo alle loro proprietà. Ma anche a fattori sociali e culturali di cui la persona, che ne fa uso, è impregnata (hanno influenza le credenze e le aspettative che il soggetto che fa uso di sostanze ha su esse) (Carlson, 2003).

Sembrerebbe che la droga, nel campo dell’arte, sia stata, non di rado, impiegata per simulare artificialmente, “autoprovocarsi”, alcuni sintomi di malattie mentale (come la schizofrenia). Tale pratica apparirebbe legata al tentativo di cercare di incrementare la propria capacità creativa ed immaginifica fino a farla pervenire al pensiero “allusivo”. Un pensiero inteso come capacità di unire in un unico concetto contenuti distanti ed inconciliabili per qualsiasi individuo “normale”, superando, in questo modo, i limiti del pensiero razionale (Torselli V., 2007).
Rispetto alla correlazione tra sostanze e arte, interessantissimo è l’esperimento condotto da Bryan Lewis Saunders. L’artista da sempre si è interessato al fenomeno della percezione della realtà esterna. L’artista B. L. S. ha deciso di cercare di comprendere le modifiche delle proprie percezioni interiori in base alla sostanza che assumeva. Risultato di questo esperimento (iniziato nel 1995) furono numerosi autoritratti dipinti tutti dopo l’assunzione di sostanze psicoattive. A tal proposito, qui di seguito riportiamo qualche immagine del lavoro compiuto da quest’artista, per dare un’idea delle modifiche percettive da esso, su se stesso, rilevate. L’artista addurrebbe le modifiche percettive riscontrate alle diverse tipologie di sostanze che assumeva prima di mettersi all’opera.

L’OPPIO CE L’HO NELL’ANIMA – di Fernando Pessoa

Ho concentrato e limitato i miei desideri, per poterli perfezionare meglio. Per arrivare all’infinito, e credo vi si possa arrivare, abbiamo bisogno di un porto, di uno soltanto, sicuro, e da lì partire verso l’Indefinito.
Oggi sono un ascetico nella mia religione di me stesso. Una tazza di caffè, una sigaretta e i miei sogni sostituiscono bene l’universo e le sue stelle, il lavoro, l’amore e perfino la bellezza e la gloria. Quasi non ho bisogno di stimoli. L’oppio ce l’ho nell’anima.
(Il libro dell’inquietudine)

Film completo 

Loving Vincent


Colonna sonora

COME UN PITTORE
Modà

Ciao, semplicemente, ciao
Difficile trovar parole molto serie
Tenterò di disegnare
Come un pittore
Farò in modo
Di arrivare dritto al cuore
Con la forza del colore
Guarda senza parlare
Azzurro come te
Come il cielo e il mare
E giallo come luce del sole
Rosso come le cose che mi fai
Provare
Ciao, semplicemente, ciao
Disegno l'erba verde come la speranza
E come frutta ancora acerba
E adesso un po' di blu
Come la notte
Il bianco come le sue stelle
Con le sfumature gialle
E l'aria puoi solo respirarla
Azzurro come te
Come il cielo e il mare
E giallo come luce del sole
Rosso come le cose che mi fai
Provare
Per le tempeste, non ho il colore
Con quel che resta, disegno un fiore
Ora che è estate, ora che è amore
Azzurro come te
Come il cielo e il mare
E giallo come luce del sole
Rosso come le cose che mi fai
Provare.

Audiolibro

Perché la gente si droga. Tolstoj 






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