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Sulle tracce di Filippo Nemei #carlos

E se vi dicessi di aver trovato il mio Filippo Nemei?
Chi è Filippo Nemei?
Seguite le sue tracce su Carlos e scoprirete chi è...

Rinfoderando la pistola nella fondina, Gian si mise la giacca e gridò: «Ci sono cose che un padre non può fare, ma un amico sì, vengo con te! Prendi le redini Filippo, esco con Holly e che Dio mi fulmini se non lo prendiamo»

Oliviero primariamente aveva pensato alla vecchia stanza sotto il garage, ma evidentemente, non c’era più, poi la fortuna volle che incontrasse Filippo con Miriam in braccio.

Tutto il distretto li aspettava, era il gran giorno, il suo pensionamento, stava per lasciare il comando a Filippo, il suo vice, un bell’uomo di quarant’anni.

Leggendole il pensiero Filippo le sussurrò all’orecchio:
«Io non lo farei.»
«Cosa Fil?» si girò verso di lui.
«Bidonare te e non ti considero neanche più una bambina» sguardo da monello dipinto sul volto, quando Filippo faceva così era davvero irresistibile ma Charlotte si rigirò in cerca ancora di Carlos fra la folla.
Vide la sagoma inconfondibile di Oliviero e sua moglie e senza pensarci si staccò da Filippo e corse da loro.
Filippo se ne accorse e bevendo il suo cocktail non poté far altro che lasciarla andare.

Decise di andare a trovarlo a casa, infilandosi il cappotto.
«Dove vai Charly?» era Filippo e parve deluso.
«Vado Fil, saluta Papone.» Lo baciò nella guancia e uscì nella notte, lasciandolo lì con il cuore in gola.
“Che Dio ti protegga” sospirò fra sé, una chiamata lo riportò alla realtà.

Colpito nel vivo Filippo diventò tutto rosso e balbettò:
«E questa cosa, cosa c’entra? Dunque… io ehm…»
«Filippo!» Ora Gian abbassò la voce e sentenziò passeggiando su e giù dall’ufficio del nuovo capitano:
«Che razza di uomo lascia andare una giovane donna nella notte? Senza batter ciglio!» lo fissò rancoroso e aggiunge:
«Se le succede qualcosa è colpa tua.»
«Non è giusto Gian. Tua figlia ha un caratteraccio, quasi quanto il padre. Ora basta!» ringhiò Filippo livido e offeso a morte.
Sbottò:
«L’ho vista parlare con Oliviero e consorte e poi sono spariti pure loro, dopo la conversazione.»
«Ah, sì, quale conversazione?» A braccia conserte lo fissò e aspettò, perché sapeva che Filippo ascoltava sempre tutte le conversazioni che gli interessava sentire.
Momento imbarazzante al massimo, Filippo sudò vistosamente sebbene fuori ci fossero appena cinque gradi scarsi.
«Non lo so.»
«Avanti Filippo.»
«Di Carlos» grugnì ancora geloso.


Faceva fatica a dirgli quelle cose con quel tono, ma con Gian si sentiva sempre il ragazzino timido che aveva iniziato a fare la gavetta da agente semplice nel distretto anni fa. Da allora molte cose erano cambiate ma non quello strano potere di superiorità che lui gli ispirava. Se non fosse stato per quello e per il fatto che Charlotte gli scappava sempre, avrebbe già chiesto da molto tempo la mano di Charlotte. Gian fissò grato Filippo, non sapeva perché ma lo sguardo limpido e serio di quel giovane uomo che aveva visto crescere, giorno dopo giorno, gli ispirava un’immotivata speranza. Con uno strano luccichio negli occhi per un omone grande grosso come Gian disse:
«Ritrova la mia principessa Filippo, fa felice ’sto povero vecchio è l’unico…» Si appoggiò allo stipite della porta. Non riuscì a terminare la frase, una ferita ormai da anni sepolta gli si riaprì. Filippo sapeva di cosa parlasse, la morte della madre di Charlotte era un lutto che portava ormai da venticinque anni, nonostante gli altri disastrosi matrimoni. Lui aveva amato solo una donna in vita sua, se ne rendeva conto, ora Charlotte era l’unico anello che lo legava ad Alice, la sua adorata Alice.
«Gian ti ritrovo Charly e poi me la sposo» dice Filippo come fosse un patto.
Suo malgrado Gian rise ironico, quello l’aveva sempre sperato, anche prima di Riccardo il suo primo orribile genero. Era contento che Filippo aveva preso coraggio, era bello, ma non in quelle circostanze.


«E adesso dov’è?» Filippo fece un altro passo avanti come per entrare nell’appartamento. Carlos si sentì decisamente spinto indietro.
«Ehi» gridò Carlos. «Un passo indietro. Che volete da me?»
«Sapere se Charlotte e qui da te?» Filippo lo fulminò con gli occhi quando scorse il foulard di Charlotte.
«Sì, è venuta e se n’è andata! Contenti? Ora ve ne potete pure andare.»
«No!» affermò Filippo e strappando di mano il foulard di Charlotte e brandendolo come una spada aggiunse:
«Questo è di Charlotte, ora lei e sparita e tu ci dirai dove pensi che sia.»
Non aveva scelta e lo sapeva, non l’aveva mai avuta una scelta, anche questo sapeva… si fece indietro e li lasciò entrare.
Gian sembrava un cane sul punto di mordere ma straordinariamente taceva, parlava solo Filippo con una veemenza mai vista.
Carlos sbuffò. «Lo so che non mi crederete, potete controllare e perseguire casa, tutte le volte che volete, ma io non so dove sia Charlotte.»
«Tu ci aiuterai a trovarla allora. Capito?» disse di rimando Filippo afferrandolo per la maglia quasi volesse strangolarlo.


Era stato Filippo che aveva sparato, Carlos immediatamente spostò Eve di lato e guardò Charlotte, aveva gli occhi rossi e piangeva, disse:
«Mi spiace Charlotte.» Lei lo abbracciò e pianse pure lei.


“Solo un semplicissimo saluto che male può fare no?” pensò Carlos mentre entrò nel reparto di medicina generale.
Già in corridoio avvertì la melodiosa risata di Charlotte che scherzava con qualcuno, ma chi? Si avvicinò come un gatto, lentamente, e si accostò a sbirciare.
Era Filippo. Il Dannatissimo Filippo!
Stava facendo il solletico a Charlotte che rideva come una bambina, sembrava felice.
«Ora principessa mi aspetto un regalo per questo dono» i suoi occhi caddero su una scatola sul letto.
Lei: «Oh ma com’è scortese lei…». Ma gli diede un bacio sulla guancia, lui arrossì e lei lo guardò soddisfatta.
Carlos stava per andarsene quando purtroppo lei lo vide e lo chiamò subito a sé.
Si avvicinò imbarazzato, sotto lo sguardo geloso di Filippo. Avrebbe voluto morire in quell’istante ma era proprio vero che non si muore mai al momento giusto.
«Ehi Charly. Buongiorno. Filippo ciao. Ora devo proprio scappare, mi scusate eh il lavoro mi chiama!»
Filò via come un razzo e arrivò in giardino con il fiatone, ma lei l’aveva rincorso fin lì.
Non si girò, per non correre il rischio di rimanere impigliato nel proprio amore per lei.
«Charly Perché perdi tempo con me? Vai da Filippo ti sta aspettando.»
«È alle prese con una chiamata di lavoro, lunghissima e noiosissima» fece lei poi aggiunse avvicinandosi: «Perché fai così?».
Allora lui si girò e la guardò con amore ma sentì muoversi anche il mostro dentro di lui, come un serpente che cambia posizione.
«Io non ti posso amare come tu vuoi che io ti ami Charlotte.»

«Le anime come le nostre sono destinate a incontrarsi non solo una volta ma cento altre volte, in cento vite diverse. La prossima volta che m’incontrerai sarà diversa! Ma la vita è adesso e lì c’è Filippo che ti aspetta» glielo indicò con il dito e quando Charlotte si voltò c’è davvero Filippo ad aspettarla con un’espressione indecifrabile negli occhi.
Quando Charlotte si voltò da Carlos, lui era sparito. Lo vide allontanarsi di corsa nel parcheggio e seppe che non c’era nulla da fare, se non quello di lasciarlo andare.
La mano di Filippo prese la sua e lei acconsentì. Filippo tacque riportando Charlotte mano nella mano in camera. La sera stava scendendo come una tenda che cela e nasconde virtù e peccati, desideri e sogni.

Guardò l’ora, erano passati solo poche decine di minuti, prima di ritornare a città del Capo, ma prima doveva affrontare una cosa più grande: il matrimonio di Charlotte con Filippo.
Doveva dirle qualcosa d’importante, prima che si sposasse. Non poteva permettere che si sposasse almeno senza dirle quello che da una vita aveva provato a dire ma senza riuscirci: l’amava.

Lui, Filippo era già pronto sulla navata della sala, teso e lucido più che mai. Un suo tenente si avvicinò a lui, con un sorriso e gli occhiali da sole d’ordinanza. Nell’abbraccio gli sussurrò: «Il cane è tornato, è qui attorno».
Alla notizia che Carlos era lì, Filippo sentì una morsa allo stomaco e a denti stretti disse pianissimo. «Bastardo.»
«Gli facciamo il pelo, tranqui, prendo Panza e Spago.»
«Così sia» mormorò Filippo mentre il sudore gli ricopriva la fronte ancora di più, scendendo lungo la camicia di lino.

Il suo sguardo percorse tutta la sala, arrivando allo sguardo ansioso e contento del padre a quello illuminato di gioia di Filippo.
Carlos non c’era.
Un vagito proruppe in sala, uno strillo di bimba, lei si volse a vedere chi fosse e vide Annette, la moglie del dottor Malsa, con una bimba in braccio che alla chetichella si allontana imbarazzata verso la porta.
Poco dopo anche Annette urlò e il pianto della bambina si fece più acuto.
Molti uscirono a vedere.
Era Carlos in gravissime condizioni. Chiamarono l’ambulanza d’urgenza.
Filippo guardò nervosissimo i suoi e uno di loro si avvicinò e disse piano:
«Noi non l’abbiamo toccato, lo giuro capo.»
Con un segno della testa lo mandò via e guardò Charlotte. Che avrebbe fatto?
L’aria in sala era ferma e densa… nessuno respirava… mentre la platea defluiva verso l’uscita per andare a vedere.

Filippo era nel suo ufficio. Gian si fece annunciare ed entrò.
La stanza aveva un’atmosfera gelida, le serrandine erano giù e lui se ne stava seduto a fissare un giornale mai cominciato a leggere.
Molto peggio di quello che si aspettava… povero ragazzo.
Sgranchì la voce e salutò Filippo.
Lui alzò i suoi occhi cerchiati di chi non aveva dormito e gli lanciò un rancoroso: «Ciao».
«Come stai?» ci provò Gian in imbarazzo.
«Come vuoi che stia?» disse sprezzante Filippo.
«Anche lei ci sta…» stava per dire male, quando Filippo picchiò una manata sul tavolo. «Non fare quel nome, per favore, almeno per adesso».
«Son venuto per altro…» lanciò Gian per cercare di entrare in discussione: Carlos.
Filippo congiunse le mani e raddrizzò le spalle e disse acido: «Mi è giunta voce che interroghi i ragazzi per via della faccenda di quell’essere…».
«Sì, sto cercando d’indagare visto che tu non intendi farlo…» disse Gian con una parvenza di sicurezza.
«Da quando non ti fidi più della tua famiglia qua? Ci credi davvero colpevoli? Da quando siamo diventati i “cattivi della situazione”?» lo guardò malevolo.
«Non vi credo colpevoli ma credo sia meglio indagare senza lasciarsi andare a sentimentalismi…» Era giusto dirglielo. Era un commissario non un bambino. Doveva crescere sotto quell’aspetto.
«ERA IL MIO MATRIMONIO! Non un romanzetto qualsiasi» gridò Filippo battendo di nuovo le mani sul tavolo.
Gian stava perdendo la pazienza, si stava tenendo a freno, capiva la situazione, sentiva il dolore di Filippo ma c’era un limite e andava mantenuto.
Mantenne lo sguardo fisso su Filippo. 
«Intendi far qualcosa come commissario? Ti pensavo meglio di così…».
Filippo divenne rosso, Gian aveva beccato il nervo giusto. 
«Qua ci sono delle indagini svolte da me, sono una copia, studiatele, ci sono delle incongruenze che potrebbero scagionare Carlos, lo farai vero COMMISARIO Filippo NEMEI?»
Lui sospirò. «Sì, metterò qualcuno a lavorare sul caso.»
«MI fido di te, anche il dottore si fida di te.»
Silenzio.
Gian prese la via della porta quando Filippo chiese: «Come sta?».
«Sta Fil, sta…» Gian chiuse la porta in fretta prima che replicasse e respirò forse era andata meglio di quanto si era aspettato. I bravi ragazzi non si smentiscono mai.

Filippo era nel suo ufficio a scribacchiare carte senza neanche guardarle, quando il telefono squillò. Senza voglia rispose:
«Filippo Nemei, commissario, in cosa posso esserle d’aiuto?»
Risposta di rito che in quel frangente risuonava un burlesque.
«Sono il dottor Vasci, della clinica dove è ricoverato un certo Carlos Gamberini…»
«E quindi?» il tono era passato da annoiato ad acido, il tempo di una sillaba.
«E’ sparito. E pericoloso che stia in giro…»
Bla bla bla.
Filippo non ascoltava neanche più aveva già l’odio che circolava nel sangue come acido.
Per cessare il tedio clinico chiese: «Ma di preciso da me che vuole? Chi le ha dato il mio numero?»
«Una signora dice che lei e un certo Gian avreste potuto aiutarci, lei capisce che l’ospedale non può permettersi scandali, in questo tempo di crisi e poi le ripeto…»
«Adesso basta» gli chiuse la bocca Filippo che era arrivato al limite della sopportazione.
«Ora manderò qualche mio agente, così sarete tutti contenti.»
«Be’… più o meno comunque grazie, rimango in attesa…»
Riappese senza troppo moine.
Un rantolo di nervi, prese il sopravvento, respirò un paio di volte poi alzò la cornetta e fece chiamare i suoi tre migliori amici: Spago, Panza e Trilli.
I tre uomini, due ben messi e il terzo mingherlino ma astuto entrarono e si misero davanti a lui, con rispettoso silenzio a mani giunte.
Guardando le sue carte disse: «Il cane è sciolto e libero, voglio che questa volta gli mettiate la museruola fissa.»
Silenzio, i tre si guardarono straniti poi Panza con discrezione disse:
«Fil,  l’ho abbiamo già detto, non siamo stati noi…»
Filippo lo guardò maligno.
«Lo so, ma io non credo alla cospirazione che va dicendo Gian… quindi non vedo dove sia il problema…»
«Ma Fil, è un uomo libero, non credo sia…» avrebbe voluto aggiungere legale, ma Filippo divenne una belva e alzandosi gridò:
«È UN ORDINE!» lo gridò così forte che persino l’intero commissariato trattenne il respiro. Poi aggirò la sedia e puntando il dito addosso hai tre sentenzio: «Siete miei amici, stiamo parlando di un socio patico, non vi sarà difficile dire dopo che era per difesa personale…».
Trilli il più mingherlino dei tre, alzò lo sguardo rosso in viso e disse conciso e a voce abbastanza ferma: «Fil è una femmina, una dannata femmina, non rovinare quello che hai costruito per una femmina, noi ti capiamo ma c’è un ma…».
«Trilli o sei con me o contro! Io prendo le decisioni sul vostro futuro» lo fulminò Filippo.
«ORA FILATE.»
I tre uscirono tramortiti e a testa bassa, ma appena fuori dall’ufficio di Filippo, Trilli tuono: «Lo faccio io o lo fate voi? Chi va dal procuratore? Quello è fuori e anche pericoloso». I due lo guardavano solidali ma Panza rispose: «Sì, non è il solito Fil ma il procuratore gli sega le gambe, lo odia per il caso Prestalberto… non vede l’ora, quello non riconosce la destra dalla sinistra ma quando c’è da far male è sempre pronto».
«Io non uccido Carlos perché Filippo è geloso!» disse Trilli tutto rosso e teso.
Panza sudava grosso e a Spago tremavano le labbra, faceva persino fatica a tenere la bada la saliva.
«Basterà che facciamo un po’ di indagini, se Carlos è fuori da questa città, lo lasciamo in pace, se invece e qui, non so… studieremo qualcosa…»
Trilli non parve convinto, e Spago agitato disse: «Gli ordini di Fil sono ordini del capo. Non possiamo far finta di niente. Fil è sempre stato un grande amico…».
«Nessuno lo mette in dubbio…» fece serafico Panza.
«Non possiamo, non possiamo, non possiamo fare finta» ripeté Spago, la cui adorazione per Filippo era divenuta quasi idolatrica.
«Tu fai la spia su di noi… e ti mettiamo la museruola fissa pure a te…» disse Panza poi si girò con Trilli. «Vale anche per te».
Si guardarono in cagnesco tutti e tre, loro amici d’infanzia da una vita.
Uscirono dal commissariato disuniti ma convinti, ognuno pronto a seguire le proprie idee.

Lei lo abbracciò alle spalle stretto e gli disse all’orecchio:
«Ti amo papà, sei il migliore papà che abbia potuto desiderare, ma il sangue chiama, come chiamava il tuo, tornerò da te e sarò la Charly che mamma avrebbe voluto. Se mi perdoni questo sposerò Filippo al mio ritorno.»

Poi scomparve e lei si trovò disorientata, guardò l’orizzonte, poi un passo la fece voltare all’istante: era Filippo. Era sceso anche lui dall’aereo. Un aereo militare.
La guardava con uno sguardo strano, non si muoveva e la fissava.
Charlotte corse e lo abbracciò e disse eccitata: «Fil! Oh, mio Dio Fil sei qui!». 
Lui per un po’ si tenne freddo poi l’amore proruppe e ricambio l’abbracciò. Non avrebbe più voluto lasciarla andare.
«Non potevo lasciarti andare sola, in terra straniera a rincorrere forze del male che nemmeno vuoi capire che faccia abbiano.»
«T’ha mandato babbo lo so. Ma credimi Fil non ho mai voluto fuggire da te.»
«Ami Carlos lo so» lo disse lentamente ma senza smettere di abbracciarla. Filippo era vestito in divisa mimetica.
«No, stupidone IO AMO TE.» Filippo la guardò speranzoso.
«Posso fare finta di crederti? Perché siamo qui allora?»
«Certo, sei tu l’uomo della mia vita, siamo qui perché un amico ha bisogno di una mano e solo io potevo smuovere le forze che nascondi in te.»
«Già… il bravo ragazzo…» mormorò Fil amareggiato.
«No, l’uomo coraggioso che è stato disposto a venire pur di salvarmi, voglio una vita con te, io ti Amo Fil!» aveva la testa incavata nella sua spalla. Filippo respirò di vita.
«Bella, bella scena. No, dico sul serio, un applauso per i piccioncini!» Era la voce di Ringhio che puntava la sua calibro nella schiena di Filippo.

Poco distante c’erano Big Dog ed Esmeralda con Carlos tenuto da altri due gorilla di Big.
«Vedi Carlos come muoiono le persone buone, mentre guardi pensa a ciò che devi fare e non vuoi fare…»
Alla vista di Carlos, il sangue di Filippo divenne acido. Cercò di muoversi ma un colpo alla testa lo fece cadere. Charlotte venne tenuta da altri due del clan.
Il volto di Carlos era una maschera di sangue.
«Iniziamo dalla graziosa ragazza?» prese per il collo Charlotte che lotto sotto la stretta di Ringhio.
Uno sparò spezzò l’aria.
«Lasciateli andare siete sotto tiro…» Era la voce di panza che gracchiava da un altoparlante.
Ringhiò gridò: «E se non lo volessimo fare?». Stringeva il collo di Charlotte ancora più forte facendola penzolare nell’aria. Charlotte stava per svenire.
Un altro sparò dalla parte opposta. Stavolta gli colpì la mano e Charlotte cadde a terra e cercò di scappare.
A sparare era stato Spago.
«Ripeto siete sotto tiro…» ringhiò Panza nascosto.
Diagonalmente arrivo un altro sparo che colpì alle gambe Ringhio, che urlò come un pazzo. Era trilli, il miglior cecchino nella storia della polizia.
Big Dog s’irrigidì e capì che si stava mettendo male. Si fece scudo con i suoi uomini e indietreggiò. Avevano ancora Filippo e Carlos in ostaggio.
Charlotte si andò a nascondere dov’era nascosto Max. Respiravano a fatica entrambi ma con motivazioni diverse.
Trilli e Filippo si guardarono e in un lampo ci fu l’intesa, Trilli colpì la mano che teneva Filippo che si liberò di colpo e Panza sparò al bandito che cadde riverso a terra. Un proiettile gli aveva trapassato il cranio.
Panza si passò la lingua fra le labbra, era soddisfatto di sé.
Filippo iniziò a correre dalla parte di Carlos, sembrava una saetta, in quel momento non pensava a Carlos come un nemico ma come un’anima che aveva bisogno di soccorso. Qualcuno dei banditi sparò ma riuscirono solo a graffiarlo e a strappargli brandelli di vestiti.
Mentre Trilli e Panza sparavano a ripetizione Spago si mosse per coprire le spalle di Filippo. Facendogli scudo. Avanzarono.
L’aereo di Big Dog stava atterrando e una mano lo stava aiutando a salire.
Carlos era tenuto da altri uomini. Filippo e Spago furono su di loro. Carlos si liberò e scappò via.
Uno degli uomini di Big Dog cercò di parargli e lo colpì alla coscia ma lui non perse velocità e svanì fra le macchine parcheggiate.
Gli spari continuarono anche mentre l’aereo si sollevava, anche Spago fu colpito da un proiettile vagante.
Big Dog giurò vendetta mentre spariva nel cielo.


Carlos guardò Charlotte che correva da Filippo. Lo pervase un odio che nemmeno l’abbraccio di Max riuscì a spegnere. Filippo ricambiò l’odio.
Carlos si avvicinò a Filippo e disse: «Grazie.» E poi rivolto a Charlotte: «Non dovevi Charly rischiare la vita per me». Charlotte lo abbracciò.
Carlos si lasciò abbracciare.

Charlotte e Filippo…
Lei che curava la ferita di lui, una coppia come tante, una coppia che si amava.
«Fil stai fermo che ti medico la ferita, hai sentito il dottore no?»
«Perché tu lo hai capito davvero quello che diceva?» Alzò il sopracciglio ironico.
«Oh, ok! Me lo ha detto Spago!» Filippo sorrise, lo sapeva.
Poi si fece serio. 
«Mi vorrai ancora anche con questa ferita sul viso?».
«Oh, sei bellissimo, la ferita si rimarginerà» disse Charlotte accarezzandogli il grosso cerotto.
Filippo chinò la testa.
A Carlos parve che tutto il mondo si fosse dimenticato di lui.
Anche la sua Charly. Anche lei.

Prese la pistola d’ordinanza di Trilli e uscì dalla stanza.
Charlotte lo vide e lo inseguì.
«Fermati Carlos ti prego»
Lui si fermò e con le lacrime disse: «Che vivo a fare? Dammi una ragione…».
«Per Emma stupido!»
Ora gli era davanti e lo abbracciò, poi la mano di Filippo gliela strappò via e disse: «Fai quello che devi fare cane rognoso, stavolta non avrai pietà da me».
«Goditi la tua maledetta felicità» rispose Carlos puntandosi la pistola nelle tempie, per la seconda volta nella sua vita.
Partì uno sparò ma fu deviato dalla manina tenace di Charlotte, Carlos cercò di liberarsi di lei per farla finita. Lei insisté. Filippo si avvicinò e la spinse via. La belva di Carlos spacco i recinti della sua mente e balzò fuori, denti a denti con Filippo che lo guardava anch’esso omicida.
Si rimise la pistola nella tempia combattendo dentro con la bestia che ruggiva sanguinosa.
Filippo afferrò la pistola di Carlos per strappargliela, prima che accidentalmente ferisse Charlotte, e fu un tutt’uno che un altro colpo partisse e Filippo fosse colpito mortalmente al cuore.
Cadde come un pupazzo davanti agli occhi fuori dalle orbite di Charlotte che in preda a una crisi isterica presa la stessa pistola e gridando disse:
«Che tu sia maledetto Carlos.»
Partì un colpo e poi un altro, Carlos cadde a terra di fianco a Filippo. 

L’aria era tersa quella triste mattina in cui si commemoravano tre uomini, tanto diversi tra loro: un capace uomo il dottor Malsa, un valoroso ragazzo Filippo e lo sfortunato Carlos.
C’era poca gente, il funerale era stato tenuto a porte chiuse, come voleva il dottore nel suo testamento olografo. Anche la famiglia di Filippo fu d’accordo, era gente molto per bene e distinta e volevano vivere il proprio dolore con dignità.


Strade fatte di polvere, strade fatte di niente.
Un ululare di una iena e un ruggire di una moto che si avvicina da molto lontano.
Charlotte sul ciglio di una lunghissima strada, a piedi nudi che grida al cielo buio coperto di nubi un sol nome: “Filippo dove sei?” i piedi sono scorticati e la camicia da notte è ridotta a brandelli di tessuto appiccicati sul corpo sudato.
La grossa moto su cui capeggia un grosso teschio le si ferma vicino e lei guardando i volti nascosti dai caschi dal grottesco disegno chiede loro: “Avete visto Filippo? Il mio Filippo” I centauri si guardano e dal sorriso marcio risponde: “Tesoro, Il tuo Filippo è morto! Lo hai ucciso tu!” una grossa risata assieme al rombo del motore squarcia l’aria.
Ma l’urlo di Charlotte è più alto ancora.
Si è accasciata per terra e ha le mani sui suoi radi capelli. Piange sangue e grida il suo nome fino a stendersi sulla strada aspettando il suo destino. Dal buio passano motociclisti che ridono e le passano accanto. Essi gridano che Filippo è morto e lei presto lo sarà pure perché la colpa è sua. Le si avvicinano lentamente delle iene che annusano l’odore del sangue sul suo corpo semi svenuto fin quando dal buio si ferma una moto e la carica su senza dire una parola. Il suo profumo è fresco e sa di sandalo.
Ferma la moto su di un letto di un fiume. Il ciglio è erboso e la luna splende in alto assieme alle stelle.
Gli occhi di Charlotte si aprono lentamente e Filippo la guarda sorridente. Lei si alza di scatto e lo abbraccia piangendo questa volta lacrime vere.
“Filippo ti ho trovato Oh mio Dio” gli tocca il viso e lui continua a sorridere e a dirle che la ama. Charlotte gli risponde che anche lei lo ama. Allora Filippo dalla tasca tira fuori uno scatolino e adesso non sono più sulla riva di un fiume ma sotto un ciliegio in fiore.
Le dice ora come allora: “Charly. Io lo so che non sono che un semplice uomo. Un classico bravo ragazzo della porta accanto. Io non sono lui…” Filippo distoglie lo sguardo con una smorfia ma poi riprende con sorriso dolcissimo: “Ma vedi io ti amo. Io ti amo davvero, ti ho sempre amato da quando ti ho visto la prima volta con tuo padre. Avevo diciannove anni ed era il secondo giorno al distretto. Tu eri vestita di giallo e i tuoi capelli erano raccolti. Mi hai guardato con i tuoi occhioni profondi e io mi ci sono perso. Solo che tu eri persa dietro a Carlos e poi dietro al tuo primo marito. Io non ho mai avuto il coraggio di chiedertelo perché pensavo che una ragazza speciale come te non potesse mai amare un ragazzo impacciato e semplice come me. Ma da quel giorno non ho mai smesso e ti prometto se tu vorrai che non smetterò finché i miei occhi avranno ancora luce per guardare i tuoi. Finché il mio cuore batterà e se la mia testa non funzionerà più il mio cuore le ricorderà sempre il tuo nome. Mi vuoi sposare Charlotte Marcus?” allora aveva tirato fuori l’anello ed era verde smeraldo attorniato da piccolissime giade rosse. 
Allora Charlotte aveva detto guardando Filippo: “L’anello è splendido ma la tua anima lo è ancor di più. Sì, voglio essere tua moglie. Filippo se mi sopportai non sarò solo tua moglie ma la madre dei tuoi figli e giuro di starti accanto per sempre”
“Ah, davvero?” aveva detto a quel punto Filippo il sorriso era divenuto fisso e poi da quella faccia grottesca aveva sibilato: “Per questo mi hai ucciso?” Allora aveva preso il suo collo è stringeva e la sua faccia si ridisegnava in quella di Carlos. Finché il suo no si era affievolito e Carlos l’aveva spinta nelle acque nere e lucide del fiume.
Ora sul fiume il suo corpo veniva portato via dalla corrente. Charlotte sentiva l’acqua irromperle in tutte le sue fessure, non respirava e affogava. L’acqua aveva il sapore della muffa e poi la trascinava giù ma lei non urlava più e né faceva lamento. Lentamente andava giù come se si fosse arresa alla morte.
Il buio della stanza e un grido, il suo. L’altra parte del letto intatta. Charlotte si alza inciampando sui mobili ma arriva alla porta.
La apre e guarda nel buio corridoio.
Tutto le inizia a girare.
Voci la chiamano ma lei non sa dove andare e chi ascoltare.
Deve cercare Filippo… deve cercare Liz.
Carlos dov’è?
Poi la stanza di Liz che è vuota e una voce cattiva che le grida dal buio: “Indovina, indovinello la bambina dov’è finita? Nella pancia del tuo amico farfalla?”
Suo padre dov’è??
Un altro grido di bambina corre in soggiorno ma è come se non vedesse nulla e mille mani la toccano dappertutto gridando che è colpa sua. Lei cerca di difendersi ma nulla vi può.
Si mette in angolo coprendosi la testa e la faccia.
Sua figlia è morta, Filippo è morto. Suo padre dov’è?
Un’ombra si alza dal divano e le si staglia nel buio l’afferra e le dice: “Charlotte sveglia!!”
La strattona mentre Charlotte grida e perde sangue dalle ferite che nello scappare si è inferta.
Charlotte si sveglia di colpo dal sogno. E lì nel corridoio con Carlos che la guarda spaventato. Ha il corpo pieno di tagli e livido. La camicia da notte è rotta e ci sono dei brandelli di capelli ovunque. Capelli suoi e qualcuno di Carlos.

La dottoressa respirò pazientemente e poi dopo alcuni minuti rispose: “Perché Carlos ha paura della tua frammentarietà. Lui di per sé e già complesso di suo. Non è un’anima semplice ma ti ama. Solo che ha paura che senza volerlo ti possa fare del male, comportandosi con superficialità per esempio e a quel punto tu cadresti in mille pezzi. Devi dare il tempo a Carlos di avere fiducia nella nuova Charlotte che ha disimparato il passato e non pensa che colpa sua se è Filippo è morto”
“E di chi è colpa se non mia e forse anche sua?” disse tristemente Charli.
“Del libero arbitrio ne hai mai sentito parlare? E’ una legge fondamentale nell’uomo che dice che ognuno è responsabile di ciò che fa. Filippo ha scelto di venire a cercarti. Filippo è morto perché ha scelto. Ogni scelta ha le sue conseguenze”
“Filippo ha scelto perché mi amava” disse piangendo Charlotte.
“Non usare Filippo come ulteriore scusa per odiare te stessa”
“Filippo era la mia speranza e io ora non ce l’ho più…” si lasciò scappare tra i singhiozzi Charlotte. 

Questo momento della giornata le ricordava molto, anche troppo quando Filippo tornava dal servizio, appoggiava il berretto sulla mensola e con il suo sorriso perfetto la prendeva fra le braccia e pirollettandola la faceva ridere fino alle lacrime.

“Charli son tornato, non mi vieni a salutare”

La voce di Filippo la fece trasalire dal divano. Volse lo sguardo disperato alla porta ma era chiusa e il berretto di Filippo non vi era sulla mensola.

“Charlotte Marcus e il suo famoso arrosto!!”

Ora la voce proveniva dalla cucina, ma Charlotte non vi corse, sapeva già che Filippo non era in cucina. Era tutto dentro la sua stramaledetta testa.
Bevve un sorso di vino rosso sperando che le allucinazioni sparissero ma Filippo era là sul balcone, ora si era seduto sul parapetto e fuori la brezza era leggera. Sorrideva guardandola e bevendo il suo brandy. 

Ora Charlotte era sul parapetto anch’essa e guardava le stelle ma nessuna di esse le diceva dove era finito Filippo e con esso dove fosse finito il suo futuro.
Salì sul parapetto e guardò le macchine come ipnotizzata dal loro bagliore fulmineo. Come la vita che oggi c’è ma che del suo poi non conosce la fine.

“Mamma!!” era la voce di Liz che fece voltare Charlotte e scendere dal parapetto. In un momento si rese conto di cosa stava per fare.
“Liz! Dimmi tesoro…”
“No, niente. Lascia stare…” disse Liz voltando la testa. Charlotte più in colpa che mai le prese le mani e disse: “Dimmi cucciola, poi dire tutto alla tua mamma!”
“Perché eri sul parapetto?”
“Stavo… stavo guardando qualcosa” farfugliò Charlotte rossa e agitata dalla domanda di sua figlia.1
“Non troverai nessuno al di fuori di quel parapetto… mamma. Né nonna e né Filippo. Essi sono nel ricordo di Dio” disse lei con gli occhi profondi e fissi su di lei.

Cadde sulle ginocchia e si mise le mani sulla testa, il mal di testa aumentava d’intensità e Charlotte sentiva che la lucidità le veniva meno e scivolava verso il pavimento come una pozzanghera, che lei adesso vedeva piena di sangue e il sangue fuori usciva dalle sue lacrime.
Carlos le prese le mani e le disse: “Guardami Charli” ma lei fra le lacrime non riusciva a vederlo.
“Charli sono qua!” allora Charlotte si sforzò e vide Filippo e sorrise ma il viso di Filippo si smolecolizzò in quello di Carlos e lo abbracciò spaventata.
“È finita! Era una allucinazione e qualcosa del genere” disse Carlos facendola alzare. Le asciugò le lacrime e a Charlotte parve di dovergli dire qualcosa ma in quel frangente tutto era ancora in stato liquido.

 Adesso sapete chi è Filippo Nemei e sapete anche che penso di averlo conosciuto in questi giorni.
Un cerchio che si chiude si potrebbe dire o un cerchio che si apre in una dimensione parallela si potrebbe aggiungere.
Chi lo sa...

Nel mondo do Carlos non esistono buoni o cattivi, persone normali o anormali.
Esistono anime, le stesse che incontriamo tutti o giorni nella vita reale.

Ecco io incontrai senza saperlo un Carlos (lo racconto qui) e ora ho incontrato un Filippo.
Coincidenze? Chi lo sa! 

Non avete che da attendere la fine della stesura del riediting per saperlo ^^ e scoprire quanti personaggi di carlos in realtà conoscete anche voi ♡




Commenti

  1. In fondo scrivere un racconto è come suonare un violino o dipingere un cielo stellato.
    E' arte.
    Ciao Anna.

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