La stanza dei sentimenti

Sinceramente io lo farei.Se ci fosse una clinica di tal genere io ci entrerei per farmi operare. E voi lo fareste? Vi liberereste di ogni problema con l'asportazione di ogni vostro sentimento?

SEI SICURO CHE VUOI CANCELLARE TUTTI I TUOI SENTIMENTI?
ALLORA ENTRA... (e leggimi;)

Esiste, io lo so, l'ho veduta, una stanza, quella stanza oscura, dove i tuoi sentimenti spariscono e rimane solo il buio, il freddo. 

...

Era giugno, una bellissima giornata quando conobbi lui, o forse luglio uno stramaledettissimo luglio. 
Non so più adesso... 

Si presentò e io mi presentai ... ed adesso son qui, qui, nella stanza buia, e aspetto la sentenza ma so già che ovunque decidessi di andare e se per caso lo rivedessi quello strano essere che cresce in petto e che comunemente è chiamato amore, continuerebbe ad alimentarsi. 
Un sentimento così forte che spesso passava il limite non vuoi lasciarlo andare ma sai... in realtà no, non so … non so più niente da quando per la prima volta m'incinero per farlo uscire si presumeva per sempre. 

Vi narrerò la storia, ve la narrerò tutta d'un fiato, senza ripetervela, mentre chiudo gli occhi e aspetto che vengano a riprendersi la mia vita. 

Sento i suoi passi … ora lontani, ora vicini... 
Silenzio tutto intorno. 

Era un uomo con una voce affascinante e un nonsoché che mi portava a guardarlo intensamente fino a metterlo a disagio, non riuscivo a staccargli gli occhi di dosso. 
Aveva una camicia, Dio come gli stava bene, risaltava la sua carnagione color miele, i suoi occhi mi sembravano un qualcosa di misterioso. Due pianeti in quelle fessure nere; sì, neri erano gli occhi, ma di un nero chiaro simile al fumo. 

«Ciao! Il piacere di conoscerti…» 
Oddio che figuraccia, pensai, ora cosa gli dico? … 

Respirai tagliando la mia anima a metà, mentre mi usciva una voce da pulcino sparuto. 
Questo me lo fece odiare, odiavo ciò che rappresentava e il fascino che emanava. 
Lo ricordo! Odiavo tutto di lui eppur mi attraeva. 
Mi avevan portato via tutto, vigliacchi! Non lui! Ma quelli come lui. 
Fu allora che sentii che l'anima gli gridava. La sentii allora e certe notti mi pare di sentirla ancora. 
Lo trattai male come si trattano male le persone che ameremo per tutta la vita. Con una grinta che non sapevo che di lì a poco sarebbe finita. 
E lui si lasciò trattar male, perché come diceva sempre ero come un morso in amore: dovevo far male per poi far bene. 
Io così nella sua vita. Sempre così. 

Sento bussare… Ora no, non posso …
devo ricordare quella notte. 

Se dell'amore ho ricordi sbiaditi, del suo amarmi non dimentico nulla. Ogni carezza, ogni bacio ogni dannata voglia di
sfuggirgli per poi finirgli addosso. 
C'era un muro... ed era di casa mia, c'era un collo che spingendolo mostrava il suo lato chiaro dove due labbra dimoravano, le sue. C'era una mano che mi alzava la gonna e con l'altra mi sollevava. 
E non c'era più niente se non il sole che girava e lui all'interno che ci moriva. Il sole ero io, e lui la luna, una eclissi di vita e di morte. 
C'era un letto che faceva da trincea e metteva fine alla guerra, come se il domani non dovesse mai venire e l'amore dovesse bastare davvero. 

«Dottore eccomi, son pronta!» 
Il Dottore entrò con le sue algide e bellissime infermiere, a un tratto la stanza s'illuminò di luce e colore e vidi per la prima volta i molti specchi che la adornavano. Il dottore mi fece spogliare e
specchiandomi passo un dito nella ferita
poco visibile che andava dallo sterno
fino all'ombelico. 
«Eccomi» disse «Tu sei qui» indicandomi il punto in mezzo fra il cuore e il baricentro. 
«Dottore, io non vorrei ma credo di amarlo ancora» 
Lui mi guardò a lungo senza parlare. 
«La strada è lunga» infine disse e si voltò verso le infermiere parlando loro in una lingua che non conoscevo. Poi mi chiese inespressivo: «Ma quando lo guardi in che punto si muove il tuo sole?» E io lo ripensai intensamente e con una mano sfiorai gli occhi poi scesi fino ai i seni e poggiando le dita costeggiai la ferita e scesi giù nelle mie stanze interne. 
«Lungo il perimetro della mia anima, dunque dappertutto» risposi mesta. 
«Cosa ricordi ancora di lui?» chiese il dottore sedendosi su di una seggiola e fissando la mia sagoma allo specchio. 
«Ricordo la sua anima triste» risposi distogliendo lo sguardo dal mio riflesso. 
Quando il dottore mi parlava mi sentivo sempre una scolaretta eppure fu lui che mi salvò la vita pochi anni fa. Lui taceva guardando prima gli appunti poi la mia immagine allo specchio disse: «Certo che ti farò del male. Certo che me ne farai. Certo che ce ne faremo. Ma questa è la condizione stessa dell’esistenza. Farsi primavera significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi Presenza, significa accettare il rischio dell’Assenza» 
Il dottore aveva una voce baritonale, che riecheggiava in tutta la stanza. Le parole, a me care, del padre del piccolo Principe riecheggiavano in tutta la stanza.
Mi scrutava e io sapevo che voleva una mia reazione. Ma quelle parole mi bruciavano troppo dentro. 
«Vuoi davvero guarire Nina?» mi chiese rompendo il mio stupido silenzio. 
«Lo vorrei» sussurrai. 
Lui freddo dichiarò: «Lo voglio Nina! Non lo vorrei! Lo voglio! La determinazione sta nell'imperativo presente, capisci la differenza?» e poi dopo poco chiamò un'infermiera e mi fece portare un
accappatoio per comprimi. 
Poi andò alla porta lentamente ma deciso. Io a ogni suo passo morivo perché sentivo scemare la speranza di poter guarire. 
«Non guarirò dottore vero? Non mi può più salvare?»
«No, se hai bisogno di lui per vivere, il tuo male ricrescerà assieme alla voglia di sopravvivenza che hai»
«NON È VERO DOTTORE! NON VOGLIO VIVERE VOGLIO MORIRE!» gridai disperata. 
Si spensero le luci e si chiuse la porta ma un attimo prima il dottore mi disse: «Ti aiuterò!» e il silenzio scese nella stanza, ma non in me, non in quelle parole che sapevano di morte. 

Lì sola nella penombra, sola con tutte le sue parole addosso, vagai nei ricordi come in una landa desolata. L'ultima scena intrappolata tra i ricordi e il loro disgregarsi. Quella notte disperata, il mio vagare fra i colli alla ricerca della clinica, l'incontro con Juny, la vecchia
portinaia di casa. 
«Nina, tesoro che ci fai qui?» il mio sguardo stralunato, la scintilla dopo il suo abbraccio. 
La mia verità detta tutto d'un soffio. Il suo sguardo che volò oltre la clinica, alla cima del colle. 
«Non puoi scordarti chi sei, non si può invecchiare bene senza» la sua mano nella mia che si faceva pressante di parola in parola. Sentivo nascere nuovi ricordi e con essi il bisogno di fuggir via. 
«Ti scorderai di me» mi rimprovererò laconica, ma non risposi alla mia cara Juny, il cuor non trovava risposte decenti da darle. Un rumore la fece voltare e io sfuggi dalla sua presa, allontanandomi di corsa. Ella mi chiamava fin quando sparii nella nebbia. 

«Perché non accendi mai la luce?» La voce di lui spaccò il silenzio ma io non ebbi paura. 
«Ormai è troppo tardi, uomo testardo, vattene via» mi sembrò che lo stessi aspettando. 
«Se ti ricordi della mia voce, non è ancora tutto defunto, neppure tu»
Mi prese in braccio e dalla finestra ruzzolammo giù in cortile. 
«Mi lascerai ancora» dissi stizzita. Allora lui mi baciò con un gesto lieve. 
«Sei stata tu a scappare, io non ti ho semplicemente seguito ma non lo farò più! Se pur scapperai io t'inseguirò» Mi prese la mano. Era vero! Tutto si fece chiaro. Tutti i miei sentimenti si trasformavano di nuovo in ricordo. Tutti tranne uno, quello che mi fece fuggire da lui la prima volta: la paura. Ma ora sapevo che non dovevo averne. 

Il dottore mi guardava soddisfatto dalla finestra. Il caso era chiuso, io ero guarita. Si spera per sempre. 

Commenti

  1. Mai, mai, mai lo farei.
    Tanto varrebbe farsi ammazzare. O nascere oggetto.

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    1. Capisco. Ovviamente l'amore è vita. Ma chi prova certi grandi dolori tanto da desiderare la morte sa di cosa parlo.

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