La Piccionessa


Mia madre Rosalia entrò nel fienile con il cuore in gola dopo la breve corsa dal centro fino a casa. Respirò affannosamente e con una mano nel fianco disse a mio padre Peppino che stava mungendo una mucca: «Pepi' brutte notizie a zi' Tanina disse che a Piccionessa sta venenno in città»
Il buon Pepino si fece il segno della croce, mormorando: «Bedda matre sai ciò ca' a fare[1]» Rosalia sospirò e rientrò in casa infelice.
E così mi misi in cammino per la strada maestra, una strada lunga e spoglia, un arido percorso fatto di sterpaglie. Quando dopo poco una voce mi chiamò, era Vicky in bicicletta. Mi fermai. Vedere quel vecchio rudere di bicicletta mi metteva sempre allegria.
Ebbi un flash di noi tre, io Vicky e Gaetano in cima al San Patrizio tutti sopra quella bicicletta senza le mani sul manubrio giù per la ripida discesa. Gaetano detto Tano che chiudeva gli occhi per la strizza, Vicky che gridava come una gallina strozzata e io che per tenerla al sicuro la stringevo a me tanto che finiva sempre che ero l'unico a farsi male. Bei tempi quelli, ora Gaetano era in Francia e non aveva nessuna intenzione di tornare. Il paese gli stava stretto e non solo a lui. Da quando era partito erano cambiate un sacco di cose fra noi, per esempio io e Vicky stavamo in insieme. Vicky ha 10 in italiano eppure con me si ostina a parlare in dialetto. Io le rispondo solo in italiano.
«Mizzica che cursa, ove stai enno[2]??» disse lei frenando davanti a me.
«Da mio zio Isidoro»
 «Sisino chiddo da città [3]?» iniziai a sentirmi a disagio davanti ai suoi occhi limpidi.
«Sì Vicky ... sì» distolsi lo sguardo dal suo che si era fatto tutt'ombra.
«Picchí sta scappanno [4]?» abbassò gli occhi, si intuiva che stava trattenendo a stento le lacrime, la mia dolce Vicky.
Le presi la mano e le risposi che mia mamma si era messa in testa che dovevo cambiare aria perché in paese bazzicava una certa Piccionessa.
«A conosco ... Ave i zinne arrutulate se nu ci scinnino in mezzo ai peri. A testa fa gu gu mentre camina. Ave u naso tipo becco d'uccello[5]» mi facevano morire le sue imitazioni.
«Mai vista ...»
«Inca' cetto! S'è miscato coi libbra ... stai sempre assettato a leggere nu purticato i casa... ti sta stritta sta città se vire[6] » Sospirò e poi mi guardò come un rottweiler pronto a sbranarmi.
«Tu scappi come me frate, è perché ti dissi no? Usai picchí? Picchí io ti dissi ti amo tu rispunnisti ti vogghio bene! U bene nun è amore Alberto[7]!» gli tremava la mano da dentro la mia.
Me lo ricordavo benissimo quel giorno. Non le dissi ti amo perché a diciassette anni non si dice ti amo se non desideri dalla via ciò che desidera lei. Mi faceva paura quel ti amo, così come lei e il suo forte sentimento nei miei confronti.
«Quasi quasi t'accompagnò e se a vio ci staccò a testa e c'ha mettu supra u bambolotto nell'ortu, come nu spaventapasseri![8]»        
«Sempre violenta tu eh…» dissi sorridendo all'idea di un piccione come spaventapasseri.
«Perché tu nun si gelusu di mia che rimango ca'?? [9]Te lo dico in italiano affinché tu capisca bene, io non ti aspetterò, perché se tu vuoi la tua libertà è giusto che tu l'abbia senza code in giro» Poi buttò giù per terra la bici e mi baciò.
«Vicky …» cercavo parole che non volevano essere trovate, lei mi guardava serrando le mani in tasca.
Vicky sapeva di mare, di terra. Non profumava era semplicemente l'essenza della sua terra, qualcosa di meraviglioso da respirare.
Aveva gli occhi da cerbiatta con quella faccia buffa era tutta bocca. Non credo che esistesse nessuno al mondo che conoscendo Vittoria Abate non abbia desiderato almeno una volta baciare quelle sue deliziose labbra.
Poi si sciolse dall'abbracciò e sarà stato pure tutto quel suo discorrere indipendente, quel suo voler andar via da me che mi indusse a trattenerla con le mani. La strinsi ancora più forte e le disse all'orecchio: «Stringimi di più» lei sulle prime rimase rigida ma dopo mi strinse a sé completamente. Rannicchiata dentro l'incavo della mia spalla mi mormorava: «Non andare ti prego, non te ne ire[10]» e io chiudendo gli occhi gli risposi: «Ca' moro Vicky[11]» Allora lei mi spinse via con violenza e gridò: «Inca' allora mori [12]» e mi diede un calcio, poi prese la bicicletta e pedalò via. Chissà dove pianse la mia povera Vicky.
Abbandonato così, ripresi il mio triste percorso quando vidi una bambina che piangeva per strada. La cosa mi parve strana eppure mi fermai e chiesi se avesse bisogno di un aiuto.
Mi portò a casa sua, una dimora bellissima, chiamata villa Celeste. La sua mamma mi salutò con mille sorrisi e cerimonie. Io pur capendo di chi si trattasse ci caddi lo stesso dentro.
La Piccionessa non era come l’aveva descritto Vicky, rimasi rapito dal quel suo giovane corpo tanto generosamente esibito. Mi venne in mente Vicky con le sue magliette slabbrate e quei pantaloncini sdruciti. Quel suo essere eternamente bambina mentre tutto a torno a lei cambiava. La Piccionessa m'invitò a prendere il the, ma dopo il the mi venne un sonno strano, allora gentilmente mi disse che potevo riposare in una stanza al piano di sopra.
Quando mi risvegliai guardai la stanza meravigliosamente arredata in
stile liberty. Sopra quel lettone enorme ripensai per un attimo a tutte quelle notti passate sotto le stelle, io Vicky e Tano. Quante risate c'eravamo fatti. Quante storielle horror raccontavamo per far paura a Vicky che quasi sempre si metteva a piangere e ogni volta le prendevamo di santa ragione. Mi alzai per distogliere il pensiero e mi accorsi che dalla finestra che dava sul retro si vedeva l'ansa di un fiumiciattolo e sulla riva vidi la Piccionessa che si spogliava nuda e faceva il bagno. Lì illuminata dalla luna la sua pelle era violentemente stupenda. Mi vennero in mente le parole di Vicky sul fatto di voler lasciare il paese anche perché lei non aveva voluto far l'amore con me. Rinnegai l'idea, e mi levai dalla finestra ma la visione bruciava i miei sensi e senza esserne consapevole scesi giù al fiume pure io.
«Ben svegliato!» disse lei giocando nel fiume.
«Ma tua figlia dov'è?» chiesi io imbarazzato.
«Non è mia figlia, l'ho corrotta per farti portare da me» disse lei ridendo e poi mi schizzò dicendo: «Dai spogliati anche tu l'acqua è stupenda» E io mi spogliai velocemente.
Quella notte dimenticai Vicky, e non solo quella, anche un sacco di notti a venire.
E il tempo passò fra il lavoro e la vita con Veronica Maiallara detta la Piccionessa. Le prime settimane pensavo che qualcuno dal paese mi sarebbe venuto a "salvare" ma nessuno venne, né la mia famiglia, né la mia Vicky. Così finii con il pensare che non ero così desiderato e piano piano la malinconia lasciò il passo alla gioia della nuova relazione. La vita passò velocemente e devo dire che stetti tremendamente bene, fra un party e l'altro. Sempre in giro, sull'onda del divertimento. Io e Veronica eravamo una coppia aperta a nuove esperienze, sulle prime ero titubante ma poi mi dissi: Che ho da perdere? La Piccionessa? E allora mi lasciai andare a un sacco di altre donne, tutte diverse da me e soprattutto diverse Vicky, me ne feci anche due e tre alla volta. Con o senza la mia compagna. Lei faceva lo stesso e tutto scorreva lieto. Finché un giorno squillò in telefono e risposi, era Vicky, dopo anni che non ci sentivamo.
«Vicky come stai?» chiesi io e lei taceva pressata dalle mie domande.
Dopo un momento di silenzio mi disse cupamente: “To’ matre sta morendo, e supra u letto e non se po' nemmeno susere . Ti volevo dire solo questo[13]” e riattaccò. Corsi immensamente da Veronica per dirle che sarei tornato a casa.
«Torno a casa mia madre sta male» dissi mentre lei faceva gli addominali.
Dopo un po' che lei non rispondeva ripetei la frase, allora scocciata mi rispose: «Ho capito! Vai! Cosa vuoi il mio permesso?» Io rimasi allibito e risposi solo: «No, ma pensavo che venissi con me» Silenzio di tomba mentre lei registrava la risposta.
«No, da quella gente mai più» rispose secca, allora io andai in camera a prepararmi la sacca con il cambio per la notte, ché non si sapeva mai.
Dopo poco venne su con mille moine ma seppi molto più tardi che era andata lo stesso alla festa senza di me. La cosa però non m'interessò.
Il paese era a solo un'oretta di strada, ma era da anni che non ci tornavo. Rivedere luoghi comunque tanto amati mi scombussolò molto.
Mia madre era nel letto, mio padre mi salutò appena e se ne tornò all'orto. Lui aveva una visione unica della vita. Il contrario della mia in pratica.
Mia madre invece si fece abbracciare con affetto, nel mio abbraccio sentii che era diventata solo ossa. Mi addolorai tanto ma lei mi diede forza.
Quando le chiesi come stava lei mi rispose: “Nente tesoro mio” quel suo niente era un tumore al duodeno che di lì a poco l'avrebbe spenta per sempre. Scesi in piazza per diluire i pensieri tetri e i sensi di colpa che avevo. Incontrai un vecchio amico mio, Tommaso.
Baci abbracci e mentre mi raccontava della malattia dei suoi, fra le gambe sbucò un bambino molto simile a lui.
«E chi è questo cucciolo?» chiesi io.
«Filippo, è mio figlio. Alla fine cumpà mi sono sposato pure io. E lo sai con chi?»
Non avevo idea di chi potesse essere e lui esclamò: «Fede Saino, la figlia du panettere sparlettere! Adesso sugno io u panettere ma non sparlettere, abbiamo rilevato l'attività du patre![14]» Sorrisi inebetito.
«E te come va con la Piccionessa? E da molto che state insieme so che ve la spassate!» mi diede una pacca amichevole. Era da anni che non sentivo più chiamare Veronica la Piccionessa. Mi diede un po' fastidio e cambiai argomento.
«Allora grosse novità per Tomà» dissi io tirando il sorriso.
«Ma non solo io, anche altri!» rispose Tommaso per poi pentirsene.
«Altri chi Tomà?»
«E dai lo sai Vicky si è fidanzata con Totò Villa, è arrivato qui cinque anni fa e da allora la puntò finché non ci riuscì, ricco eh comunque! Sempre meglio du frate che fece a fuitina» sentenziò Tommaso in difesa dell'amica.
«Chi? Gaetano non è scappato!»
Visto il mio sguardo basito domandò: «Non te lo ha detto? Il terzetto si sfaldò per sempre, fu Vicky a dirmelo» sospirò ma io sapevo che lui era sempre stato geloso del nostro trio, e aveva sempre avuto una cotta per Vicky.
Adesso ero arrabbiato davvero. Salutai alla meglio Tommaso e corsi a casa Abate. Come aveva potuto Vicky confidarsi con Tomà invece che con me! E poi fidanzarsi senza dirmelo!
Ero geloso all'inverosimile non potevo frenare la cascata di nervi che avevo dentro. A casa Abate nessuno mi volle aprire. Ovviamente avevano tutti paura per il ricco genero!
Tornai a casa triste e mi misi in riva al fiumiciattolo a pensare a tutte quello scorrere di vita altrui, a tutta quella strada fatta da altri e alla pochezza della mia vita con la Piccionessa.
Veronica si avvicinò e disse sorpresa: «Ah sei già qui? Perché stai così nervoso? Hai visto la tua bella?»
«La mia bella? Chi??» chiesi scocciato.
«Vicky!!» disse secca lei mentre si toglieva l'accappatoio e si metteva in posa.
Io la guardai e chiesi disgustato: «Ma che fai?»
«Mi devono dipingere, studio la posa giusta, per catturare l'attenzione!»
Mi venne da vomitare ma poi lei aggiunse: «Comunque l'ho vista in città, stava guardando un abito da sposa! Si sposa non lo sapevi?» Lo disse maliziosamente forse per ferirmi ma io non la stavo più ascoltando, presi le chiavi della moto e andai in centro a cercarla.
La cercai in lungo e largo ma niente, i luoghi in cui potesse andare una novella sposa in città erano infiniti, ma per una Vicky in realtà, ne esisteva uno solo: la libreria del corso! Mi precipitai lì e sulle prime non la vidi, così mi sembrò quasi di annegare, come quel giorno di sette anni prima quando sulla strada maestra voleva sciogliere il nostro abbraccio. Proprio quel senso di abbandono lì.
La vidi poi accovacciata intenta a leggere dei titoli. E nel mio cuore sbocciò un sorriso.
«Il mondo è piccolo eh?» dissi io. Lei volse lo sguardo su di me che da enigmatico divenne radioso e mi saltò letteralmente addosso. E adesso so che un abbraccio così vale mille volte il sesso più sfrenato. Era un abbraccio sfacciato, completo, un abbraccio che ti faceva sentire amato. Non mi ricordavo che Vicky fosse così magra e leggera. Mi chiesi se mi ricordassi bene.
«Allora ti sposi?» chiesi io che passato l'effetto orsacchiotto venni di nuovo roso dalla gelosia. Eravamo andati a prenderci un caffè al bar.
«Ti ho detto che non ti avrei aspettato!» disse lei a braccia incrociate.
Niente, pareva una fotografia di sette anni fa, uguale ma più evoluta, più intensa.
«Lo so, ma che Tano fece a fuitina[15] non lo sapevo!» commentai acido.
«Non ti dovevo dir tutto. Eri il mio ragazzo non il migliore amico, non più almeno» disse lei tranquilla.
«Tu eri tutto per me e invece ora scopro che avevi dei segreti» dissi io tristemente.
«Lavori ancora in banca?» chiese lei per cambiare discorso.
«Sempre la stessa ma un piano più su roba di finanziamenti» risposi offeso.
«Tu temevi la vita che avresti fatto al paese, a ragione certo, ma ora che hai avuto ciò che desideravi, la tua Piccionessa, lascia anche agli altri l'opportunità di essere felici» disse stancamente, mentre si alzava e mi salutava. Non mi abbracciò più intensamente. Un breve bacio sulla guancia e poi sparì dalla mia vita. Mi sentii male dentro. Un vuoto a perdere che non sapeva manco dove dovesse perdersi.
Tornai a casa mesto, ma Veronica non mi diede il tempo di respirare che mi trascinò alla festa dei Mulè alla quale guarda caso c'era pure mezzo paese come ospite.
Ora il mio cuore era in subbuglio, non avevo occhi che per cercarla nella folla. Ma lei tardava ad arrivare e nessuno mi voleva dare notizie se sarebbe venuta oppure no.
A un certo punto arrivò, meravigliosa nel suo abito nero. Mi si emozionò la vista. Ricordo il momento esatto in cui varcò la soglia e i nostri occhi si unirono. Capii di non aver smesso di amarla e che nemmeno lei aveva smesso di amare me. Dovevo parlarle. Le chiesi di concedermi un ballo e lei riluttante accettò, sotto gli occhi omicidi del fidanzato.
«Ti farà fuori se non ti comporti bene» disse lei scherzando ma non troppo.
«Vicky io ti amo! E ti amavo anche allora. Lo so che è tardi per dirtelo ma credo che sia ancora possibile per noi stare insieme!» lei mi guardava tutt'occhi con la bocca semi aperta per lo stupore.
Smise di ballare e mi guardò: «Prima a zozza era tutta a 'to vita ora veni e cerchi me?? Tu scordi bello mio!![16]» mi lasciò in mezzo alla pista e si precipitò fuori nel terrazzo.
Io la seguii di corsa. Appena mi vide corse in giardino e poi nell'agrumeto. Ma io sapevo sempre dove trovare la mia Vicky.
 «Lassame[17] in pace!” disse lei furente.
«Non prima d'invecchiare con te! Avere figli con te! Si tutta a me vita Vicky» L'avevo afferrata per un braccio e lei aveva smesso di tirare. Era ferma e mi guardava intensamente. Poi roteò gli occhi e svenne per terra. La corsa al pronto soccorso parve eterna ma infine fu ricoverata in una stanza con la flebo.
Niente di particolare a parte un eccipiente anoressia. Mi cadde il mondo addosso e non seppi più cosa fare o da che parte stare. All'ospedale non mi volevano, anzi mi odiavano anche un po'.
Veronica mi fece trovare i bagagli sotto casa con un breve messaggio: Non sono mai stata per te Veronica ma la Piccionessa trasgressiva. Ora cerco altro e tu non puoi darmelo. Adios Baby.
Della Piccionessa non seppi più niente, mi giunsero all'orecchio solo alcuni pettegolezzi circa qualche suo nuovo giovane amante. Ne fui contento. Non volevo che rimanesse sola. Dopotutto era una ragazza con un grande istinto di sopravvivenza, pochi neuroni ma un gran piccione nell'anima. Non persi sonno per la Piccionessa, il mio pensiero fisso restava per Vicky in ospedale.
Seppur consapevole del malanimo rimasi in ospedale e aspettai che si svegliasse. Sopportai gli scherni dei parenti. Fortuna che Donna Alberta e Don Carmelo mi amavano e non fecero storie, e non mi allontanarono. Il giorno dopo si riprese ma dovetti aspettare ancora un
bel po' per poter parlare da solo con lei.
Donna Carmela sotto supplica acconsentì, anche perché la figlia voleva parlare con me.
«Vicky ma come abbiamo fatto a ridurci così? Noi che la vita la volevamo colorata dalle emozioni» le sussurrai tenendole le mani.
«Se mi lascerai, io mi lascerò morire» disse lei seriamente.
«Quindi questo è un sì ti amo?»
«Cetto sciecco!» le deposi un casto bacio, davanti agli occhi sognanti di Donna Carmela che in barba ai soldi voleva me come futuro genero. Le accarezzai i capelli e le dissi che l'avrei sposata anche il giorno stesso e lei mi rispose che avevamo aspettato tanto e per questo meritavamo il matrimonio dei nostri sogni. Sarebbe guarita e avrebbe messo a posto le cose sia con Totò che con la famiglia e sarebbe divenuta mia moglie.
Io la guardai e rivissi in lei tutta la mia infanzia e l’adolescenza e mi emozionò il pensiero di vivere anche con lei tutto il resto della mia vita.



[1] Santa madre, sai ciò che devi fare
[2] Mamma mia che corsa, dove stai andando?
[3] Isidoro? Quello della città?
[4] Perché stai scappando?
[5] Ha i seni arrotolati, se no scendono per terra in mezzo ai piedi. La testa gu gu mentre cammina. Ha il naso tipo il becco di un uccello.
[6] Sei mischiato con i libri, stai sempre seduto nel porticato a leggere. Ti sta stretta questa città, si vede.
[7] Tu scappando come mio fratello., è perché ti ho detto no? Lo sai perché? Perché quando ti ho detto ti amo, tu hai risposto ti voglio bene. Il bene non è amore Marco!
[8] Quasi quasi ti accompagno e se la vedo, ci stacco la testa e la metto sopra il bambolotto come spaventapasseri
[9] Ma perché tu non sei geloso che io rimango qua?
[10] Non te né andare
[11] Qua muoio Vicky
[12] Allora muori
[13] Tua madre sta morendo, e sul letto e non si può nemmeno alzare
[14] Fede Saino, la figlia del panettiere pettegolo, adesso sono io sono il panettiere ma non pettegolo. Abbiamo rivelato l’attività del padre.
[15] Era scappato con l’amata
[16] Prima la sporcacciona era tutta la tua vita, ora vieni e cerchi me? Te lo scordi bello mio
[17] lasciami

Commenti