Estratto Terra degli uomini di Antoine de Saint-Exupéry

CAPITOLO PRIMO LA LINEA

Si era nel 1926. Da poco ero entrato come giovane pilota di linea alla Société Latécoère, che, prima dell’Aéropostale, la futura Air France, provvedeva al collegamento Tolosa-Dakar. Vi imparavo il mestiere. Facevo anch’io, come già i compagni, il tirocinio che i giovani dovevano subire prima d’avere l’onore di pilotare il postale. Prove d’aerei, trasferte fra Tolosa e Perpignano, malinconiche lezioni di meteorologia in fondo a una rimessa gelida. Vivevamo nel timore dei monti di Spagna che ancora non conoscevamo, e nella reverenza per gli anziani. Ci si ritrovava al ristorante, con questi anziani un po’burberi e sostenuti che ci elargivano i loro consigli assai dall’alto. E se uno, nei giorni di tempesta, ci raggiungeva in ritardo e col giubbotto fradicio di pioggia, rientrando da Alicante o da Casablanca, e uno di noi timidamente gli chiedeva notizie del viaggio, le sue risposte brevi ci facevano sorgere in mente un mondo favoloso, pieno di trappole, trabocchetti, pareti di roccia apparse all’improvviso e vortici capaci di sradicare i cedri. Draghi neri montavano la guardia all’ingresso delle valli, fasci di saette coronavano i crinali. Coltivavano ad arte la nostra reverenza, questi anziani. Ma uno, di quando in quando, reverendo in eterno, non rientrava. Rammento ad esempio un ritorno di Bury, che si uccise in seguito nelle Corbières. Questo vecchio pilota era appena venuto a sedersi in mezzo a noi e mangiava in silenzio, pesante, con le spalle ancora oppresse dalla fatica. Era la sera d’una di quelle giornatacce in cui, da un capo all’altro della linea, il cielo è marcio, e tutti i monti sembrano al pilota rollare nel brago, come quei cannoni che sui velieri d’un tempo, rotte le rizze, solcavano i ponti da una banda all’altra. Io guardai Bury, deglutii a vuoto e mi avventurai a chiedergli se il volo era stato molto duro. Bury, chino sul piatto con la fronte aggrottata, non mi udiva. Col cattivo tempo, a bordo dei velivoli scoperti, ci si sporgeva fuori dal parabrezza per veder meglio; e a lungo, poi, le sberle del vento ti fischiavano nelle orecchie. Alla fine Bury rialzò il capo, parve capire, ricordare, e sbottò in una risata squillante. Mi stupì, quel riso, in Bury che rideva di rado, quel riso che gli illuminava la stanchezza. Egli non diede altre spiegazioni sulla sua vittoria, chinò il capo, e riprese a masticare in silenzio. Ma nel grigiore del ristorante, ove venivano a rifocillarsi gli impiegatucci dopo le umili fatiche della giornata, quel compagno dalle spalle grevi mi parve di una strana nobiltà; sotto la scorza ruvida s’intravedeva l’angelo che ha sconfitto il drago. Venne infine la sera in cui, a mia volta, fui convocato nell’ufficio del direttore. Mi disse semplicemente: –Partirà domani. Stavo là, in piedi, aspettando d’essere congedato. Ma dopo un momento di silenzio egli soggiunse: –Conosce bene le consegne? I motori di quell’epoca non offrivano la stessa sicurezza di quelli d’oggi. Spesso ci piantavano di colpo, senza preavviso, tra un gran fracasso di piatti rotti. E si andava in perdita di quota verso la crosta rocciosa della Spagna, che non offriva alcun campo di fortuna. «Qui», usavamo dire, «quando si rompe il motore, l’aereo, purtroppo, non tarda a fare altrettanto.» Ma un aereo è sostituibile. La cosa piú importante era invece di non affrontare la roccia alla cieca. Quindi ci era vietato, a scanso di sanzioni gravissime, di sorvolare i mari di nuvole sopra le zone montagnose. Il pilota in panna, affondando in quella stoppa bianca, avrebbe investito qualche vetta senza vederla. Per tale motivo quella sera una voce lenta ribadiva un’ultima volta la consegna: –È molto bello navigare a bussola, in Spagna, molto elegante, ma... E con lentezza ancora maggiore: –... ma si ricordi: sotto i mari di nuvole... c’è l’eternità. Ecco che quel mondo di calma, così uniforme, così semplice, che si scopre sbucando sopra le nuvole, assumeva per me un valore sconosciuto in precedenza. Quella dolcezza si mutava in trappola. Mi figurai la distesa dell’immensa trappola bianca, là, sotto i miei piedi. Un silenzio ancora più assoluto, una pace più definitiva, regnavano sotto ad essa e non già, come era lecito ritenere, l’agitazione degli uomini, il trambusto, la viva circolazione di veicoli delle città. Quel vischio bianco veniva ad essere per me la frontiera fra il reale e l’irreale, fra il conosciuto e l’inconoscibile. E intuii già allora che uno spettacolo si riveste di significato solo grazie a una cultura, una civiltà, un mestiere. Anche i montanari conoscevano i mari di nuvole. Non potevano scorgervi, però, quell’aspetto di sipario favoloso. Uscito dall’ufficio provai un senso puerile d’orgoglio. Tra breve, all’alba, sarei stato a mia volta responsabile d’un carico di passeggeri, responsabile del postale d’Africa. Ma provavo anche un senso di grande umiltà. Mi sentivo mal preparato. La Spagna scarseggiava di rifugi; temevo che, di fronte a una minaccia di guasto, non avrei saputo dove andare a cercare l’ospitalità di un campo di fortuna. Mi ero chinato sull’aridità delle carte senza scoprirvi gli ammaestramenti di cui avevo bisogno; perciò, col cuore pieno di timidezza e orgoglio insieme, me ne andai a trascorrere la vigilia d’armi dal mio compagno Guillaumet. Guillaumet mi aveva preceduto su quelle rotte. Guillaumet sapeva i trucchi che ti consegnano le chiavi della Spagna. Dovevo ricevere l’iniziazione da Guillaumet. Quando entrai da lui sorrise: –So la notizia. Sei contento? Andò a prendere nell’armadio la bottiglia di Porto e i bicchieri, poi tornò verso di me, sempre sorridendo: –Annaffiamo l’avvenimento. Andrà bene, vedrai. Spandeva fiducia come una lampada spande luce, quel compagno che in seguito avrebbe battuto il primato delle traversate postali della Cordigliera delle Ande e dell’Atlantico meridionale. Quella sera di alcuni anni prima, in maniche di camicia, a braccia conserte sotto la lampada, sorridente d’un sorriso quanto mai benefico, mi disse semplicemente: «I temporali, la nebbia, la neve ti daranno dei fastidi, qualche volta. Pensa allora a quelli che ci sono passati prima di te, e di’a te stesso, semplicemente: ciò che altri sono riusciti a fare, si può sempre riuscire a farlo». Nondimeno aprii il mio rotolo di carte e gli chiesi ugualmente di fare un po’con me il ripasso del viaggio. E chino nel cerchio di luce della lampada, appoggiato alla spalla dell’anziano, ritrovai il senso di pace del collegio. Ma che strana lezione di geografia mi fu impartita! Guillaumet non stava insegnandomi la Spagna; me ne faceva un’amica. Non mi parlava né d’idrografia, né di popolazioni, né di bestiame. Non mi parlava di Cadice, bensì di tre aranci che, presso Cadice, sono in bordo a un campo: «Diffidane, ségnateli sulla carta...». Ed i tre aranci ormai vi occupavano piú posto della Sierra Nevada. Non mi parlava di Lorca, ma di una semplice fattoria nei pressi di Lorca. Di una fattoria viva. Del fattore. Di sua moglie. E perduti nello spazio, a millecinquecento chilometri da noi, quei due assumevano un’importanza smisurata. In buona posizione sulla pendice del loro monte, simili ai guardiani d’un faro, erano pronti, sotto le loro stelle, a recare soccorso a degli uomini. In tal modo facevamo uscire dall’oblio, da lontananze incredibili, quei particolari che tutti i geografi del mondo ignorano. Infatti solo all’Ebro, che abbevera grandi città, s’interessano i geografi, ma non a un certo ruscello nascosto tra l’erba, ad ovest di Motril, balio di una trentina di fiori. «Diffida del ruscello, rovina il campo... Segna anche lui sulla carta.» Ah, non l’avrei dimenticato, il serpentello di Motril! Sembrava innocuo, appena capace d’incantare qualche ranocchio col mormorio lieve; ma dormiva con un occhio solo. Steso sotto le erbe, nel paradiso del campo di fortuna, m’attendeva al varco, a duemila chilometri da lì. Alla prima occasione m’avrebbe tramutato in un fascio di fiamme... Ero anche preparato a ricevere a piè fermo quei trenta montoni bellicosi, schierati là sul fianco della collina, pronti alla carica: «Credi libero il prato e poi... vlan! eccoti i trenta montoni calare a valanga cacciandosi sotto le ruote...». Ed io rispondevo con un sorriso stupito a una minaccia tanto perfida. A poco a poco la Spagna della mia carta diventava così, nel cerchio di luce della lampada, un paese da racconti di fate. Marcavo con una crocetta gli asili e le trappole. Marcavo quel fattore, quei trenta montoni, quel ruscello. Riportavo sulla carta nel punto esatto quella pastorella, omessa dai geografi. Quando mi accomiatai da Guillaumet, provai il bisogno di camminare in quella gelida sera d’inverno. Rialzai il bavero del cappotto e, tra i viandanti ignari, portai a spasso un giovane fervore. Ero fiero di sfiorare quegli sconosciuti col mio segreto nel cuore. Mi ignoravano, quei barbari; ma sul far del giorno, col carico dei sacchi postali, avrebbero affidato proprio a me le loro pene, le loro effusioni. Avrebbero deposto nelle mie mani le loro speranze. Imbacuccato nel cappotto muovevo così tra loro passi da protettore, ma essi rimanevano del tutto ignari della mia sollecitudine. Né li raggiungevano i messaggi ch’io invece ricevevo dalla notte. Il fatto è che riguardava la mia stessa carne, quella tempesta di neve che forse si stava formando e minacciava complicazioni per il mio primo viaggio. Che cosa ne potevano sapere, i pedoni, delle stelle che si stavano spegnendo ad una ad una? Io solo ero al corrente. Ricevevo comunicazione delle posizioni del nemico prima della battaglia... Ma queste parole d’ordine, cariche per me di così gravi impegni, mi giungevano dinanzi a vetrine illuminate in cui splendevano i regali di Natale. Tutti i beni della terra parevano messi in mostra nella notte, ed io assaporavo l’orgogliosa ebbrezza della rinuncia. Ero un guerriero in pericolo: che m’importava di quei cristalli scintillanti per le feste della sera, e di quei paralumi, di quei libri? Già mi immergevo nella spruzzaglia; già, pilota di linea, affondavo i denti nella polpa amara delle notti di volo. Mi svegliarono alle tre del mattino. Spalancai le imposte con un colpo secco, notai che sulla città pioveva e mi vestii gravemente. Mezz’ora dopo, seduto sulla valigetta, aspettavo a mia volta sul marciapiede lucido di pioggia l’omnibus che doveva passare a prendermi. Tanti compagni prima di me avevano patito quell’attesa, col cuore un po’in gola, il giorno della consacrazione. Infine, tra rumor di ferraglia, il veicolo vetusto spuntò dalla cantonata e a mia volta, come i compagni, ebbi diritto a stringermi sul sedile tra il doganiere insonnolito ed alcuni impiegati. L’omnibus aveva odor di rinchiuso, di burocrazia polverosa, di vecchio ufficio in cui la vita d’un uomo s’incaglia. Sostava ogni cinquecento metri a caricare un altro segretario, un altro doganiere, un ispettore. Gli occupanti, già riaddormentati, rispondevano con un grugnito indistinto al saluto del nuovo venuto, che si ammucchiava come poteva e tosto si addormentava anche lui. Era una specie di triste carrettata che andava sul lastrico sconnesso di Tolosa, e dapprima il pilota di linea, frammisto alla gente d’ufficio, non era per niente diverso da quella... Ma sfilavano i lampioni, ma s’avvicinava il campo d’aviazione, ma il vecchio omnibus traballante non era più che la grigia crisalide dalla quale sarebbe uscito l’uomo, trasfigurato. Ogni compagno, in un mattino simile, s’era sentito nascer dentro allo stesso modo, sotto il subalterno ancora vulnerabile, soggetto alla spocchia di quell’ispettore, il responsabile del Corriere di Spagna e d’Africa; nascere colui che avrebbe affrontato tre ore dopo, tra i lampi, il drago dell’Hospitalet, e che quattro ore dopo, avendolo sconfitto, avrebbe deciso con completa libertà, investito di pieni poteri, l’aggiramento dal mare o l’assalto diretto ai massicci di Alcoy: colui che avrebbe negoziato da pari a pari con l’uragano, la montagna, l’oceano. Ogni compagno, confuso nel gruppo anonimo sotto il cupo cielo invernale di Tolosa, s’era sentito crescer dentro allo stesso modo, in un mattino simile, il sovrano che cinque ore dopo, lasciandosi alle spalle le piogge e le nevi del settentrione, ripudiato l’inverno, avrebbe ridotto i giri del motore per cominciare la discesa in piena estate, nello sfolgorante sole di Alicante. Il vecchio omnibus è scomparso, ma ne ho vive nel ricordo l’austerità e la scomodità. Era un simbolo appropriato della debita preparazione alle dure gioie del nostro mestiere. Tutto vi assumeva una sobrietà sconcertante. Ricordo come in esso, tre anni dopo, da uno scambio di neanche dieci parole, venni a sapere della morte del pilota Lécrivain, uno dei cento compagni che, in un giorno o una notte di nebbia, andarono in pensione per l’eternità. Erano anche allora le tre del mattino, regnava lo stesso silenzio, quando udimmo il direttore, invisibile nell’ombra, levar la voce verso l’ispettore: –Lécrivain non ha atterrato, stanotte, a Casablanca. –Ah! –fece di rimando l’ispettore. –Ah? E strappato al corso del suo sogno compì uno sforzo per svegliarsi, per mostrarsi zelante, e aggiunse: –Ah, sí? Non è riuscito a passare? Ha fatto dietrofront? Al che, dal fondo dell’omnibus, fu risposto semplicemente: «No». Aspettammo il seguito, ma non venne parola. E col trascorrere dei secondi divenne sempre più evidente che a quel «no» nessun’altra parola sarebbe seguita, che quel «no» era senza appello, che Lécrivain non solo non aveva atterrato a Casablanca, ma che non avrebbe atterrato mai più, in nessun luogo. Cosí quel mattino, all’alba del mio primo corriere, sottostavo anch’io al rituale consacrato del mestiere e guardando, attraverso i vetri, l’asfalto lucido in cui si riflettevano i fanali mi sentivo un po’venir meno la baldanza. Si vedevano correre sulle pozzanghere grandi marezzature di vento. Ed io pensavo: «Per il primo corriere che faccio... davvero, non ho fortuna». Alzai gli occhi verso l’ispettore: «C’è cattivo tempo?». L’ispettore gettò un’occhiata spenta verso il vetro: «Questo non vuol dir niente», brontolò infine, ed io mi chiesi quali fossero i segni per riconoscere il cattivo tempo. Tutte le sinistre premonizioni di cui gli anziani ci oberavano e che un solo sorriso di Guillaumet, la sera prima, era bastato a cancellare, mi tornavano in mente: «Chi non conosce la linea sasso per sasso... Se incontra una tempesta di neve lo compiango. Ah, sì! Lo compiango». Dovevano pur salvaguardare il loro prestigio, e tentennavano il capo squadrandoci con una pietà un po’imbarazzante, come se deplorassero in noi un certo ingenuo candore. Infatti, per quanti di noi quell’omnibus era già stato l’ultimo asilo? Sessanta, ottanta? Con lo stesso autista taciturno al volante, un mattino di pioggia. Mi guardavo attorno: nell’ombra brillavano punti luminosi, sigarette che punteggiavano pensieri. Gli umili pensieri di passacarte invecchiati. A quanti di noi questi compagni avevano fatto da ultimo corteo? Coglievo anche certe confidenze scambiate a bassa voce. Volgevano tutte su malattie, denaro, tristi cure domestiche. Facevano vedere i muri dell’opaca prigione in cui quegli uomini s’erano rinchiusi. E m’apparve d’improvviso d’improvviso il volto del destino. Vecchio burocrate, compagno mio qui presente, nessuno ti ha mai fatto evadere e non sei per niente responsabile. Ti sei costruito la pace, a furia di accecare col cemento, come fanno le termiti, tutti gli spiragli aperti alla luce. Ti sei raggomitolato nella tua sicurezza borghese, nel giro delle tue occupazioni abitudinarie, nei riti soffocanti della tua vita di provincia: contro i venti, le maree, le stelle hai innalzato questo umile bastione. Non vuoi darti pensiero dei grandi problemi, hai già penato abbastanza a scordare la tua condizione d’uomo. Non ti senti abitatore d’un pianeta errante, non ti poni mai le domande senza risposta: sei un piccolo borghese di Tolosa. Nessuno ti ha afferrato per le spalle quando era ancora tempo. Adesso, la creta di cui sei composto si è seccata, si è indurita, e nessuno potrebbe ormai ridestare in te il musicista addormentato; o il poeta, l’astronomo che forse c’erano all’inizio. Non mi lagno più delle raffiche di pioggia. La magia del mestiere mi apre un mondo in cui, tra meno di due ore, affronterò i draghi neri e i crinali incoronati da una chioma di fulmini azzurri; un mondo in cui , a notte, liberato, io leggerò negli astri il mio cammino. Compiuto in tal modo il nostro battesimo professionale, cominciavamo a viaggiare. Erano, per lo piú, viaggi senza storia. Scendevamo pacifici come palombari di mestiere negli abissi del nostro regno. Quest’ultimo è ormai esplorato a dovere. Il pilota, il motorista, il marconista non si gettano più in un’avventura; si rinchiudono in un laboratorio. Obbediscono a movimenti d’aghi, non più allo svolgersi dei paesaggi. Ci sono, fuori, i monti immersi nelle tenebre, ma non sono più monti. Sono potenze invisibili, a una distanza che bisogna calcolare. Il marconista annota diligentemente le cifre sotto la lampada, il motorista verifica il punto sulla carta, e il pilota rettifica la rotta se i monti sono andati alla deriva, se le vette ch’egli voleva scapolare da sinistra gli si sono schierate di fronte in un silenzio e in una segretezza da apprestamenti militari. Quanto ai marconisti in servizio notturno a terra, raccolgono diligentemente sui loro quaderni, nello stesso istante, il dettato del collega: «Zero e quaranta. Rotta 230. A bordo tutto bene». Oggi l’equipaggio viaggia così. Non avverte d’essere in movimento. È lontanissimo, come di notte e in mare, da ogni punto di riferimento. Ma i motori riempiono d’un fremito quella camera illuminata cambiandone l’essenza, perché l’ora volge e in quegli indicatori illuminati, in quelle valvole radio, in quegli aghi, si va compiendo tutta un’invisibile alchimia. Di secondo in secondo, quei gesti nascosti, quelle parole soffocate, quell’attenzione, preparano il miracolo. E, venuta l’ora, il pilota può appoggiare a colpo sicuro la fronte al vetro. Dal nulla è nato l’oro: splende nelle luci dello scalo. Eppure abbiamo tutti conosciuto quei viaggi in cui, secondo un particolare angolo di visuale, avvertimmo di colpo la nostra lontananza, a due ore appena dallo scalo, come non l’avremmo sentita neanche nelle Indie; e in cui si è disperato di far mai ritorno. Così Mermoz, sorvolando per la prima volta l’Atlantico meridionale in idrovolante, affrontò, sul calar del giorno, la zona del «barattolo della pece». 1 Vide, dinanzi a sé, le code dei cicloni chiudersi di minuto in minuto, come quando si vede innalzare un muro, e poi la notte stendersi stabilmente su quegli apprestamenti e celarli. Un’ora dopo, insinuatosi sotto le nubi, egli sfociava in un regno fantastico. Vi sorgevano trombe marine ammassate e in apparenza immobili, come pilastri neri di un tempio. Rigonfie alle due estremità, sostenevano la volta cupa e bassa dell’uragano; ma lame di luce cadevano dagli squarci della volta e i raggi della luna piena piovevano, tra i pilastri, sui lastroni freddi del mare. Attraverso quei ruderi deserti, Mermoz segui la rotta obliquando dall’uno all’altro canale di luce, aggirando i pilastri giganteschi in cui ruggiva indubbiamente il moto ascensionale del mare; per quattro ore procedette, lungo le colate di luna, verso l’uscita del tempio. Ed era uno spettacolo così sbalorditivo che Mermoz, oltrepassato il «barattolo della pece», si accorse di non avere avuto paura. Anch’io ho il ricordo d’una di quelle ore in cui si valica il confine del mondo reale: quella notte, i dati di rilevamento radiogoniometrico trasmessi dagli scali del Sahara erano stati tutti sfalsati traendo in grave inganno il marconista Néri e me. Quando virai bruscamente in direzione della costa, avendo scorto in fondo a un crepaccio della nebbia il luccicore dell’acqua, non potevamo sapere da quanto tempo ci inoltravamo verso l’alto mare. Non si era più certi di raggiungere la costa, perché il carburante forse non sarebbe bastato. Raggiunta la costa, ci sarebbe stato da trovare lo scalo. E ormai la luna era al tramonto. Già sordi per mancanza di segnalazioni angolari, a poco a poco divenivamo ciechi. La luna finiva di spegnersi, come una brace pallida, in una nebbia simile a un banco di neve. Anche il cielo, sopra di noi, si copriva di nubi, e navigavamo tra nubi e nebbia in un mondo svuotato di luce e di sostanza. Gli scali dai quali si riceveva risposta rinunciavano (« Non rileva... non rileva») a darci notizia di noi stessi, perché la nostra voce giungeva fino a loro da ovunque e da nessun luogo. Ad un tratto, quando già disperavamo, un punto luminoso si svelò sull’orizzonte, da prua a sinistra. Provai una gioia tumultuosa, sentii che Néri, chinatosi verso di me, cantava! Non poteva essere altro che lo scalo, non poteva essere altro che il suo faro, poiché di notte il Sahara tutto intero si estingue e costituisce un grande territorio morto. Tuttavia la luce scintillò brevemente e si spense. Avevamo messo la prua addosso a una stella al tramonto, visibile per un attimo sull’orizzonte tra lo strato di nebbia e le nubi. Vedemmo poi sorgere altre luci e, a volta a volta, puntammo su ciascuna con una sorda speranza. Se la luce perdurava, tentavamo l’esperimento supremo: «Luce in vista», ordinava Néri allo scalo di Cisneros, «spegnete il faro e riaccendete, tre volte». Cisneros spegneva e riaccendeva il faro, ma la luce dura che noi tenevamo d’occhio, stella incorruttibile, non vacillava. Nonostante l’esaurirsi del carburante, ogni volta abboccavamo agli ami d’oro; ogni volta si trattava della vera luce di un faro, ogni volta si trattava dello scalo e della vita, e poi eravamo costretti a cambiar stella. Allora ci sentimmo persi nello spazio interplanetario fra cento pianeti inaccessibili, alla ricerca dell’unico pianeta vero, il nostro, il solo che contenesse i paesaggi a noi familiari, le case amiche, i nostri affetti. Il solo che contenesse... Voglio dirvi che immagine mi apparve, e forse vi sembrerà puerile. Ma in seno al pericolo si conservano le preoccupazioni proprie dell’uomo, ed io avevo sete, avevo fame. Ritrovando Cisneros avremmo proseguito il viaggio, dopo avere fatto rifornimento, ed avremmo atterrato a Casablanca col fresco delle prime ore del mattino. Finito, il lavoro! Saremmo andati in città, Néri ed io. All’alba si trovano certe piccole bettole che già aprono i battenti... Ci saremmo seduti a un tavolino, in sicurezza completa, e ridendo della notte trascorsa, davanti ai panini appena sfornati e al caffellatte. Questo regalo mattutino avremmo ricevuto dalla vita, Néri ed io. Non diversamente una vecchia contadina raggiunge il suo dio solo per il tramite di un’immagine dipinta, di un’ingenua medaglia, di un rosario: occorre usare un linguaggio semplice, per farsi capire da noi. Così, per me, la gioia di vivere si raccoglieva tutta in quella prima sorsata aromatica e bollente, in quell’unione di latte, caffè e grano che ci pone in comunione con i pascoli placidi, le piantagioni esotiche e le messi: in comunione con tutta la terra. Fra tante stelle ne esisteva una sola che, per mettersi alla nostra portata, componesse quella ciotola odorosa di colazione all’alba. Ma tra il nostro apparecchio e la terra abitata si accumulavano distanze invalicabili. Tutte le ricchezze del mondo avevano dimora in un granello di polvere smarrito tra le costellazioni. E l’astrologo Néri, che tentava di riconoscerlo, continuava a implorare le stelle. Ad un tratto il suo pugno mi scrollò la spalla. Sul foglietto di cui quella botta era il preannuncio io lessi: «Tutto bene, ricevo magnificamente un messaggio...» ed attesi, col cuore palpitante, che egli finisse di trascrivermi le cinque o sei parole che ci avrebbero tratti in salvo. Finalmente lo ricevetti, quel dono del cielo. Recava la data di Casablanca, donde eravamo partiti la sera prima. Per un ritardo nel turno di trasmissione, ci raggiungeva improvvisamente, a duemila chilometri di distanza, tra le nubi e la nebbia, e persi in mare. Il messaggio proveniva dal rappresentante dello Stato all’aeroporto di Casablanca. Lessi: «Signor de Saint-Exupéry, mi vedo costretto chiedere a Parigi sanzioni a vostro carico, per avere virato troppo vicino alle rimesse alla partenza da Casablanca». Era vero che avevo virato troppo vicino alle rimesse. Era anche vero che quell’uomo, adirandosi, faceva il suo mestiere. Nell’ufficio di un aeroporto avrei subito il rimprovero con umiltà. Ma ci raggiungeva là dove non aveva da raggiungerci. Stonava, tra quelle stelle troppo rade, quel letto di nebbia, quel sapore di minaccia del mare. Noi reggevamo in pugno i nostri destini, quello del corriere e quello dell’apparecchio, riuscivamo a stento a governare per vivere, e costui sfogava su di noi il suo piccolo rancore. Ma, lungi dall’esserne irritati, provammo, Néri ed io, un giubilo ampio ed improvviso. Qui eravamo i padroni e lui ce lo faceva scoprire. Non s’era accorto dai gradi sulle maniche, quel caporale, che eravamo promossi capitani? Ci disturbava nel nostro sogno, mentre noi facevamo gravemente i cento passi tra l’Orsa Maggiore e il Sagittario, e l’unica cosa che fosse a nostra misura e potesse preoccuparci era quel tradimento della luna... Il dovere immediato, l’unico dovere del pianeta su cui quell’uomo dava segno di presenza, consisteva nel fornirci cifre esatte per i nostri calcoli tra gli astri. Invece erano errate. Quanto al resto, per il momento, il pianeta non aveva da far altro che tacere. E Néri mi scrisse: «Invece di trastullarsi con sciocchezze costoro farebbero meglio a ricondurci da qualche parte...». Per lui, «costoro», riassumeva tutti i popoli del globo, in uno con i loro parlamenti, i loro senati, le loro marine, i loro eserciti e i loro imperatori. E, rileggendo quel messaggio di un insensato che pretendeva di aver a che fare con noi, viravamo di bordo verso Mercurio.

Prezzo Copertina Ed. Cartacea:
EUR 9,90
Prezzo Kindle:
EUR 3,99
Risparmi:
EUR 5,91 (60%)
Il prezzo Kindle s'intende IVA inclusa

INFORMAZIONI SU QUESTO ARTICOLO

DESCRIZIONE

Un diario di viaggio tra cielo, sabbia e vento che racconta la difficoltà e la meraviglia di essere uomini nelle avversità, nella fatica, nella gioia.
Al comando del suo aeroplano Antoine de Saint-Exupéry vola sul nostro pianeta per consegnarci la più commovente delle avventure, quella di essere uomini.

Antoine de Saint-Exupéry (Lione, 1900-Mar Tirreno, 1944), pilota e scrittore, esordisce con la novella L’aviatore (1926). Nel 1935 durante un raid New York-Terra del Fuoco resta gravemente ferito. Dalla lunga convalescenza nasce Terra degli uomini. Nel 1943 pubblica Il piccolo principe uno dei libri più venduti al mondo. 

FUNZIONALITÀ E DETTAGLI

DETTAGLI PRODOTTO

  • Data di pubblicazione: 6 nov 2014
  • Editore: Ugo Mursia Editore
  • Lingua: Italiano
  • ASIN: B00PD1YT12
  • Classifica vendite Amazon.it: 29070

Commenti