Fino all'ultimo Post


@Maxjack che cos'è x per te la vita?
@Jo1a dimmelo tu…
@Maxjack è una linea sottile fra essere e
apparire. Stringimi forte jack.
@Jo1a… come sempre.

«Sei ancora sveglio, Max?»
«Ero in bagno, Francy»
Un click pose fine all'interazione. Tre ore dopo un bussare destò Max. Quando venne alla porta c'erano due poliziotti.
«Cosa volete?» disse assonato Max.
«Massimo Narducci? Lei è in arresto cautelare per l'omicidio di Alessandra Denis. Anni 14. Scomparsa un mese fa»
«E chi è?» chiese scioccato Max.
«Non la riconosce, eh? Allora saprà chi è Jo1a utente facebook dal 2011. Anche su Twitter eravate… come dire in confidenza. Lei era fra i suoi amici o seguaci. Soprattutto in chat», disse ironico il poliziotto più giovane.
«Non aveva 14 anni», disse sbiancando Max.
No! Non poteva essere... Un turbine di post e messaggi che lo avrebbero potuto scagionare gli roteava addosso come se egli fosse l'occhio del ciclone.
«E quanto le aveva detto? Venga con noi la prego…» disse serio l'altro poliziotto mettendo fine ai suoi pensieri.
«Papà…» la voce provenne dalla cameretta. Era Alice, la sua piccola e adorata Alice.
«Max, tutto bene?» chiese Francesca sbucando dalla camera da letto e andando in cameretta. Il gelo paralizzò la scena. Francesca ricomparve con Alice in braccio che li guardava stranita. Francesca guardava lui e i poliziotti senza capirne il nesso. Avrebbe dato non so cosa Max per non trovarsi in quella situazione. Ma avrebbe spiegato ogni cosa... Avrebbe messo a posto ogni cosa... Lui era innocente…
«Francy, devo andare con loro per accertamenti», scandì Max incerto.
«Di che genere?»
In quel momento Max si vergognò da morire. Come spiegare la sua innocenza senza dover confessare le trasgressioni su Facebook e Twitter? Il poliziotto più giovane con fare sbrigativo disse al posto suo: «Signora Francesca, è bene che si vesta pure lei e ci segua. Al commissariato le spiegheremo.»
Le belle labbra di Francesca tremarono e disse battendo un piede per terra: «No! Ora!» non era un atteggiamento tipico di sua moglie ma in quella situazione surreale tutto poteva essere, pensò Max.
Gli agenti si guardarono e poi il più anziano rispose: «Suo marito aveva contatti via facebook e twitter con una giovane da poco deceduta. Magari non centra con l'omicidio di Alessandra, ma è nostro compito indagare. Se gentilmente ci vuole seguire.»
«Ma lui non ha nessun account… facebook o Twitter!!» l'ultima parola le corrose la gola. Gli agenti la guardarono comprensivi. Francesca strinse le sue labbra talmente forte dal farle sanguinare. Una serrata sulle sue belle labbra per non fare uscire i pensieri più inopportuni.
«Prima devo portare la piccola da mia madre», disse decisa Francesca voltandosi e andando in camera da letto.
«Sta bene signora. Ma le ricordo l'importanza di collaborare con la polizia. Nonostante l'imbarazzante situazione.» Nessuna risposta. Solo il rumore secco di una porta che sbatteva. In quel secco rumore di porta Max capì di aver perso sua moglie. Per sempre. Ma non era quello che lo angosciava in quel momento... non era sua moglie o sua figlia... nemmeno allora la sua famiglia lo preoccupava... era Jo1a o Alessandra come l'avevano chiamata. C'era qualcosa che gli sfuggiva, ma l'ansia che gli scaturiva dal non poterla più leggere era talmente forte dal non riuscire più a pensare ad altro. Si rendeva conto del proprio egoismo mostruoso, ma il pensiero di quelle ore liete non sarebbero più tornate gli dava l'agonia.

Max non ci credeva ancora che fosse tutto vero finché il brutto muso da maiale del maresciallo Marcello Larocca non gli fu davanti e guardandolo come un animale non gli fumò una sigaretta addosso. Lo credeva colpevole. Fine di ogni speranza.
«Dunque Massimo Narducci, lei aveva
una relazione clandestina con la giovane
adolescente Alessandra Dennis. Ci risulta che...» s’interruppe e lo fissò in cerca di segni negli occhi di Max.
«Io non sapevo che era un’adolescente, maresciallo…» interruppe Max.
«Non mi interrompa, Narducci!! E risponda semplicemente alle mie domande. Siamo intesi?» Glielo disse ad un centimetro dal suo naso. Da lì poteva sentire l'odore di rum e il puzzo della sigaretta appena fumata. Max annuì distrutto. Si stava mettendo stramaledettamente male per lui...
«Dov'era ieri mattina verso le 12:30?» chiese Larocca fissandolo.
«Da un cliente...»
«Chi?»
«Un certo Buscini. No, forse Buscetti. In questo momento non ricordo. Ma se chiama la mia segretaria Alberta glielo dice...» disse Max sudando freddo. Troppe poche ore di sonno gli stavano
giocando un brutto tiro.
«Provvederemo…» mormorò il maresciallo in modo losco. «E questo Buscetti o Buscini può testimoniare che era con lei a quell'ora?» chiese distrattamente il maresciallo mentre chiamava l'attendente per l'ennesimo caffè.
«Ehm no, non c'era», disse sospirando Max. Un mezzo sorriso di Larocca mise fine all'interrogatorio. Max allora armeggiò con il telefono per dimostrargli che fino ad un tre ore fa parlava con lei via facebook, ma l'unica risposta che ricevette fu: «Attendente! Ritirate la prova del crimine!» e così gli portarono l'unica prova che aveva. Sperava che con l'arrivo di Francesca e del suo avvocato le cose si sarebbero risolte... ma Francesca tardava ad arrivare... e del suo avvocato nemmeno l'ombra. Chiese di fare una chiamata: gli fu concessa. Allora chiamò sua moglie, ma non rispose e allora chiamò sua sorella ma non fu una buona idea perché da come rispose ebbe l'impressione che già sapesse. Ed infatti dopo i primi preamboli disse disperata: «È stata qui la polizia e la tv. Sei su tutti i tg come il mostro del web. Come hai potuto Max...» stava piangendo e ogni parola era un singhiozzo di colpevolezza. Lo credevano subito colpevole??
«Anna! Io sono innocente! Chiama Cledia o il tuo amico avvocato!»
«Vuoi immischiare le mie amicizie e la mia vita privata con le tue sudicie colpe??»
Anna, la sorella di Max pareva arrabbiata.
«Passami la mamma o papà!» chiese Max scioccato dalla risposta della sorella.
«No!» e riattaccò. Quella vipera riattaccò. Gli era sempre stata antipatica quella sua sorella più piccola... E di Francesca nessuna traccia. Due agenti lo scortarono in un locale che fungeva da cella. Dissero che al momento doveva attendere lì nuove disposizioni. Seduto in quella cella, illuminata male, si sentì perso e disperato. Una voce lo raggiunse.
Era sua sorella: proveniva dalla tv di una guardia. Si spinse nell'angolo più estremo e sbirciò il piccolo televisore. Era lui che usciva assieme alle guardie. Non sapeva che c'era la troupe televisiva. La cronista lo stava descrivendo come un incensurato professionista che dietro la facciata da brava persona nascondeva un viscido che nottetempo aveva seviziato e ucciso la giovane ragazzina adescata via web. Il mostro di facebook è stato arrestato!!
“No! No! No!” gridava la voce della sua testa... La voce reale era stata respinta indietro dall'orrore che la faccenda stava prendendo. Si sedette sfinito sulla seggiola con la testa fra le mani cercando di pensare a chi poteva rivolgersi. Non poteva averla uccisa lui se fino alle tre o alle quattro parlava ancora con lui. Sempre se era lei… E se lo avessero voluto incastrare? Ma chi? Aveva bisogno di un alleato fuori. Ma chi avrebbe avuto voglia di aiutarlo? Mise in rassegna i suoi amici e non ve ne trovò nessuno disposto ad intaccare la propria immagine per aiutarlo. Lui il golden boy della city. Era ovvio che fosse il pettegolezzo più gettonato. Si rese conto con disgusto che lui avrebbe fatto altrettanto. Non avrebbe rischiato il suicidio sociale per nessun motivo. Per nessuna persona. Chi valeva tanto? Chi sarebbe stata alla stessa stregua di anni di sacrificio? Forse nessuno. Si sentì sul punto di piangere quando una guardia aprì la porta blindata ed entrò il tenente che dirigeva le indagini. Non era Larocca, era un altro ma dal viso serio e sottile non prometteva niente di buono.
«Narducci, lei è libero... per il momento. Abbiamo ricevuto una segnalazione e stiamo seguendo un’altra pista. Deve ringraziare che c'è qualcuno che le vuol bene al punto di denunciarsi al posto suo. Io la credo colpevole, ma i fatti lo dimostreranno. Adesso se ne vada. I suoi effetti tranne il cellulare sono all'entrata.» Detto ciò girò i tacchi e se ne andò. Max era sbalordito dalla notizia. La sua mente corse a Francesca. Possibile? Non lo credeva. Ma allora chi? Con le gambe che pesavano una tonnellata varcò l'uscita del commissariato. Una volta fuori una miriade di flash lo accecarono. E i giornalisti lo mitragliavano di domande. Alcune anche spietate e disarmanti. Alcune persone lo insultarono pesantemente ed altre gli tirarono addosso frutta marcia. Le forti mani della guardia lo spinsero avanti verso la volante. Attutito dal vetro Max guardò in faccia l'inferno, in cui si era cacciato involontariamente. Era troppo scioccato per capire.

Una volta a casa cercò tracce di Francesca, ma pareva svanita nel nulla. Francesca era sua moglie da vent'anni. Ne avevano passate tante insieme. Come non capirla comunque? Prese l’ipad che teneva di emergenza. I poliziotti non lo avevano trovato. Per il resto la casa era un massacro. Come la sua vita del resto. Si collegò a facebook seguendo uno strano presentimento. Il suo account era stato certamente bloccato. Seguì l'accesso con un altro che gli faceva da spalla fake. Guardò l’homepage con occhi nuovi. Con tristezza ridiscese alla cronologia e rimase scioccato.
Jo1a era lì che postava come nulla fosse. Indisturbata ed estrema come sempre. Gli mandò un messaggio in chat. Ma venne ignorato. Allora cercò la sua attenzione, ma lei non faceva una piega anzi lo bloccò. La rabbia prese il sopravvento quando gli scrisse: «Non cercarmi più. Non voglio altri casini, mi bastano i miei. Addio». Sentì un dolore al petto e la delusione corrodergli per tutto il resto.
Questa era davvero la sua @Jo1a? Stava per chiudere tutto quando un beep di notifica gli fece visualizzare l'ultimo post di Jo1a che aveva scritto mentre lui era agli arresti in commissariato.

@Jo1a aveva scritto: «Non si finisce mai d'imparare lo schifo che fa certa gente».
Le avevano risposto: «Fa schifo la vita»
@Jo1a aveva risposto qualche minuto dopo: «Esatto tesoro. Prima ti fanno innamorare poi cercano di rovinarti la vita con i loro problemi» E poi altri utenti avevano aggiunto la loro... come sempre.

Proprio lei diceva questo?? Un conato di vomito lo fece correre in bagno per vomitare bile. Quanta ipocrisia in quelle frasi e quanta ingiustizia. Ma il pensiero peggiore era per sé stesso. Quante volte aveva egli stesso risposto a quel tipo di tweet o post credendola innocente? La loro amicizia non era forse nata proprio da un post simile? Sospirò tirando lo sciacquone e tornando alla scrivania a passi stanchi prese l'ipad per spegnere quell'inutile girone di dannati, quando vide che la discussione era degenerata di brutto. Un altro utente aveva dato della schifosa a Jo1a e ora il branco la stava difendendo attaccando l'utente.
Max cliccò e vide che si trattava di @SoloBecky, una carissima ragazza che da sempre diceva di amarlo. Becky la conosceva davvero: da giovanissimi avevano avuto una storia intensa ma travagliata. Poi lui era partito per Londra ed aveva sposato Francesca, perfetta in ogni suo essere. Max aveva pensato che con Francesca sarebbe stato felice e soprattutto sereno. Cliccò sul profilo di @SoloBacky e vide il dolce stato di una persona per bene che citava: “Fino a
prova contraria io credo in te (Max)”. Max si mise a piangere, lui che non aveva pianto nemmeno al funerale di suo nonno. Pianse per dieci minuti ininterrotti stringendo l'ipad quasi a volerlo rompere. Che creatura stupida era l'uomo. Smise e si sentì meglio quando sentì che qualcuno armeggiava con la serratura d'ingresso. Entrò Francesca in pessimo stato. Aveva il trucco sfatto e le calze smagliate. Era ubriaca. Ondeggiando andò in camera da letto. Non aveva mai visto la sua sempre perfetta moglie in quello stato. La rabbia di tramutò in pena. La seguì in camera. La vide prendere il valigione delle vacanze. Ma lo prese male e gli cadde dalle mani andando a rovesciare il contenuto del portagioie della mensola sotto. Maglie e gioielli costosi caddero per terra ma invece di raccoglierli ci mise il piede sopra.
«Dove vai, Francy, posso spiegare...»
Francesca si fermò e lo guardo come una bestia.
«PUOI SPIEGARE??? Ti ho dedicato gli anni migliori della mia vita!! E tu che fai? Vai a donnacce sul web??!! Tu sia maledetto, Max. Almeno fai come tuo padre che le caricava su e poi non combinava macelli!!» una volta avevano visto suo padre caricarne una prostituta ma da allora non ne avevano mai parlato.
«Ma che dici...» aveva cercato di dire Max entrando nella stanza, quando si vide lanciare uno Channel n.5 addosso. Poi un Dior e un Dolce & Gabbana. Si nascose richiudendo la porta davanti a lui. Le bottigliette preziose vi si infransero sopra una dopo l'altra. Poi silenzio. Max cautamente riaprì la porta e la vide seduta per terra con le mani insanguinate che piangeva. Un forte odore di profumo mischiato gli arrivò diretto alle narici. Si sedette accanto a lei e disse: «Io ti amo, Francy» lo disse piano ma lei non lo guardò e dopo poco rispose sempre a bassa voce:
«Mentre tu avevi paura d'invecchiare, io ti invecchiavo al fianco e ti guardavo chattare con questa e con quella. Io ti scusavo. Ti ho sposato pur sapendo che scappavi da qualcosa! Ma che quel qualcosa fossi tu stesso non lo volevo accettare. Almeno fino ad oggi. Sono andata a letto con il tuo amico Ben. Il tuo migliore amico. Da una vita mi ama, ma ti ho sempre rispettato. Da oggi, Max, non ti rispetto più.»
La stanza si fece gelida mentre le ultime parole di Francesca s'infrangevano nel silenzio del desolato pavimento. Vederla fare le valigie e non poterle dire quanto gli dispiaceva e quanto avrebbe voluto provare ad aggiustare le cose era insopportabile.
Lei e Ben... Ben e Francesca... Una rabbia si impossessò di Max tanto da spingerlo ad uscire nel cuore della notte. Con la polizia all’erta. Eh niente, uscì lo stesso nell'indifferenza di sua moglie. Corse in macchina senza pensare. Pestando l'acceleratore come fosse la faccia di quello schifoso di Ben. Arrivò mentre Ben stava buttando l'immondizia. Gli arrivò alle spalle, lo fece girare e gli mollò un cazzotto. Ben cadde sui bidoni, ma non aveva la faccia sorpresa. Già sapeva. Questo aumentò la rabbia di Max che gli si buttò addosso gridando: «Maledetto!!» ma l'amico questa volta rispose all'attacco. Rotolarono sul selciato, prendendosi a pugni. Ma d'improvviso Ben ebbe la meglio e tenendolo fermo gli gridò addosso: «Adesso Basta Max!! Dammi dell'infame quanto vuoi, ma io tua moglie la amo da prima del liceo e tu lo sai!!» le prime gocce iniziarono a ticchettargli addosso ma in breve iniziò a piovere sul serio. I due uomini erano incapaci di muoversi. Max fissava Ben senza riuscire a parlare. Ormai erano bagnati fradici, ma loro nemmeno se ne accorgevano. Ben riprese a tono più basso sempre tenendo per terra Max: «Ti ho rispettato amico. Ho rispettato i tuoi problemi personali, ma la vedevo sai?? Tu sempre attaccato ai tuoi social e lei sempre più sola. All'altare le feci una promessa che me ne sarei stato fuori finché l'avessi vista felice. Ma felice non era, perdio! Hai rovinato tutto, Max, e io adesso te la porterò via per sempre.» Detto ciò si alzò continuandolo a fissare in modo distaccato, ma intenso.
Max abbassò lo sguardo e disse: «Sistemerò tutto! Riavrò Francesca e tu non sarai più niente per noi.»
Ben stava rientrando in casa quando gli rispose: «Sistema i tuoi casini prima.» Il chiudere della porta mise fine alla loro conversazione.
Max rimase ancora sdraiato sul selciato, con la pioggia che gli colava addosso, incapace di rialzarsi e tornare a casa.
Ben aveva ragione e Max lo sapeva. Le forze lo abbandonarono: in poche ore aveva perso sua moglie e il suo migliore amico e questo tipo di strappo, egli lo sapeva, era difficile da ricucire. Si sentì solo e la notte gli parve ancora più nera e fredda di quanto in realtà fosse. Si alzò a fatica ma invece di dirigersi a casa entrò in un bar dove di solito prendeva un drink dopo cena. Mimmo il barista non fece domande, ne pretese confidenze. Si limitò a riempire il bicchiere di Max fin quando non si fece ora di chiusura. Lo lasciò lì seduto davanti la sua saracinesca chiusa. Gli offrì un passaggio ma Max rifiutò e non potendo fare molto altro lo salutò. Era stata una giornata molto pesante anche per Mimmo. Ad un certo punto quando la vita ti pesa ogni grammo che respiri ti vien difficile capire la gente come Max che, pur avendo tutto, si era rovinato con le sue mani. Max sentiva il biasimo della gente su di lui. Sentiva fin lì i pensieri di sua moglie. La stretta al cuore del tradimento di Ben, sebbene lo capisse almeno in parte. Non poteva negare a sé stesso che anche lui lo avrebbe fatto. Avrebbe tradito Ben pur di avere una donna come Francesca al suo fianco. Eppure lui che l'aveva si era ridotto a cercare forti emozioni presso donne scadenti. Eppure gli mancava ancora il non pensare a niente di quelle ore. Non era la persona a mancargli ma la bolla di relax in cui si cullava in quei minuti che poi diventavano inevitabilmente ore e poi giorni, mesi, anni. I suoi anni. Tutti quelli che gli stavano sfuggendo dalle dita minuto per minuto.
«Max??» era stata una sagoma sotto un ombrello rosso a chiamarlo. La sagoma si ridisegnò man mano che si avvicinava. Era @SoloBecky con il suo volto tondo e l'eterna aria fanciullesca.
«Ah sei tu, Becky...»
«Mi chiamo Nina. Becky solo sul web», disse lei con le mani nelle tasche del giubbotto di pelle e l'ombrello rosso in‐
castrato fra il collo e il gomito.
«Lo so, Becky. Sei una mia cliente e anche altro. Lo sei ancora vero?» Max la guardò speranzoso.
Becky sorrise e mentre prendeva posto accanto a Max rispose: «Certo, MaxJack.»
«Grazie Nina», disse lui sorridendo per la prima volta in quella tremenda giornata. Dopo poco Max aggiunse: «Mi piace pensarti come Becky perché sa di mare e ti dona di più. Ma se ti dà fastidio ti chiamo come vuoi.»
Becky abbassò gli occhi e arrossì mormorando: «Grazie. Puoi chiamarmi come vuoi.»
Max guardò quella gentile ragazza accanto a lui e se ne sentì terribilmente attratto. Tutto quel passato addosso che adesso voleva uscire di nuovo… Aveva quella linea del collo terribilmente morbida come se fosse stata creata per appoggiarci le labbra, l'anima e la vita. La baciò e lei glielo lasciò fare. Morse quel piccolo lobo che aveva per orecchio e poi attraversò a piccoli baci la linea sottile e invisibile che lo portava alle labbra carnose. Becky sapeva di profumo francese. Gli mise la mano sinistra fra i morbidi ricci corti e neri e l'attirò a sé mentre con la destra percorreva il braccio, la schiena, fino ad arrivare al piccolo seno incredibilmente morbido. Becky gli fermò la mano prima che proseguisse verso le sue parti interne.
Lui a fior di labbra del tutto perso le mormorò: «Non dirmi che non lo vuoi, Nina.»
«Le cose belle vanno fatte con calma. Non sono io la tua soluzione stanotte» disse lei sottovoce.
Lui sbuffò e riappoggiò la testa nella saracinesca. Aveva la testa che gli girava, il cuore improvvisamente era come impazzito e gli toglieva il respiro. Pensò che fosse tutta colpa dell'alcool e di quella piccola elfa che lo guardava dubbiosa.
«Dannazione» disse Max e poco dopo chiudendo gli occhi aggiunse: «Ed eccola signora e signori la piccola Sotuttoio! Non potevi tornartene te stessa domani?»
Ora la stava guardando intensamente negli occhi dilatati dall'eccitazione e dell'alcool. Le labbra di lei assunsero un’espressione orizzontale e gli occhi fiammeggiarono scintille nere di disapprovazione.
«Vai a casa, Max. Sei ubriaco», disse lei alzandosi.
«Vacci tu. Io sto meglio ubriaco che da sobrio», disse Max voltando la faccia verso il profilo oscuro della strada.
«Ti ammalerai…» disse lei cocciutamente.
«Ma che me ne frega, Nina!! Meglio la morte...» si bloccò a corto di parole. Si fissarono e allora lei gli mise una mano sulla guancia e disse dolcemente: «Passerà tutto questo, Max, credici.»
Lui chiuse gli occhi e strinse la mano di lei senza dire più niente. Un mare nero di lacrime lo avvolgeva e lui non desiderava altro di affogarci dentro per sempre. Poi d'improvviso il male superò le
barricate e fu troppo per lui…
«Vai via, Nina. Mi stai facendo male così. Mi fai sempre male. Sei una grandissima egoista.»
«Come?» chiese in sussurro lei.
Lui respirò, aprendo gli occhi e guardandola disse: «Non sono la bella persona che tu credi o vuoi credere. Non lo posso essere. Non ti posso salvare, lo vedi??»
La faccia di lei, se era possibile, si rimpicciolì ancor di più e in un piagnucolio disse: «Non mi aspetto niente.»
«Invece sì! Le belle persone si aspettano sempre qualcosa perché è giusto così. Se le meritano le belle cose le belle persone. Tu te le meriti. Ma io non posso essere meglio di così. Tu non puoi farmi sempre stare così abbarbicato ad una speranza che cambierò. Mi fai sentire deluso di me stesso. Mi ricordi, con i tuoi occhioni da cerbiatto, che sono un fallito. Già tutto il mondo me lo ricorda. Ma di tutto il mondo me ne frego. Ma di te no, Nina, io non me ne frego di te. Non posso semplicemente. Se conoscessi un sentimento vicino all'amore, quello sarebbe per te. Ma non sono in grado neanche in quello.»
«Taci, scemo», disse lei e gli prese il viso fra le mani e lo baciò. Allora lui si alzò e la strinse a sé fino a sentire tutti gli angoli e i muscoli del corpo di lei. La portò su a casa di lei, che era a pochi metri dal bar. La spogliò lì sul pianerottolo delle scale all’interno della abitazione. Poi la prese in braccio e la portò su nella camera da letto. Era come se già conoscesse quelle stanze, come se già conoscesse il corpo di lei, di fanciulla già grande.

Il mattino dopo un mal di testa lo attanagliava. Max ci mise svariati minuti per capire dov'era, poi con orrore capì quello che aveva fatto. Un brivido gelido lo percorse. Si guardò attorno. Lei non c'era. Sentì l'acqua scorrere. Era sotto la doccia. In velocità raccolse le sue cose e senza salutare uscì da quella casa. Ed iniziò a correre senza vedere dove andava. L'importante era correre via da tutti e da lei. Avrebbe preso pure il treno se non si fosse accorto dopo un paio di chilometri che era tampinato da una volante. Stava eseguendo così il manuale del perfetto colpevole. Riluttante tornò a casa sua. Quel che rimaneva di casa sua.
In casa propria prese un analgesico per il mal di testa. Si chiese se uno scotch gli avrebbe sciolto i nervi ma poi ci rinunciò: non aveva voglia neanche di quello. Sul divano chiuse gli occhi e cercò di rilassarsi, ma dopo poco squillò il telefono fisso. Era sua madre.
«Ciao, Max.» La voce della mamma non lo rincuorò.
«Come va, figliolo?» continuò la madre. Si sentiva che era ansiosa da come arrotondava le vocali. In un certo qual modo ne fu sollevato. Aveva temuto che fosse Nina. Anche se forse il numero del fisso di casa sua non gliel’aveva mai dato. Non c'era mai stato bisogno. La verità era che si vergognava e non sapeva cosa dire a Nina. Era così totalmente destabilizzato che faceva fatica perfino a ricordarsi dov'era girato. Era accaduto. Ecco, tutto qua. Era stato stupendo. Sì, quello se lo ricordava bene. Infatti al solo vago ricordo sentiva che l'eccitazione gli provocava un inizio di erezione.
«Ma insomma Max ci sei??» la voce della madre lo ricondusse alla realtà.
«Sì, mamma. Scusa. Cosa vuoi?» rispose prontamente Max.
«Come, cosa voglio? Voglio sapere come sta il mio ragazzo?»
Silenzio… Dopo un attimo Max rispose computo: «Mamma, Francesca se n’è andata. Mi ha lasciato.»
«Avrà avuto i suoi buoni motivi», rispose serafica la madre.
«E quali, mamma??» chiese d'istinto Max arrabbiato.
«Oh su via, facebook! È riportato su tutti i giornali quello che scrivevi… uhm postavi… come dite voi... tuo padre è molto arrabbiato» e poi… «Pure io», aggiunse
dopo un attimo di esitazione.
«Cosa è riportato su tutti i giornali, mamma??» disse scioccato Max. La madre entrò in crisi e iniziò a farfugliare cose. Sua madre era un delirio a riportare notizie. Ad un certo punto esclamò: «Non ti azzardare ad arrabbiarti con me, signorino!!! Tuo padre non voleva neanche che ti chiamassi!!» dichiarò accorata la madre.
«Non si smentisce mai papà, eh??» replicò amareggiato Max. La mamma respirò e poi riprese in modo pacato: «Max, io e tuo padre siamo preoccupati per te.»
«Papà è preoccupato per la sua faccia mica per la mia…»
«Anche. Anche quello. Ma anche per te, Max. Anche per te. Noi pensavamo se non era il caso che tu andassi giù in Sicilia per un po' da zio Salvatore. Lui sarebbe contento.»
Max era sbalordito da quello che stava dicendo la madre.
«Mamma!! Ma cosa stai farneticando?? Non ho quindici anni e non ho perso la verginità con qualche scapestrato che mi vuoi mandare a largo. Ho quarantacinque anni e sono un professionista.»
«Ah, bel professionista il mio ragazzo, specialmente in chat!!» replicò offesa la madre alzando la voce.
«Mamma, devo andare», replicò gelidamente Max che era stufo di quella conversazione surreale.
«Riguardati, tesoro», disse la madre dolcemente. Max si chiedeva spesso se fosse possibile che la madre sentisse una qualche forma di “voci” nella sua testa ogni tanto. Solo così si potevano spiegare i suoi cambi di umore repentini. Ma almeno aveva chiamato. Il padre mai e poi mai lo avrebbe fatto. Non aveva dubbi che il fallito del figlio fosse colpevole.
Seduto sul divano Max fu preso da ansia e terrore di aprire il pc e vedervi scritte tutte le sue condanne. Che poi la cosa peggiore era che fossero tutte false tranne quella cosa squallida di facebook. Che squallida non era, soprattutto all'inizio. Chiuse gli occhi e tornò ai quei giorni inquieti, ma tranquilli. Ma i ricordi erano confusi dalle recenti scoperte. In lui serpeggiava la voglia di curiosare sul web… solo per leggere ciò che scrivevano… Ma un insano timore gli impediva di seguire la propria curiosità. Doveva anche chiamare il suo avvocato. Lo avrebbe dovuto già fare prima in realtà, ma il loro avvocato di famiglia era all'antica. Non si capiva quale religione seguisse… anglicana, Gesuita… ma qualunque fosse stato il suo Dio, Max era certo non avrebbe capito. Non che c'era molto da capire. Non era stato lui. Punto. Perfino Francesca veniva seguita da Cledia, il loro avvocato. Prese in mano il telefono e compose il numero di cellulare di Cledia.
«Pronto, Avvocato Vicini. Posso essere d'aiuto?» era Clara, la segretaria.
«Clara, sono Max Narducci. Mi puoi passare Cledia per favore?»
«Oh Gesù Giuseppe e Maria, Max! Sì sì ora te la passo.»
Max respirò: il peggio doveva ancora arrivare…
«Cledia è lui!! Ha finalmente chiamato!!! È qua, è qua!».
Passi lunghi e ben distesi: la sentiva perfino dal telefono la pesante camminata di Cledia.
«Max? Ragazzo, tu sei nei guai fino al collo e te ne vieni ora a chiamarmi?» Ecco questo era solo l'antipasto...
«Sì, Cledia, ho Bisogno del tuo aiuto», disse mite Max.
«Ovvio che hai bisogno del mio aiuto!!! E anche di una sana visita neurologica!!» e poi pianissimo disse: «Conosco un posto… ah accidenti… ecco Roberto che aveva problemi di… sai di che parlo… di…»
«Era gay Roberto.»
«A parte quello… era pure diciamo spinto a fare del sesso… diciamo… spesso…» adesso la voce era un sussurro. Max era già stufo, ma solo lei lo poteva aiutare. Era in gamba Cledia, sotto quelle mentite spoglie.
«Sì poi ne parliamo.»
«Comunque! È andato in questa clinica e si è fatto curare. Adesso non lo fa più» esplose lei alla cornetta del telefono.
Lo faceva ancora e anche molto di più… solo di nascosto. Ma glielo potevi andare a dire?
«Cledia non sono malato di sesso!»
«Certo che no, tesooroo», adesso Cledia stava mentendo spudoratamente e lo sapevano entrambi.
«Cledia, quando ci possiamo vedere? La polizia mi dà la colpa. Io non centro!»
«Sei solo porco. Lo so!!» esclamò lei solidale.
«Non sono porco» rispose indignato Max.
«Piciu, come tutti gli ometti», disse lei soavemente, fumando una Marlboro.
«Cledia, la quinta inquisizione è finita? Quando ci possiamo vedere?» «Senti, gioia, io oggi sono in tribunale… oh forse non vuoi più che ti chiami gioia… scusami tanto, ragazzo. Non lo farò più… uhm ci vediamo dopo passo io da te ed ehm… stampami se riesci tutte le vostre conversazioni dei tre anni o tutto quello che puoi. Non ti preoccupare sono vaccinata» piccola risata sciocca.
«Non posso, ho l’account bloccato» mormorò Max livido.
«Allora lo chiederò alla polizia… fai il bravo ragazzo» e riattaccò.
Ecco tutto ciò che Max voleva evitare.
Si guardò in casa… avrebbe dovuto far venire la donna delle pulizie. Ma non aveva voglia di gente in casa. Le avrebbe fatte lui con calma. Avrebbe anche voluto qualcuno al suo fianco… Avrebbe voluto Nina. Scacciò quel pensiero e con decisione accese la tv e in cuor suo pregò che i media non lo facessero fuori. Si vide così su tg.com24: la brutta faccia di sua sorella che fra una lacrimuccia e l’altra sputava cattiverie su di lui. Allora, preso dalla rabbia, chiamò a casa di suo padre per parlare con quella celebrolesa di sua sorella. Gli rispose il padre.
«Ciao papà, sono Max», lo salutò curioso della reazione paterna.
«Ah ciao, Max», rispose suo padre sulle sue.
«C’è quella cretina di mia sorella?» continuò riluttante della freddezza paterna.
«No, non c’è», rispose educatamente il padre.
«Ah è certo, e lo sai dov’è? A sputare idiozie in giro per le trasmissioni!! Tra l’altro mentendo a piè sospinto…», infilzò arrabbiato.
«Senti, figliolo, non mi pare il caso di dire queste cose al telefono. Io e tua madre domani veniamo a trovarti e ne parliamo con calma.»
“Non ho voglia di vedervi”, gli avrebbe voluto dire, ma il padre abilmente riattaccò subito così da evitare che lui disdicesse.
Suonò il campanello: era Cledia. Fece accomodare lei e prima di lei il suo interminabile profumo di Kenzo.
Lo baciò lievemente sulla guancia e si accomodò sul divano.
«Ti vedo bene, ragazzo», interloquì Cledia.
«Ma, insomma…» mormorò Max.
«Oh dai, non darti pena, vorrei avere avuto un ex marito come te nella mia vita», disse disinvolta Cledia accavallando i suoi enormi coscioni.
«Ma tu non sei mai stata sposata!»
«Appunto!» disse lei civettuola.
«Cledia, ho bisogno di aiuto: mezzo mondo pensa che io sia un maniaco assassino», disse lui guardando Cledia nei suoi occhi rotondi, che per la sua età erano ancora molto brillanti. Ora che la guardava bene da vicino, quella sera Cledia era molto elegante e aveva fatto
pure la tinta.
«Cledia, ma hai fatto la tinta? Da quando ti conosco non hai mai colorato i tuoi capelli bianchi», chiese spaesato Max.
La piega delle sue labbra confermarono la risposta.
Andò alla finestra e vide che c’erano la Rai e Bbc.
«C’è la pure Bbc qui nel nostro giardino?» strabuzzò gli occhi Max.
«Ma non saprei… li avrà chiamati qualcuno… tipo tuo padre. Adesso siedi, ragazzo, che dobbiamo parlare abbastanza seriamente», disse Cledia tirando fuori la Malboro e accendendosela.
«Ma non avevi smesso di fumare?»
«Ragazzo ho smesso tante cose, sesso, fidanzati, diete, amicizie ma di fumare non ho mai smesso», disse lei virtuosamente.
«Senti mia sorella se ne è saltata fuori che è contro di me», disse ancora rancoroso.
«Chi, faccia da topo?» chiese lei fissandolo attentamente.
«Chi vuoi che sia? Solo lei può fare queste meschinità. Che dobbiamo fare?»
«Niente. Non dobbiamo fare niente. Ti devi stampare in testa questo ragionamento. La gente potrà dire quello che vuole, anche contraddirsi: non servirà a niente ai fini della verità. Se sei innocente verrà fuori. C’è poco da fare. Ma invece qualunque cosa tu dica a chiunque là fuori, questa verrà registrata ed usata contro di te. Dalle corda a faccia di topo e s’impiccherà da sola. Anche se lei ti chiamasse, non parlarle. Fidati di me.»
Come non fidarsi. C’era una parte di Cledia che Max adorava. Ed era
quella che adesso lo stava dirigendo. Max annuì passeggiando su e giù.
«Ora, maialino, mettimi la firma per poter essere autorizzata a ritirare gli stampati delle vostre chiacchere in chat», Cledia gli strizzò l’occhio maliziosa e porse il foglio ad un Max imbarazzatissimo.
«Li leggerò a casa. Stanotte sarà una notte hot» e fece una risatina civettuola andando verso la porta. Prima di aprire la porta, fece un movimento rotatorio con i suoi capelli e si rimise il rossetto, poi strizzò gli occhi e a passi decisi e professionali arrivò alla macchina. Senza degnare i giornalisti di uno sguardo. Grande Cledia!
Quando se ne fu andata la chiassosa Cledia, nella stanza cadde un silenzio assordante e gli sembrò quasi di avere le vertigini. Aprì il portatile e si fece coraggio ma dopo un paio di articoli a suo dire osceni lo richiuse depresso e andò in cucina a cercare un po’ di sollievo facendosi un goccetto di gin, che poi divennero molti goccetti di gin. Fin quando non piombò su di lui la notte, la stanchezza e l’odio per sé stesso. Rimase seduto sul pavimento della cucina come in coma e non si mosse da lì fin quando il trillo della porta non lo destò.
Senza rendersene conto erano passati ore e il mattino era già arrivato.
Il padre e la madre entrarono computi e tesi. La madre aveva nella mano accuratamente ricostruita già il kleenex d’ordinanza. Il padre si sedette e disse al figlio: «Fammi uno scotch liscio senza ghiaccio
così per distendere l’atmosfera.»
Scattò in piedi la madre dicendo che lo faceva lei.
«Mamma, dove stai andando? La cucina è qui a destra, là ci sono le camere.»
«Ehm, devo andare in bagno», disse lei sulla difensiva.
Max alzò gli occhi al cielo e acconsentì. La donna s’intrufolò nel breve corridoio con molta smania. Ma Max sapeva che non era per fare pipì, ma bensì per controllare la casa. Infatti dopo poco ritornò tutta rossa e commentò: «Oh insomma, figliolo, per questo tua moglie ti ha lasciato… se lasci certi giornali in bella vista!»
«Mamma, dove vai a fare la pipì di solito sotto i letti degli altri?»
La madre si stizzì e fece una smorfia, ma tacque. Poi guardò il marito che, aggiustandosi il cravattino delle feste, disse: «Dunque, ragazzo, ormai sei senza lavoro…»
«Io un lavoro ce l'ho!» rispose indignato il figlio.
«Su via dopo tutta questa pubblicità negativa? Nessuno ti vorrà più! Ma tuo padre t'incoraggia a cavalcare l'onda del successo mediatico. Ho un’idea, figliolo!»
E questo non era ancora niente, pensò Max tracannando il suo negroni gentilmente preparato dalla madre, che se ne stava appollaiata sulla finestra, facendo finta di piangere, ammiccando sguardi ingenui ai cronisti.
Max non ci poteva credere alle parole del padre.
Cavalca l'onda… Diventa un personaggio… non elemosinare storie cruente… loro avrebbero senz'altro capito… e infine con un po' di fango addosso non sarebbe morto nessuno.
La mamma si era piazza davanti alla tv e con voce nasale aveva detto: «Il fango si secca, figliolo, ma i soldi no!!»
Era talmente scioccato da quella insensatezza concentrata che non aveva parole da controbattere. Se ne stava lì come una spugna ad assorbire. Fin quando il padre non si mise davanti alla tv anch'egli e, armeggiando con una chiavetta usb e inserendola nell'apposita fessura, disse con voce seriosa e melliflua: «Ragazzo mio, è un promo della trasmissione di stasera. Ci servirebbe una tua delibera legalmente firmata.»
In totale armonia la coppia della banda Bassotti annuì all'unisono.
Max intervenne subito spegnendo la tv e dicendo che non avrebbe partecipato a nessuna buffonata illegale. Era inutile vedere quel promo. La madre mormorò il suo disappunto lasciando sul tavolino la delibera. Mentre il padre livido, ma contenuto, non disse nulla. Prese il capotto e se lo infilò. Dopo una buona mezz'ora preparatoria fecero la loro funebre uscita. Max lì guardò dalla finestra bevendo il suo sesto Negroni. Era tutto così sbagliato. Max vide che il padre aveva lasciato la chiavetta inserita: che lo avesse fatto in modo deliberato Max non lo sapeva. Ormai era tutto così irreale. Il pensiero di vedere quel promo era orripilante ma non vederlo poteva risultare sciocco. Da solo non ce la poteva fare. Questo lo sentiva dentro. Nina dov'era quando aveva bisogno di lei? Era nel posto dove stanno le persone per bene. Si disse mentalmente mentre armeggiava con il telefono per chiamarla. Lei rispose al quinto squillo, la sua voce morbida era leggermente incurvata, quasi metallica quando rispose. Max s’incespicò parecchio prima di chiederle se voleva venire da lui a vedere il promo. Lei non aggiunse niente oltre ad un semplice e strano sì. Arrivò in ritardo e aveva un’aria leggermente eccitata. Se non l’avesse conosciuta più che bene, quella mattina sembrava fatta. La squadrò ma non gli parve di vedere nulla di diverso dal solito. Quella mattina indossava un dolcevita nero aderente su di una gonna lunga. Era visibilmente più magra di quando l’aveva vista nei mesi scorsi nel suo ufficio. Aveva con sé del whisky e dalla borsa di pelle nera uscì una bustina che doveva essere erba. Si appollaiò sull’angolo del divano e ne arrotolò una.
«Ma tu fumi quella roba?» chiese perplesso Max davanti a lui. Lei lo guardò con i suoi occhi brillanti da cerbiatta ma poi non rispose e gli porse la sua abilmente arrotolata. C’è sempre la prima volta per tutto! Questa è la verità. Per essere accusati di omicidio e per farsi una canna. Sotto i primi influssi della cannabis, accese la tv e mise in play il promo. Erano dalla D’Urso e accanto a faccia di topo c’era una rossa dai capelli lunghi e splendenti. Ecco in quell’attimo riconobbe Jo1a! Stava dicendo che anche lei era stata molestata da lui, Maxjack. Ma poi lei con l’aiuto del suo personal trainer era uscita dal suo tunnel di violenze virtuali e decadenza morale e lo aveva bannato. Certo dopo che aveva sentito la fine della ragazza morta. Aveva rischiato la vita: era sul filo come tutta la sua esistenza. Le parole persero significato mentre il promo terminava.
Gli salì alle labbra una risata strozzata. Disse: «E quindi… sarei un serial killer di tutte le Jo1a?», guardò Nina che guardava assente il video. Per parecchi minuti ella non rispose, poi come riavviata ricambiò il suo sguardo e prese il whisky mormorando un: «non ci pensare» ne tracannò una generosa sorsata. Questa Nina non l’aveva mai conosciuta. Non sapeva più se esserne attratto o destabilizzato.
Lei appoggiò la testa sulle gambe di Max e disse: «Tutto passa nella vita, Max. Cose belle e cose brutte. Passano le stagioni, gli amori, i dolori, vedi nascere i figli dei tuoi parenti, vedi diventare grandi come te i figli dei tuoi vicini e poi un giorno non vedi più uno di loro e scopri che è andato all’estero a cercar fortuna e tu rimani lì con la tua famiglia sfasciata di sempre, senza lavoro e prospettive. Poi un bel giorno incontri il più bell’uomo d’affari che tu abbia mai visto e scopri che è il tuo compagno che è tornato da Londra ed ha messo su
un’agenzia di assicurazione».
Il bell’uomo d’affari era Max e conosceva benissimo dove ella voleva arrivare. Le accarezzò il viso e disse con una voce quasi lontanissima, che forse gli veniva direttamente dal cuore: «Non potevo portarti con me, Nina.»
«Pensavi che ero malata, lo so! Lo dicevano tutti!» disse lei freddamente.
«Avevi i tuoi guai… Non potevi sopportare pure i miei. Avevi tuo padre malato e quel tuo fratello così strano», aggiunse in difesa dell’amica o di sé stesso.
Nina non rispose e volse lo sguardo lontano da Max. Lui le accarezzò il braccio e fece per tirarle su la manica quando le gli intimò di fermarsi. Non c’era bisogno che la guardasse ancora. Lui si fermò sotto quella voce tagliente e poi lei si ritirò su e gli disse: «Siamo tutti strani sotto questo cielo, Max Narducci», poi prese le sue cose e si avviò per andarsene. Max cercò di fermarla di fronte alla porta e con una mano la fece girare davanti a sé. Erano naso a naso, da qui si vedevano le sue lentiggini chiare e nei suoi occhi ci si poteva specchiare.
Le disse: «Nina, non andare», le stava accarezzando il lato del collo dove la pelle era talmente delicata da diventare quasi bianca. Ma lei gli tolse la mano e rispose con poco fiato: «Non così e non qui», poi aprì la porta e corse lungo le scale verso le cantine che davano accesso all’uscita secondaria. Così facendo aveva depistato i cronisti. Gli girava la testa, fra passato e presente, non sapeva da cosa voleva fuggir prima.
Era andato sì a Londra, per diventare qualcuno, all’inizio era stato davvero convinto che sarebbe tornato e l’avrebbe salvata da sé stessa, poi aveva conosciuto Francesca e si era innamorato di lei, allora aveva piano piano allontanato Nina e le sue manie compulsive, i suoi problemi con il tumore del padre e le violenze di suo fratello, che poi si era scoperto bipolare e ossessivo verso la sorella minore. Troppo ossessivo. Quasi maniacale.
Una volta l’avevano salvata in tempo. Ancora pochi minuti e l’avrebbe ammazzata. L’avevano trovata nuda e piena di lividi. Aveva uno squarcio lungo il braccio, ma per fortuna non aveva abusato di lei. Era stato allontanato e poi riammesso in casa sua. Un delirio di vita. Sì, forse sì, era fuggito dall’Italia anche per lei. E quando vi era rientrato da sposato aveva pensato che Francesca lo avesse salvato infondo. Ora non lo sapeva più.
Il trillo del fisso lo ridestò. Era Cledia che con voce musicale impastata di biscotti gli disse: «Sta venendo a casa tua Piper, mia nipote. È un hacker accreditata, cercherà le prove della tua innocenza.» Poi fece una pausa per mangiare un altro biscotto e disse: «Non ci provare con lei, non ti conviene», poi fece la sua risatina e riattaccò. Questa notizia lo fece sentire meglio. Preso da un raptus positivo iniziò a pulire casa. Dopo circa venti minuti, suonò il campanello insistentemente, corse ad aprire e si ritrovò davanti una ragazzina color cioccolato dai capelli rasta e lo sguardo schifato.
«E tu chi sei??» chiese Max senza farla entrare.
«Piper, idiota, quella che ti salverà le chiappe da tutta questa brutta storia!!»
«Ma quanti anni hai? E da dove sei entrata? Ti avranno mica vista quelli là?» Lei per tutta riposta lo scansò e poi disse guardandosi in giro: «Bella casa: devi essere danaroso, eh?? Sta tranquillo che non ti scambiano per pedofilo. Sono entrata dalle cantine assieme ad una signora.»
Piper aveva l’aria di saperla lunga e continuava a guardarsi intorno. Poi si bloccò e prese possesso della scrivania e dallo zaino, tirò fuori vari marchingegni complessi.
«Vedo che ricevi bei regali a Natale», disse ironico Max, ma lei lo guardò appena e gli rispose che lavorava solo da due anni con sua zia e da tre via internet per un’agenzia investigativa. Max le richiese gli anni e lei rispose quindici.
Rimase perplesso vista la bassezza e la magrezza della ragazza. Ma seppe che era la ragazza giusta, quando dopo cinque minuti sbloccò l’account facebook di Max e dopo altri dieci, mentre la stampante stampava le chat, tirò fuori dal pc i tabulati con gli orari di accesso del pc di parecchi mesi. Lui camminava avanti indietro e lei muoveva con serenità le spie luminose dei suoi giocattoli costosi. Poco prima di finire disse: «Hai qualcuno nel pc che ti spia. Vuoi che vedo chi è? Adesso controllo l’indirizzo ip e poi faccio il search nel programma inventato da me.»
Dopo pochi secondi comparvero dei numeri e lei li mise nel suo i-pad e poi disse: «Ok, chi ti spia è un altro hacker, quell’ip non esiste», poi digitò altre liste nel suo ipad e disse: «Le ho fatto un giochetto, vediamo se ci cade…»
Max era allibito da quella ragazzina.
In realtà non sapeva nemmeno se credere a quello che andava dicendo. Venne fuori che era un indirizzo lì vicino, in quella città e che il portatile che lo stava spiando era di una certa Arial. Cosa?? Nina lo spiava? Era un hacker?? Arial era un pseudonimo che Nina usava alle medie. Mentre la ragazzina smontava tutto e sigillava gli stampati per la zia, Max ancora non poteva credere che Nina lo spiasse. Piper come venne se ne andò, sempre scocciata. Squillò un telefonino di vecchia generazione, uno dei primi prototipi. Max trasalì rispondendo: era Cledia che le diceva che anche l’altra Jo1a era morta. L’avevano trovata sgozzata stamattina, era morta già da diverse ore. Stavano valutando il decesso. Cledia gli chiese dove fosse stato in quel lasso di tempo. Lui le disse che era a casa. Ebbe qualche remora ad aggiungere che era a casa ubriaco. Ma Cledia non fece commenti sarcastici o risatine sciocche. Dal tono del suo respiro Max percepì che la sua situazione stava peggiorando. Cledia gli disse che si sarebbe risolto tutto, solo che ci voleva molto più tempo. Poi riattaccò. Più tempo? Intanto la sua vita andava a rotoli di secondo in secondo. Adesso erano morte due Jo1a e il dubbio che il motivo fosse lui gli scendeva giù per le gambe come la morte.
Cercò di rintracciare Francesca per dirle di stare attenta, ma non ci riuscì: pensandoci capì che forse non era con lei che ce l’avevano. Era con la sua vita virtuale. Decise di rischiare il tutto per tutto
e andò a casa di Nina per farsi spiegare perché lo spiava ed anche per capire se potava essere stata lei ad ammazzare quelle ragazze.
Nina era in pigiama e aveva le maniche corte e Max non poté che guardare il profondo squarcio sul braccio. La sua pelle era bianca come il latte e la ferita violacea era evidente come fosse fuoco. Aveva i capelli in disordine e gli occhi rossi. Le labbra erano gonfie ma non sembrava fatta. Forse aveva semplicemente pianto. Max si avvicinò a lei per guardarla meglio. Vide che aveva un bisturi in mano, ma lei non lo negò e lo fece entrare. Non disse che stava per fare ma la casa era silenziosa e ordinata. Fece un breve giro e non vide nulla di strano. All’improvviso seppe cosa aveva fatto. Le prese il braccio con la forza e vide che la ferita era di nuovo aperta. La guardo negli occhi dilatati dalla paura: adesso tremava tutta come un uccellino, cercava di scappare da Max ma lui la teneva stretta. Anche in quella situazione la trovava bella da morire… ma perché doveva fare ogni volta così? Le prese il bisturi e lo stava per lanciare via, quando colse un rumore proveniente dalle parti del bagno o della camera da letto. Con una mano fece cenno di tacere a Nina che ubbidì. Aveva gli occhi pieni di lacrime ma non era paura, era una delle sue solite crisi. Quelle che poi la portavano a riaprire vecchie ferite e a farsene altre. Si misero contro la parete in silenzio, finché una figura non vi entrò e lui l’afferrò per un braccio. Rimase sconvolto da chi era che quasi la lasciò andare. Era faccia di topo. Era sua sorella ed aveva un enorme coltello in mano che brandiva impazzita.
Max cercò di lottare con lei, mentre Nina piangeva in un angolo per terra. Ad un certo punto proprio quando la sorella stava per colpirlo venne attaccata da Nina alle gambe. Cadde trafitta dal bisturi che Nina gli aveva conficcato nella coscia. In quel frangente la porta si spalancò ed entrò la polizia. Lo avevano seguito.
Portarono tutti in questura e furono interrogati. In questura arrivò Cledia con i tabulati di Piper che scagionavano Max dal primo delitto ed anche dal secondo. Sembra che al momento del secondo omicidio Max stesse facendo ricerche sul suo caso e avesse ricevuto chiamate sul fisso a cui aveva risposto. Probabilmente quando aveva chiamato i suoi.
Avendo ora un nuovo indagato, le indagini si sarebbero spostate sulla sorella Anna, che gli aveva solo mormorato: «Cavalca l’onda…»

Max e Nina uscirono dal commissariato, e guardando il volto pallido di Nina le disse: «Questa volta ti porto con me a Londra. Ma tu promettimi che imparerai ad avere cura di noi.»
Lei lo abbracciò e sorrise, mentre una troupe televisiva li sorpassava ignorandoli. Era capeggiata dal padre di Max in testa. Sua madre faceva la scalinata un po’ a fatica. Si fermò davanti a Max e reggendo il cleenex intriso di sudore gli disse: «Ero sicura della tua innocenza, ma oh mio dio che faccia da topo fosse l’assassina non potevo immaginarlo!! Mia figlia!! Tutta tuo padre! Io non ce la faccio più con quei due!!» Sospirò e si rimise nella parte della madre sconvolta. Max sorrise suo malgrado e prese la mano di Nina scendendo i gradini di quella brutta storia.
C’erano ancora molte cose da superare ma adesso Max sapeva che non aveva più bisogno di scappare. Chiusero entrambi gli account facebook e si godettero il nuovo e meraviglioso anonimato insieme.






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