Ti amo (Tu.zero)


Ti amo e mi alzo sulle punte, spingendo le mie braccia nell'infinito cielo quasi a volerlo toccare. Spingendo la mia schiena e levando fiato ed ossigeno ai miei polmoni in un delicato equilibrio di corpo e leggerezza.
Volteggio, più e più volte.
Come se questo tempo non dovesse mai finire, e il mio volteggiare altro non fosse che un prolungare la vita, di colui che essa stessa mi ha sempre negato: lui.
Lo amo, come non gliel'ho detto mai. Come mai sono riuscita a fare.
Come tutte le volte in cui davanti a una platea m'inchino senza raggiungere la giusta aristocratica compostezza.
Sento lo scrosciare delle mani, il muoversi degli occhi, il lieve sfiorami delle anime ma niente in confronto ai suoi opali splendenti.
Niente al confronto del sogno della mia mano.
Sono sola, lo sono sempre stata ma ora che le mie dita sanguinano stanche mi fermo, per un attimo, esattamente il tempo necessario per riprendere forza e medicarmi nel mio silenzio.
Non ho pensieri, non ho dolori mentre danzo. Sono un cembalo rimbombante che silenzioso trasmette la mia danza. Non posso pensare, perché se no rileggerei su quelle mie dita ferite tutta la mia pena per un corpo che non riesce a star al passo con il mio destino.
Sono sempre stata sbagliata. L'ho sempre saputo fin dalla prima volta che sono salita sulle mie punte, ma nonostante tutto ho iniziato a danzare. Nonostante tutto l'ho amato.
Mi cade una mollettina dal mio complicato chignon, anch'essa come me, senza far rumore, mi piego per raccoglierla e concedo alla mia mente quel pensiero tanto negato alla mia anima.
Concedo il pensiero a lui a quel tempo che è venuto e andato ma che poi mi è stato negato.

«Un... deux... trois ... oh mon die alza quella gamba Nina! Sembra una zampogna!»

À la barre ... passé développé ... arabesque …

«Nina, non può funzionare. Sono io non sei tu…»

Pas de deux … adagio … Port de bras …

«Nina che ti succede? Io e tuo padre siamo preoccupati»

«Signora, la ragazza potrebbe ma non si impegna!»

Pas assemblé … dégagé … cambré

Tutto così, una vita così. La mia vita, come un cinema muto che si sperde fra i colori di altri colori. Colori non tuoi.
Un perdere coscienza di sé fino a non ricordarsi chi eravamo e cosa volevamo in partenza. Un aborto che non riconosce la propria rinascita.

Aplomb … sissonne simplee … reverence!

Applausi. Le luci si spengono. Cala il sipario.

«Lo vedi quello là? Dice che non sono in grado di baciarti. Se tu fai finta ti faccio i compiti per un mese» disse Antonio con il suo viso perfetto.
E io lo baciai per davvero, non solo quel giorno, ma per tutto l'anno che sarebbe venuto. Baciai lui e anche l'aria che a lui conduceva. E i compiti me li feci da sola. Li feci anche per lui. Se me lo avesse chiesto li avrei fatti per l'intera classe.
Così non fu e le foglie caddero dagli alberi così come lui dal mio cuore. Con la campanella dell'ultimo giorno gli dissi ciao senza alcun bacio, pur sapendo che non l'avrei più rivisto.

«Questa è mia figlia, abbia cura di lei, ne faccia una ballerina così come ci riuscì con me»

Ti amo e mi alzo sulle punte, spingendo le mie braccia nell'infinito cielo quasi a volerlo toccare. Spingendo la mia schiena e levando fiato ed ossigeno ai miei polmoni in un delicato equilibrio di corpo e leggerezza.
Volteggio, più e più volte.
Come se questo tempo non dovesse mai finire, e il mio volteggiare altro non fosse che un prolungare la vita, di colui che essa stessa mi ha sempre negato: lui.
Lo amo, come non gliel'ho detto mai. Come mai sono riuscita a fare.
Come tutte le volte in cui davanti a una platea m'inchino senza raggiungere la giusta aristocratica compostezza.
Sento lo scrosciare delle mani, il muoversi degli occhi, il lieve sfiorami delle anime ma niente in confronto ai suoi opali splendenti.
Niente al confronto del sogno della mia mano.
Sono sola, lo sono sempre stata ma ora che le mie dita sanguinano stanche mi fermo, per un attimo, esattamente il tempo necessario per riprendere forza e medicarmi nel mio silenzio.
Non ho pensieri, non ho dolori mentre danzo. Sono un cembalo rimbombante che silenzioso trasmette la mia danza. Non posso pensare, perché se no rileggerei su quelle mie dita ferite tutta la mia pena per un corpo che non riesce a star al passo con il mio destino.
Sono sempre stata sbagliata. L'ho sempre saputo fin dalla prima volta che sono salita sulle mie punte, ma nonostante tutto ho iniziato a danzare. Nonostante tutto l'ho amato.
Mi cade una mollettina dal mio complicato chignon, anch'essa come me, senza far rumore, mi piego per raccoglierla e concedo alla mia mente quel pensiero tanto negato alla mia anima.
Concedo il pensiero a lui a quel tempo che è venuto e andato ma che poi mi è stato negato.

«Un... deux... trois ... oh mon die alza quella gamba Nina! Sembra una zampogna!»

À la barre ... passé développé ... arabesque …

«Nina, non può funzionare. Sono io non sei tu…»

Pas de deux … adagio … Port de bras …

«Nina che ti succede? Io e tuo padre siamo preoccupati»

«Signora, la ragazza potrebbe ma non si impegna!»

Pas assemblé … dégagé … cambré

Tutto così, una vita così. La mia vita, come un cinema muto che si sperde fra i colori di altri colori. Colori non tuoi.
Un perdere coscienza di sé fino a non ricordarsi chi eravamo e cosa volevamo in partenza. Un aborto che non riconosce la propria rinascita.

Aplomb … sissonne simplee … reverence!

Applausi. Le luci si spengono. Cala il sipario.

«Lo vedi quello là? Dice che non sono in grado di baciarti. Se tu fai finta ti faccio i compiti per un mese» disse Antonio con il suo viso perfetto.
E io lo baciai per davvero, non solo quel giorno, ma per tutto l'anno che sarebbe venuto. Baciai lui e anche l'aria che a lui conduceva. E i compiti me li feci da sola. Li feci anche per lui. Se me lo avesse chiesto li avrei fatti per l'intera classe.
Così non fu e le foglie caddero dagli alberi così come lui dal mio cuore. Con la campanella dell'ultimo giorno gli dissi ciao senza alcun bacio, pur sapendo che non l'avrei più rivisto.

«Questa è mia figlia, abbia cura di lei, ne faccia una ballerina così come ci riuscì con me»
Ma, non penso abbia fisico sua figlia»
E io divenni ballerina mio malgrado.
Salendo sulle punte quel mio primo giorno. Salii sulle punti e danzai per altre persone e molti anni, senza chiedermi mai il perché di tanto affanno.
E poi lui… gemma fra le gemme, diamante splendente rovinato dal suo costante bagliore. Anima della mia anima. Rifugio e tana da difendere insieme. Era là, nascosto fra la gente che mi guardava attento. Seduto e composto che danzava con me nella sua mente. Era là che vegliava sullo svolgere della mia vita, negando il sussulto del suo cuore quando i nostri sguardi per un attimo brillavano insieme. Per lui, solo per lui iniziai a danzare sul serio. A predisporre la mia vita e il corpo affinché fossi un faro e nella musica, danzando, splendessi di luce e lui sarebbe stato orgoglioso di me. Si sarebbe accorto di me sul serio.
Lui, da sempre abituato a ben altro stile, a ben altre cose, sarebbe stato impossibile, un'ardua impresa, inseguirlo, con questi miei piedi da ballerina.
Eppure là, sul palco ero io, ballavo, come se non ci fossero state altre persone oltre che lui.
Poi una sera, buia come la morte stessa, dopo uno spettacolo che non fu né migliore né peggiore di molti altri, lo vidi, era fuori dal teatro che stava fissando l'ignota via davanti a lui. Nei suoi pensieri avrei voluto esserci io.
L'avrei chiamato ma non sapevo quale fosse il suo nome se non il signor Dandy della prima fila. Alzai la mano affinché mi vedesse e sebbene lui si fosse voltato, proprio quando le mie labbra pronunciavano scorci di vocali del suo nome, Dandy, il mio richiamo fu inabissato da una signora impellicciata, comparsa accanto a lui, con l'intento di porgergli la sua mano. Io rimasi lì anche quando iniziò a piovere, indossando ancora indosso il tutù, fissai quei due che sotto l'ombrello tornavano a casa, a piedi o in macchina. Insieme. Mi sentii sola come molte altre sera mi era successo, ma di una solitudine dolorosa perché avevo perso quell'unico raggio di sole nella mia tetra vita.
Ma il destino volle altro e lo rincontrai, giorni più tardi mentre stavo uscendo dalla sala prove.
Mi guardò e mi sorrise. Un sorriso aperto sincero e diretto, che non potei non amare.
Si presentò, si chiamava Carlo Alberto. Mi invitò a bare qualcosa ma io rifiutai, prima avevo assolutamente bisogno di sapere chi fosse la donna che era al suo fianco la sera dello spettacolo. Il coraggio di chiedere non lo ebbi eppure già sapevo che avrei fatto meglio a non sapere e prenderlo per mano direttamente quel primo giorno
che il destino ci aveva fatto incontrare.

Sono come un elefante, che posso fare, inchiodata al suolo e a questo amore. Non volavo mai e strisciavo a bassa quota fra i miei elementi che lui non sapeva neppure esistessero.
Non ci fu molta attesa fra quei primi sguardi fuori spettacolo e il nostro unirci come una sola carne. Avvenne una settimana più avanti, dopo lo spettacolo mi invitò e io accettai. Cenammo in un ristorantino adiacente al teatro, era tardi e non c'era molta gente. Mi parlò della sua vita, del suo non essere abbastanza vivo, dell'età che avanzava e del suo matrimonio. Fu chiaro e diretto come quel suo primo sincero sorriso. Un sorriso lungo e sghembo il suo, ricordo che guardarlo sotto la luce fioca del locale era una meraviglia. Io dissi poco di me, non ché ci fosse molto da dire ma quel poco non erano che le solite questioni da bassa plebe, quale ero io. Non volevo rovinare l'immagine che di me si era fatto.
Mi misi sulle punte, anche fuori dal palcoscenico e cercai di brillare per quanto potei.
Mi concessi a lui andando contro a ciò in cui io credevo ma immaginavo che una volta dopo tutto quanto, sarebbe stato più semplice. Lo fu quella sera e tutte le altre che vennero dopo ma mai lo fu al di fuori di quegli incontri o sul mio amato palcoscenico.

Come una farfalla era… leggero e libero su me, seduto in prima fila che mi osservava, con quello sguardo impenetrabile di sempre. Dopo quella volta, la volta dopo dell'incontro, vi era qualcosa di più, una specie di sorriso soffuso non ben delineato, che forse era indirizzato a
me. Mi fece trovare rose rosse nel mio camerino e un biglietto con scritto: grazie.
Ma per quanto facessi non lo raggiunsi mai, mi spezzava il cuore e se ne andava via da me.
Una volta lo incontrai in piazza, era con gli amici, e io con i miei, gente diversa. Gente piena di cicatrici nella vita e nell'anima. Gente che rideva per niente, spalancando una ghiera di denti non
certo candida.
Non mi salutò. Fece finta di non vedermi e passò oltre me, oltre la mia vita e oltre anche all'amore che diceva di sentire. Quella vita che diceva che gli davo, quel giorno era scomparsa, lui era solamente il signor Dandy della prima fila a teatro.
Rispettai il suo volere, perché conoscevo i margini taglienti del suo vivere ma non glielo perdonai. Fu un addio, non detto ma celato sotto gli occhi bassi e frementi di lacrime troppo a lungo taciute. Provai ancora e lo stesso a inseguirlo, ma cadevo e rimanevo così … in‐
certa e ferita.

Iniziai a mangiare meno che meno perché la sua sempre perfetta mogliettina era molto esile ed elegante e per quanto come ballerina fossi magra non lo ero abbastanza più di lei. Dormivo poco fra la vita da ballerina e gli impegni di casa. Mi rifiutavo di dormire perché facevo incubi a cui non volevo dare risposta. Un giorno tutta la mia vita cambiò inesorabilmente, mi ruppi il femore durante lo spettacolo dello schiaccianoci e non solo quello, cadendo dal palcoscenico dopo uno svenimento si ruppe anche il mio cuore. I dottori diedero la colpa al sottopeso eccessivo e al prolungato stress. Io diedi la colpa a me stessa e a lui, più verosimilmente al nostro amore.
Dal mio letto di ospedale gli sussurrai: «Ti prego vai via»
Lui lo fece e non tornò più. Lui che aveva contato molto per me, lui che neanche allora mi poté aiutare. Non lo fece quel giorno, né in altri in futuro, mai.
Mi rialzai sulle mie gambe da sola, dopo una convalescenza lunga, tediosa e triste in cui riflettei molto, salii sulle punte, e iniziai a ballare di nuovo.

Ed eccomi qui, ancora su questo palco, dopo tanto tempo, dopo di lui, il sipario si alza e mi trova ferma immobile, nello stesso arabesque che mi vide cadere l’ultima volta e fra il pubblico pagante degli astanti ripercorro la mia vita.  Qui in questo filo blu cielo sospeso di me, cresce l’attesa che di me sarà dopo questo mio primo passo di danza.

Lo schiaccianoci sta per iniziare...

Sento la musica di Ciajkovskij vibrare in me e il silenzio mi avvolge e la paura solidifica le mie gambe. Ma l’anima lo sa che solo danzando nel buio il mio sole ancora rivedrò. Dall’altra parte fra il fumo dei pensieri della gente e la nebbia dell’ansia intravedo l’altra me che ad attendere sta. Una me sorridente.  Libera e felice.
Tu mi guardi perplesso, io intravedo il tuo sguardo fra la folla. Il tuo sguardo indecifrabile che mi grida silente. Ma non ti ascolto, non ascolto più i tuoi occhi parlare e le tue labbra tacere. Laggiù dove sei c’è troppo rumore per me. Troppa gente in posa che aspetta il mio salto. Hai troppa compagnia per sapere che cos’è l’abbandono e il vuoto. Io non sono che una poesia senza nome. Non conosco i pensieri della gente, abbarbicata al mio essere da sempre me medesima. Da qui, al di fuori di tutto, sento il mio cuore che mi spinge a rischiare. Ed un passo farò nell’ignoto che c’è davanti a me. Per un attimo ricorderò te, il tuo viso e le tue espressioni. Sentirò ancora il rumore della tua anima che si muoveva in me. Sentirò anche però il momento che se ne uscì ed io rimasi attonita da quel dolore. Incapace di qualsiasi gesto. Rimasi zitta e fuori sincronia perfino in me.
Ma se dovessi ora cadere, di nuovo, di me diranno, son sicura: «Non era che una ragazza» In verità ero molto di più. Ero te e me insieme. Due anime, di cui una curava l’altra. Avevo molte più vite in me che in nessun’altro essere vivente.
Da qui la realtà non conta più, non ha più peso. Nemmeno io sento l’assillo del mio peso. Otto grammi, ecco, questo è l’intero peso quassù su questo palco. Qualunque promessa da qua sarà vera e assoluta. Qualunque per sempre sfiorito rinascerà a nuova vita. Da qua mi chiamerai “amore” tutte le volte che vorrai. Da qua ci saranno abbracci mai disperati ma sempre desiderati. Da qua ogni ferità non avrà più valore e da essa non uscirà null’altro che otto grammi di felicità per ciascuna ferita.

Battement tendu… battement tendu jeté… battement relevé lent …

Amore, perdonami questa bugia più grande di noi ed attendimi perché fino in platea ad atterrare io verrò.
E in quel dunque afferrandoti le mani mi ricorderò che io per terra valore non ho. Se non in te.

…battement développé… battement fondu… battement frappé…

Ma questa volta lo farò per me stessa. Finalmente e semplicemente per me stessa.

grand battement tendu jeté… glissade, sisonne … pas de basque

Come quando ero ragazzina, come quando capì che l'unico modo di volare era quello di stare sulle punte e ascoltare la mia anima parlare.

Commenti

  1. Complimenti, Anna, è uno scritto bellissimo, struggente, triste e splendido insieme. Vola, Anna, vola come solo tu sai fare.
    sinforosa

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  2. Brava, Anna. La malinconica tristezza entra nella testa del lettore fin dall'inizio, e vi danza senza interruzione fino alla fine.
    Complimenti.
    Massimiliano .

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