Soliloquio a variabile inversa

Mi siedo in treno, stanca come non mai. Dei miei quarant'anni buttati sento il peso come se fossero mille in più.
Penso alla mia casa che non è mai pulita come vorrei. Penso a mia figlia e alla sua giovane età che promette ma non investe nel suo futuro quasi a non volerci credere.
Penso alla segreta persona del cuore, anche lui incerto su tutta la linea anche nel nostro improbabile amore.
Guardo il finestrino e noto che lo scenario è cambiato. In pochi minuti non siamo più in stazione ma in aperta campagna.
Vagheggio mentalmente su di lui mentre distrattamente guardo le mie scarpe. Sono delle ballerine e sono sempre troppo sciupate per piacermi davvero come la prima volta che le comprai.
Il mio paesino mi aspetta ma io ho noia di arrivarci...
D'un tratto ti siedi davanti tu, algida ragazza. Hai un manto di splendidi capelli lisci, neri e setosi. Grandi occhiali da sole rotondi che nascondono un ovale perfetto del colore del miele. Hai un corpo snello sotto la gonna lunga fino ai piedi. Porti un foulard nei capelli e sotto la maglia si intravede un bel seno prosperoso.
Penso di odiarti... mi appari così bella... che la voglia di morire mi scuote... io... io che son così brutta. Tu che sei così giovane e bella…
Ora mi fissi, dal tuo posto davanti al mio. Hai lo sguardo fisso e muovi poco anche la testa se non in modo impercettibile, ed anche il collo ma in modo rigido. Mi dà fastidio questo tuo fissarmi. Pare voglia frugarmi l'anima.
Che invadenza... chissà che pensi da dietro quelle spesse lenti da sole...
Poi accavallando le lunghe gambe poggi la testa sul sedile e ti levi gli occhialoni da sole e uno sguardo spento mi si para davanti. Sei cieca e hai gli occhi tutti rossi non so per quale motivo. Credo abbia a che fare con la luce che proviene dal finestrino. Forse non sei del tutto cieca. Senza pensarci tiro un po' le tende affinché tu abbia l'ombra, e un dolcissimo e sottilissimo grazie ti esce da quella tua bocca di porcellana.
Io rispondo prego stando sulle mie... vorrei però poter entrare in conversazione...
Entra il controllore e con impazienza cerco il mio biglietto, mentre tu con grazia porgi il tuo.
Ti chiedo come fai, e tu di sorpresa mi chiedi se parlo con te.
All'improvviso mi sento stupida e ancora più che stupida ma continuo dicendoti che pensavo fossi cieca da quel tuo sguardo ma la tua scioltezza nei gesti è ammirevole. Lo mormoro più a me che a te.
Tu all'improvviso ti metti a ridere mostrando un candido sorriso e mi dici che hai fatto questo tratto di treno per tutti gli anni dell'università e altri cinque per il praticantato da avvocato. Su questo tratto di strada hai riversato talmente tanti sogni che ora son loro che guidano te, non viceversa.
Mi apparivi così giovane e fresca... eppure...
Ti chiedo se eri avvocato e tu mi rispondi che lo sei ancora. Hai uno studio nella city e stai per scendere in paese perché c'è lo studio di un amico di tuo padre che visita ancora.
Taccio. Ora taccio. In paese c'è solo un dottore che visita ancora, è uno specialista in malattie come il Parkinson. Noto allora che ti trema la mano destra in modo impercettibile ma incontrollata, non solo il collo che si sposta ogni tot minuti.
Cala il silenzio. Non so che dire.
Poi ti presenti, ti chiami Olivia e vivi da sola nella city. Scopro allora che hai la mia stessa età sebbene dimostri la metà dei miei anni. Dici che non ami particolarmente le festività anzi non ci credi proprio, le ritieni sbagliate su molti fattori, inoltre i tuoi sono morti entrambi. Uno a Natale e l'altro qualche anno dopo a Capodanno.
Ti squilla l'iPhone e ti sento ridere e scherzare come se nulla avessi. Come se nulla ti fosse successo. Con la tua voce musicale. Parli di un certo Ricky e scrolli la testa mentre lo nomini.
Finita la conversazione, ti chiedo a Pasqua che fai anche se non ami le festività. Mi rispondi che torni da Ricky. Ogni anno torni da Ricky. Ti alzi mentre io a penso a lui...
Cambiando discorso ti chiedo se abita alla city questo Ricky. Mi rispondi che abita in paese. Alla domanda dove abiti tu mi rispondi che dimori da sei anni in piazza Greca. Questa volta lo dici mesta. La tua voce perde freschezza. Raggelo. Piazza Greca è il cimitero del nostro paesino.
Quanto dolore cela dietro quel gran bel viso.
Siamo quasi arrivati. Di nuovo non so che dire.
Cerco di augurarti tanta felicità, ma tu mi rispondi con voce serena che non ti serve. Mi ringrazi lo stesso. Mi dici che sei consapevole che da fuori sembri una disgraziata ma hai vissuto tanto e nel cuore hai tanti ricordi meravigliosi. Dall'abbraccio di tuo padre ai baci di tua madre. L'amore di una vita che iniziava e finiva in Ricky. Ricky non è morto davvero, mi dici, lui è presente, è nel tuo cuore; è nella tua vita sempre. Hai avuto tutto e ora non ti serve altro che serenità. Un giorno li rivedrai, ma fin da allora vivrai di ricordi e di altra vita così da poterla raccontare loro. Mi dici sorridendo che un giorno Dio ti riparerà e tornerai come nuova. Ti scappa un sorriso nel dirlo.
Tu ci credi davvero. Te lo si legge negli occhi che ti vedo già lì in quel luogo dove la tua speranza ti porta as essere.
Mi abbracci e mi dai un biglietto da visita facendo prometterti di scriverti. Epoi scendi con la leggerezza di un angelo.
Ed io mi sento leggera e prendo il telefono e lo chiamo, forse anche io ho bisogno di altra vita o forse anche solo di darmi un’altra possibilità.


Salgo veloce, stando attenta e contando i passi. Le fugaci luci che vedo e poi scompaiono invece che guidarmi mi confondono.
Un odore sgradevole mi travolge facendomi venir l'ansia di aver sbagliato treno. Ma è solo un ragazzo che passando mi ha urtato senza manco chiedermi scusa.
Ci sono ciechi che non sanno di esserlo perché ciechi alla vita.
Trovo il mio solito posto. Mi siedo e credo di esser in salvo, anche se mi batte ancora il cuore. Un buon odore mi avvolge e mi sento anche fissare anche se davvero non saprei dire se sia vero oppure no. Sento i passi del controllore.
Prendo il biglietto. Lo metto sempre al solito posto perché tasca che vince non si cambia. Sorrido alla mia solita frase che mi balena in mente, squadra che vince non si cambia. Me lo dicevi sempre tu Ricky ad ogni mia abitudine.
Mi bruciano gli occhi e il collo mi duole ancora. Speriamo che il dottore mi dia delle speranze migliori. Ma non credo, sento che il mio destino sia stato già segnato. Immagino te, mamma, che mi ripeti che il destino non esiste e che mi consoli dicendomi che tutto può essere. Sento voci e odori diversi, son lontani ma una voce mi arriva vicina. Forse mi sbaglio, forse non è con me che sta parlando.
Ti chiedo se stai parlando con me. Non vorrei sembrar scortese. Dal timbro della tua voce hai visto che son cieca.
Io lo so come fa la gente quando capisce che sei cieca e hai pure il Parkinson, si ingentilisce improvvisamente senza pensare che questo arriva a noi, persone speciali, non come gentilezza ma come pietà.
Ma tu hai una voce vissuta, non so che viso tu abbia, ma hai un buon odore e un animo gentile per davvero. Infatti mi sposti la tenda per farmi ombra perché hai visto che mi dà fastidio. Mi chiama una mia amica e le dico che vengo da te, Ricky. Mi racconta quello che l’è appena successo con suo marito e io rido perché in qualche maniera rivivo la scena nella mia mente. Mi mette di buonumore quel suo episodio buffo.
Mi chiedi di Ricky e dopo il dottore e le feste, è solo tutto un sospiro che trattieni. Lo fanno tutti. Ma voi tutti non sapete quanto io sia stata felice nella mia prima vita. Dove c'erano tutti. Anche i colori. Poi via tutto, mamma, papà, Ricky, e poi oltre la cecità il Parkinson che a dire il vero non m'interesserebbe più di tanto se non limitasse la mia mobilità.  Cerco di spiegarti, ti parlo di me, ti dico che io sono in attesa, non ho bisogno di auguri ma di serenità. Attendo il giorno in cui rivedrò il mio amato e i miei genitori e gli racconterò senz'altro di aver conosciuto in treno una anima buona ma tormentata. Ma questo non te lo dico perché rumoreggeresti ancora con le scarpe pensando di esser guardata, che ne so, nell'anima!
Mi abbracci, ti lascio il biglietto da visita facendoti promettere di scrivermi, ora ti  sento serena. Scendo svelta perché dopo il dottore mi aspetti tu, Ricky! Ho un folle bisogno di sederti accanto là dove riposi e poi chiudere gli occhi e immaginarti accanto. Avrò molte cose da dirti quel giorno oltre questa strana corsa in treno.


Commenti

  1. Mai giudicare una persona solo dal proprio aspetto. Questo racconto mi fa pensare questo, inequivocabilmente.
    Quanto dolore si può celare dietro un sorriso, dietro una pelle di porcellana, dietro capelli lisci e setosi, dietro la bellezza.
    Siamo tutti sotto lo stesso cielo e a nessuno il dolore è risparmiato.

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    1. Infatti ♡
      E in secondo luogo la speranza è l'unica cura davvero efficente per certe malattie.
      Pratichiamola sempre, senza riserve.

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    2. Pienamente d'accordo con voi. 🙏

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