Il di lei e di lui week end ideale


In treno ripensò alla giornata che era trascorsa, sempre non abbastanza velocemente. Ma era andata. Erano volate quelle ore via da lei e sebbene il tempo non gliele tornerà, la vita a breve l’avrebbe ricompensata a dovere. Lei era vestita con un leggero vestito di seta grigio e delle scarpette con il tacchetto abbastanza comodo per poterci camminare a lungo.
I capelli erano boccolosi ma non ricci, le cadevano dolcemente sulle spalle. Il trucco leggero ma curato e le unghie per una volta fatte bene.
Come sempre le tremava il cuore dell’emozione, come sempre, poco prima di vederlo, entrava in quella bolla spazio temporale solo loro, dal salire sul treno all’andata, allo scendere del treno al ritorno, oppure al ripartire della macchina di lui nei loro lunghi saluti sul finir della sera.
Spinse il piedino oltre la scaletta del treno, spingendo il trolley con la gamba, e la luce della stazione le diede il benvenuto, un secondo prima che il bellissimo uomo che aspettava nervoso l’avvistasse e con un balzo fosse da lei. La prendesse la vita, sollevandola da terra e si portasse l’amata alle labbra. Un bacio e poi un abbraccio breve ma intenso, dove entrambi riprendevano fiato e vita. Dove ogni volta l’eclissi dell’amore volgeva al capolavoro. Dentro quell’abbraccio vi era tutto, vi erano le parole non dette, le tristezze trattenute, le lacrime, la paura ma anche la gioia, il pulsare della vita, le anime che avevano una fusione tutta loro.
Poi la riportava a terra con delicatezze, e la se la guardava tutta, come a voler constatare che fosse tutta intera, tutta lei, davvero lei. Lei se lo faceva fare, si faceva fare tutto da quell’uomo innamorato e folle le volesse fare. Qualunque cosa avesse deciso quell’Icaro innamorato di fare, lei glielo permetteva; aveva accesso nella sua anima e nelle sue stanze intime. Glielo permetteva perché erano simili, simili erano le loro anime e in pratica ciò che lui desiderava fare, non era altro che quello che lei desidera lui gli facesse. Le loro anime bruciavano in simbiosi. Dove ardeva lui, calmava lei e viceversa.
Poi lui le prendeva la mano e il trolley e la conduceva via dalla stazione, veloce e diretto, con la camminata svelta delle sue dritte alte gambe. Lei iniziava a raccontare le sue avventure, calcando la mano più sull'ironia che altro. Per farlo divertire. Lui stava zitto e ascoltava, abbozzava sorrisi e dentro provava un forte senso di felicità per il suono che quella vocetta gli procurava dentro. Era la tenerezza che spaccava il cuore, non ascoltava neanche qualche volta, tanto il rumore di quella felicità gli procurava dentro. Ma non era quello che diceva l’importante ma che lo stesse dicendo a lui, dal vivo.  La freschezza di quella voce, il cristallino della risatina; ogni tanto si fermava e la guardava, le guardava quelle labbra e quegli occhi e poi scrollava la testa, incapace di scindere quella tenerezza erotica che lo pervadeva.
Ma quando lui faceva così, lei non lo capiva, non capiva il suo non parlarle subito e la fretta con cui la trascinava in macchina. Percepiva il tumulto dell’anima di lui ma non credendo in sé stessa, non poteva supporre quanto sentimento si celasse negli atteggiamenti di lui. Sentiva semplicemente che lui frugava nell'anima sua e sperava ardentemente che trovasse ciò che cercava. Sperava di essere il meglio di ciò che poteva essere. Di riuscire a dargli il meglio. Voleva che lui fosse felice, che traesse il massimo benessere da quel  loro stare insieme. Per una volta lei non riusciva a pensare a niente, che non fosse lui e la sua fisicità. La fisicità di lui entrava prepotente in lei. Lo sentiva predominante, questo la spaventava. Non sapeva, non capiva come poteva piacere sessualmente ad un uomo così bello. Si era studiata una strategia, per sentirsi più sicura. Sapeva esattamente cosa avrebbe fatto e come. Lo sapeva perché dentro di lei aveva fantasticato, lo aveva più volte sognato. Certe volte, si era fermata a lavoro, e aveva pensato che quella fantasia sarebbe stata gradevole da mettere in pratica. Aveva preso appunti e immaginato la scena in varie angolazioni. Tutto questo era insopportabile per lei, ma si era rassegnata già da un po’ che quello era ciò che voleva e la sua anima provava piacere in tali cose. Viene sempre il momento in cui scopri il lato fisico della tua anima, ebbene il lato fisico dell’anima di lei era depositato nel collo di lui, nei suoi occhi, nei suoi lombi, nelle sue mani e nelle sue labbra, nella sua camminata, nel suo modo di parlare. Lo guardava, come guidava attento, tratteneva il respiro ascoltando le sue parole, le sue parole ordinate e messe, una per una al posto giusta. In una sequenza giusta. Ordinata. Perfetta. Amava che lui parlasse, lui, per lei era il libro migliore, la lettura perfetta, il miglior luogo dove spegnere l’anima e bearsi di tutte quelle parole che lui le volgeva come acqua santa che le pioveva giù dal cielo.
Lo ascoltava attenta e analizzava tutto ciò che lui diceva, in quei momenti stava zitta, e lui tante volte si girava verso di lei per capire perché stava zitta e lo fissava. Si sentiva a disagio sotto quello sguardo, nettamente e ridicolmente a disagio. Gli sudavano le mani e la odiava anche un pochino. Non si era mai sentito così in vita sua. Neanche con la prima moglie conosciuto in giovinezza. Erano cresciuti insieme con la moglie, in simbiosi, questo rendeva entrambi saturi l’uno dell’altro. Paritari, in un certo senso. Poi le loro strade si erano divise e le loro anime avevano deciso di proseguire per conto loro. Per strade mai fatte prima. Avevano divorziato e lui in quel dopo aveva conosciuto lei e l’altra lei. Identiche ma diverse. L’altra lei era più bella e sensuale, era consapevole della sua eroticità e quindi questo la rendeva più esperta. Avevano molte cose in comune, dal vedere allo stesso modo la vita al trattare con il prossimo. Con l’altra lei era stato facile, diretto, naturale. Si erano piaciuti e voluti. Ma il problema principale rimaneva che l’unica nota negativa che l’altra lei poteva avere, era che non era lei. Non era quella persona che lo faceva riflettere due volte sulle decisioni già prese, che aveva l’ardire di insegnargli a vivere. Che lo faceva sentire un eterno fanciullo in balia di un sentimento troppo forte da conoscere. A l’altra lei aveva fatto conoscere ciò che lo faceva sentire bene. L’altra lei lo amava, rispettava, lo voleva ma non conosceva tutto di lui, non aveva visto i buchi neri del suo essere; lui non sapeva ancora se sarebbe sopravvissuta dopo averli vissuti. Ma non aveva mai avuto l’interesse, per quanto le volesse bene, di farglieli conoscere. Invece lei era la sua tempesta perfetta. Era il suo caos, dove tutto poteva essere. Non lo annoiava con la perfezione. Lo stancava, lo riempiva e lo svuotava con i suoi stessi sentimenti e questo dare, fare, impazzire e gioire lo faceva sente incredibilmente più vivo, e certamente più morto che mai. Lei una volta amava un altro lui, un altro lui prima di lui. Lui ne era stato dannatamente geloso senza sapere che era solo passato. La cosa più essenziale, era quello che diceva qualche volta lei in merito a l’altro lui, diceva che l’altro lui era simile a lei e che amava anche il suo lato oscuro che stando con lui non sarebbe mai guarita dalle sue ossessioni. A guarirla c’era voluto lui, che con pazienza e ogni serietà le aveva detto di smettere di farsi del male. Le aveva detto che non poteva amare un’anima frammentaria. Allora lei con il tempo si era riassemblata e ricompattata al meglio che poteva fare. Le cicatrici c’erano ancora tutte ma anche quelle di lui c’erano ancor tutte. A quel punto le cicatrici non erano altro che vissuto e medaglie al valore.

Quella sera aveva deciso, per un aperitivo sotto le stelle. Lui non sapeva quanto avrebbe resistito ma ci voleva provare lo stesso. Parcheggiò la macchina in un luogo vicino le sue parti. Vi era un fiume e uno spiazzale d’erba. Qualche albero che li riparava e una trapunta di stelle che li benediceva.
Parcheggiò lungo la stradale e preso lo zaino e lei per mano si inoltrarono lungo la radura. Lo sguardo di lei era indecifrabile, non si capiva se avesse paura o cosa pensasse, lui invece era tutto emozionato.
Dallo zaino tirò fuori un plaid e delle torce che illuminavano la zona, due bottiglie di vino rosso e due calici.
A lei scappò una risatina e chiese: «Ma cosa mangeremo? Vuoi farmi ubriacare? Sappi allora che ho la sbornia soporifera…» poi lo guardo con i suoi occhietti vivaci e aspetto la sua risposta con il mento fintamente algido.
«Mi piacciono le sfide» dopo poco rispose lui prendendole la mano e facendola sedere accanto a lui.
Mentre lui trafficava con il vino, lei guardava le stelle e poi lui e niente aveva più senso, anche senza vino. Era perdutamente, follemente, felicemente, innamorato di quell’uomo che lottava con lo stappabottiglie e il tappo insidioso e ogni tanto volgeva lo sguardo a lei la guardava criptico.
Finalmente riuscì e con i bicchieri in mano, si fece più vicino a lei. Respirò il suo profumo e questo lo mise ko al primo round. Lui non aveva parole, pur avendone tante, e le sentiva montare in sé, voler uscire da lui ma quello che lui desiderava veramente e che lei si voltasse verso di lui e si facesse più vicina. Lui guardava il profilo di lei fra le stelle e avrebbe voluto provare su di sé ciò che lui provava per lei. Voleva che lei provasse lo stesso ardore verso di lui. Invece rimaneva lì, come un’isola, vicina ma comunque separata. A lui, non piaceva dire ciò di cui aveva bisogno, ciò che desiderava, voleva che lei lo intuisse ma tante volte in passato, come aveva intuito tantissime cose di lui ne aveva ignorate altre molto più importanti. Per questo lui, si era volontariamente allontanato da lui. Aveva cercato di strapparla dall’anima e via da sé e aveva trovato conforto nell’altra lei. Ma era stato inutile. Lui voleva essere amato da quell’isola, in quell’isola che non c’era. Allora se ne stava lì, gemendo e lievemente soffrendo ma nonostante tutto godendo di ciò che quella risoluta, fragile e caotica isola gli poteva dare.
All’inizio glie era sembrata una resa, un imperdonabile resa, ma poi quando quel giorno, quel divin giorno, l’aveva presa per la prima volta per mano e poi l’aveva baciata e abbracciata, niente aveva avuto più valore di quello.
Poi lei si voltò e lo guardò, aveva occhi diversi dal solito, occhi sempre eccezionalmente belli ma diversi dal solito. L’anima di lui si fermò e fu in un attimo che gli si fece vicina a lui, tanto da sentire il respiro. Lo guardò affascinata ma indecisa, poi si mosse nella direzione originaria e lui la trattenne vicino a lui, senza baciarla o toccarla, solo guardarla da una prospettiva ancora nuova per lui.
Lui poi mormorò perso negli occhi di lei: «Resta ancora un attimo, lo so che sei un’isola ma…» avrebbe voluto aggiungere altro, tanto altro, ma lei lo sorprese baciandolo e quelle furono le parole più belle e opportune che le loro anime si scambiarono. Il bacio fu lento e lungo e la mano di lui non si staccò da quella di lei, poi il con l’altra la strinse più forte a sé e lei emise un respiro, che adesso lui capiva pienamente. Lei aveva paura, semplicemente paura di non essere amata, come le era successo in passato.
Lui le accarezzò i capelli e la schiena, mentre un brivido li attraversava. Era un sentimento potente, che dava pace ma anche dolore. Toglieva il fiato, faceva paura ma senza non aveva più senso la vita. Le tocco il viso e il colo con dito, all’improvviso le stelle non c’erano più ma solo la pelle di lei e il suo sguardo su di lui. All’improvviso lei non respirò più ed emise un respiro, allora lui si fermò incerto ma lei disse piano: «Puoi continuare, non ti fermare… io ti amo di un amore folle…» Lui sorrise e la tenne stretta a lui e fu così che le parole gli fluirono fuori come un ruscello d’acqua verso il suo torrente. Guardando le stelle, bevvero vino e mangiarono le patatine che aveva portato lei. Lui le aprì il cuore e tutte quelle cose che aveva tenuto per sé fino a quel momento gliele riversò in grembo e furono pienamente apprezzate. Le disse che anche lui l’amava e che forse non sarebbe stato facile vivere insieme, stare insieme, ma ci avrebbero provato insieme e sarebbe stati anche dannatamente felici e anche infelici ma insieme. Senza perdere più la speranza e la fiducia che restare insieme fosse la cosa più giusta da fare.
Al b&b lui era riluttante a lasciarla andare, ma si era fatto tardi, a casa lo attendevano i figli. La mattina dopo si sarebbero visti. Ognuno nel loro reciproco letto non riuscirono a dormire, si scambiarono molti messaggi e molte parole importanti ma sembrava sempre che le ore che li separava fosse infinita.

Il mattino comunque venne, lei si mise un paio di pantaloni e una maglia. Era in tenuta per girare la città. Il sorriso di lui, fu la ricompensa per l’attesa e viceversa. C’era con lui la figlia, quella splendida ragazza che lei amava tanto. Cercò la sintonia nell’animo della ragazza, che essendo simile al padre, non si fece attendere. Il ragazzo per quanto simile al padre, era più simile caratterialmente verso la madre. Fu gentile, ma staccato. Era un maschietto, veniva attratto dall’universo femminile ma si limitava ad essere educato. Ma a lei interessava la figlia. Era importante la figlia di lui. Anche troppo. Lui si trovò a provare sentimenti di gelosia, certo lievi ma persistenti.
Lei prese per mano la ragazza, ed entrò nella frequenza adolescenziale. A lui questo non piaceva molto ma capiva che era essenziale per una futura vita insieme.
Girarono per i castelli di Ivrea e d’intorno. Fecero molte foto e risero tantissimo. C’era armonia, quell’insindacabile armonia che mette il mondo a tacere. La differenza con l’armonia con l’altra lei era che questa volta lui sentiva davvero l’armonia, non solo apparentemente. In quel giro sentì che non avrebbe voluto più che lei tornasse a casa. Anche se mancavano ancora un giorno e mezzo alla partenza.
In quel momento d’ansia folle in cui i suoi ragazzi guardavano qualcosa nel panorama e lei stava andando da loro incuriosita, lui la trattenne e le diede un bacio e le disse: «Sono felice che sei qui con noi» lei sorrise e gli accarezzò il viso; le stava per dire che l’amava quando lei corse dai ragazzi. Perché lei era così: un’isola. La sua isola. Lui scrollò la testa ma sorrise rassegnato.
La giornata volò, come sempre quando si è felici. Lei, nonostante il disappunto celato di lui, chiese ai ragazzi se il giorno dopo volevano venire da lei, i ragazzi acconsentirono felici che lei glielo avesse chiesto. Lui un po’ meno. Voleva stare solo con lei. Ma non si fermò a questo, chiese alla figlia di lui se voleva dormire con lei in stanza al b&b. Anche questa volta la figlia dubbiosa accettò e lui mise il muso arrabbiato. Lui non era geloso dei suoi ragazzi, era sempre e solo quella sensazione che lei non lo voleva come lui voleva lei.  Questo lei lo percepì e quando i ragazzi andarono in bagno, lei si fece più vicino a lui, lui cercò la distanza ma lei lo abbracciò da dietro e gli sussurrò all’orecchio: «Io ti amo testone ma c’è bisogno che lei mi ami, pressappoco come te. Loro fanno parte di te e io li voglio, ma devo fare parte della loro vita. Ho perso fin troppo tempo. Ora è il tempo di agire se vogliamo stare insieme anche in futuro» ovviamente lui non disse lui, non rispose e si tenne per sé i suoi pensieri. Dalla pioggia al sole al solo toccò di lei. Questo era innegabilmente amore. Si disse per la milionesima volta che non vi era scampo, avrebbe sofferto e gioito, così, al solo tocco di lei. Che fregatura l’amore vero.
Con amore, lasciò le ragazze nel b&b e si portò il piccolo a casa. Dopotutto non era male come idea, si dovette ricredere. In stanza, dopo la doccia, lei attese la ragazzina si preparasse per la notte. Ovviamente non aveva cambio ma infondo non erano che loro due. La ragazza era intimidita ma lei cercò di farla ridere, poi prese contatto con lei e gli disse massaggiandole i piedi che amava suo padre e voleva avere un autentico rapporto con lei, perché lei gli era sempre piaciuta ed era sua figlia. Lei sorrise forzatamente ma non disse niente. Allora lei smise di massaggiarle i piedi e disse dandole un bacino che l’avrebbe conquistata con il tempo. Ammise che fosse stato un casino fino a quel momento ma se la ragazza glielo avrebbe permesso avrebbero anche potuto essere felici. La figlia di lui la guardava confusa e vogliosa di crederle. Poi fra una sciocchezza e un’altra passò la notte.

Il giorno dopo, c’era sole anche nei cuori. La figlia al padre non disse nulla e il padre non chiese niente. Ci sarebbe stato tutto il tempo dopo. Si diressero verso casa di lei, dove ad attenderli c’erano gli altri amici in comune. Lo sguardo d’intesa della coppia all’altra coppia fece passare il messaggio felice. Finalmente uniti con l’aggiunta della figlia di lei che simpatizzò con la figlia di lui.

Li portò In treno ripensò alla giornata che era trascorsa, sempre non abbastanza velocemente. Ma era andata. Erano volate quelle ore via da lei e sebbene il tempo non gliele tornerà, la vita a breve l’avrebbe ricompensata a dovere. Lei era vestita con un leggero vestito di seta grigio e delle scarpette con il tacchetto abbastanza comodo per poterci camminare a lungo.
I capelli erano boccolosi ma non ricci, le cadevano dolcemente sulle spalle. Il trucco leggero ma curato e le unghie per una volta fatte bene.
Come sempre le tremava il cuore dell’emozione, come sempre, poco prima di vederlo, entrava in quella bolla spazio temporale solo loro, dal salire sul treno all’andata, allo scendere del treno al ritorno, oppure al ripartire della macchina di lui nei loro lunghi saluti sul finir della sera.
Spinse il piedino oltre la scaletta del treno, spingendo il trolley con la gamba, e la luce della stazione le diede il benvenuto, un secondo prima che il bellissimo uomo che aspettava nervoso l’avvistasse e con un balzo fosse da lei. La prendesse la vita, sollevandola da terra e si portasse l’amata alle labbra. Un bacio e poi un abbraccio breve ma intenso, dove entrambi riprendevano fiato e vita. Dove ogni volta l’eclissi dell’amore volgeva al capolavoro. Dentro quell’abbraccio vi era tutto, vi erano le parole non dette, le tristezze trattenute, le lacrime, la paura ma anche la gioia, il pulsare della vita, le anime che avevano una fusione tutta loro.
Poi la riportava a terra con delicatezze, e la se la guardava tutta, come a voler constatare che fosse tutta intera, tutta lei, davvero lei. Lei se lo faceva fare, si faceva fare tutto da quell’uomo innamorato e folle le volesse fare. Qualunque cosa avesse deciso quell’Icaro innamorato di fare, lei glielo permetteva; aveva accesso nella sua anima e nelle sue stanze intime. Glielo permetteva perché erano simili, simili erano le loro anime e in pratica ciò che lui desiderava fare, non era altro che quello che lei desidera lui gli facesse. Le loro anime bruciavano in simbiosi. Dove ardeva lui, calmava lei e viceversa.
Poi lui le prendeva la mano e il trolley e la conduceva via dalla stazione, veloce e diretto, con la camminata svelta delle sue dritte alte gambe. Lei iniziava a raccontare le sue avventure, calcando la mano più sull'ironia che altro. Per farlo divertire. Lui stava zitto e ascoltava, abbozzava sorrisi e dentro provava un forte senso di felicità per il suono che quella vocetta gli procurava dentro. Era la tenerezza che spaccava il cuore, non ascoltava neanche qualche volta, tanto il rumore di quella felicità gli procurava dentro. Ma non era quello che diceva l’importante ma che lo stesse dicendo a lui, dal vivo.  La freschezza di quella voce, il cristallino della risatina; ogni tanto si fermava e la guardava, le guardava quelle labbra e quegli occhi e poi scrollava la testa, incapace di scindere quella tenerezza erotica che lo pervadeva.
Ma quando lui faceva così, lei non lo capiva, non capiva il suo non parlarle subito e la fretta con cui la trascinava in macchina. Percepiva il tumulto dell’anima di lui ma non credendo in sé stessa, non poteva supporre quanto sentimento si celasse negli atteggiamenti di lui. Sentiva semplicemente che lui frugava nell'anima sua e sperava ardentemente che trovasse ciò che cercava. Sperava di essere il meglio di ciò che poteva essere. Di riuscire a dargli il meglio. Voleva che lui fosse felice, che traesse il massimo benessere da quel  loro stare insieme. Per una volta lei non riusciva a pensare a niente, che non fosse lui e la sua fisicità. La fisicità di lui entrava prepotente in lei. Lo sentiva predominante, questo la spaventava. Non sapeva, non capiva come poteva piacere sessualmente ad un uomo così bello. Si era studiata una strategia, per sentirsi più sicura. Sapeva esattamente cosa avrebbe fatto e come. Lo sapeva perché dentro di lei aveva fantasticato, lo aveva più volte sognato. Certe volte, si era fermata a lavoro, e aveva pensato che quella fantasia sarebbe stata gradevole da mettere in pratica. Aveva preso appunti e immaginato la scena in varie angolazioni. Tutto questo era insopportabile per lei, ma si era rassegnata già da un po’ che quello era ciò che voleva e la sua anima provava piacere in tali cose. Viene sempre il momento in cui scopri il lato fisico della tua anima, ebbene il lato fisico dell’anima di lei era depositato nel collo di lui, nei suoi occhi, nei suoi lombi, nelle sue mani e nelle sue labbra, nella sua camminata, nel suo modo di parlare. Lo guardava, come guidava attento, tratteneva il respiro ascoltando le sue parole, le sue parole ordinate e messe, una per una al posto giusta. In una sequenza giusta. Ordinata. Perfetta. Amava che lui parlasse, lui, per lei era il libro migliore, la lettura perfetta, il miglior luogo dove spegnere l’anima e bearsi di tutte quelle parole che lui le volgeva come acqua santa che le pioveva giù dal cielo.
Lo ascoltava attenta e analizzava tutto ciò che lui diceva, in quei momenti stava zitta, e lui tante volte si girava verso di lei per capire perché stava zitta e lo fissava. Si sentiva a disagio sotto quello sguardo, nettamente e ridicolmente a disagio. Gli sudavano le mani e la odiava anche un pochino. Non si era mai sentito così in vita sua. Neanche con la prima moglie conosciuto in giovinezza. Erano cresciuti insieme con la moglie, in simbiosi, questo rendeva entrambi saturi l’uno dell’altro. Paritari, in un certo senso. Poi le loro strade si erano divise e le loro anime avevano deciso di proseguire per conto loro. Per strade mai fatte prima. Avevano divorziato e lui in quel dopo aveva conosciuto lei e l’altra lei. Identiche ma diverse. L’altra lei era più bella e sensuale, era consapevole della sua eroticità e quindi questo la rendeva più esperta. Avevano molte cose in comune, dal vedere allo stesso modo la vita al trattare con il prossimo. Con l’altra lei era stato facile, diretto, naturale. Si erano piaciuti e voluti. Ma il problema principale rimaneva che l’unica nota negativa che l’altra lei poteva avere, era che non era lei. Non era quella persona che lo faceva riflettere due volte sulle decisioni già prese, che aveva l’ardire di insegnargli a vivere. Che lo faceva sentire un eterno fanciullo in balia di un sentimento troppo forte da conoscere. A l’altra lei aveva fatto conoscere ciò che lo faceva sentire bene. L’altra lei lo amava, rispettava, lo voleva ma non conosceva tutto di lui, non aveva visto i buchi neri del suo essere; lui non sapeva ancora se sarebbe sopravvissuta dopo averli vissuti. Ma non aveva mai avuto l’interesse, per quanto le volesse bene, di farglieli conoscere. Invece lei era la sua tempesta perfetta. Era il suo caos, dove tutto poteva essere. Non lo annoiava con la perfezione. Lo stancava, lo riempiva e lo svuotava con i suoi stessi sentimenti e questo dare, fare, impazzire e gioire lo faceva sente incredibilmente più vivo, e certamente più morto che mai. Lei una volta amava un altro lui, un altro lui prima di lui. Lui ne era stato dannatamente geloso senza sapere che era solo passato. La cosa più essenziale, era quello che diceva qualche volta lei in merito a l’altro lui, diceva che l’altro lui era simile a lei e che amava anche il suo lato oscuro che stando con lui non sarebbe mai guarita dalle sue ossessioni. A guarirla c’era voluto lui, che con pazienza e ogni serietà le aveva detto di smettere di farsi del male. Le aveva detto che non poteva amare un’anima frammentaria. Allora lei con il tempo si era riassemblata e ricompattata al meglio che poteva fare. Le cicatrici c’erano ancora tutte ma anche quelle di lui c’erano ancor tutte. A quel punto le cicatrici non erano altro che vissuto e medaglie al valore.

Quella sera aveva deciso, per un aperitivo sotto le stelle. Lui non sapeva quanto avrebbe resistito ma ci voleva provare lo stesso. Parcheggiò la macchina in un luogo vicino le sue parti. Vi era un fiume e uno spiazzale d’erba. Qualche albero che li riparava e una trapunta di stelle che li benediceva.
Parcheggiò lungo la stradale e preso lo zaino e lei per mano si inoltrarono lungo la radura. Lo sguardo di lei era indecifrabile, non si capiva se avesse paura o cosa pensasse, lui invece era tutto emozionato. 
Dallo zaino tirò fuori un plaid e delle torce che illuminavano la zona, due bottiglie di vino rosso e due calici.
A lei scappò una risatina e chiese: «Ma cosa mangeremo? Vuoi farmi ubriacare? Sappi allora che ho la sbornia soporifera…» poi lo guardo con i suoi occhietti vivaci e aspetto la sua risposta con il mento fintamente algido.
«Mi piacciono le sfide» dopo poco rispose lui prendendole la mano e facendola sedere accanto a lui.
Mentre lui trafficava con il vino, lei guardava le stelle e poi lui e niente aveva più senso, anche senza vino. Era perdutamente, follemente, felicemente, innamorata di quell’uomo che lottava con lo stappabottiglie e il tappo insidioso e ogni tanto volgeva lo sguardo a lei la guardava criptico.
Finalmente riuscì e con i bicchieri in mano, si fece più vicino a lei. Respirò il suo profumo e questo lo mise ko al primo round. Lui non aveva parole, pur avendone tante, e le sentiva montare in sé, voler uscire da lui ma quello che lui desiderava veramente e che lei si voltasse verso di lui e si facesse più vicina. Lui guardava il profilo di lei fra le stelle e avrebbe voluto provare su di sé ciò che lui provava per lei. Voleva che lei provasse lo stesso ardore verso di lui. Invece rimaneva lì, come un’isola, vicina ma comunque separata. A lui, non piaceva dire ciò di cui aveva bisogno, ciò che desiderava, voleva che lei lo intuisse ma tante volte in passato, come aveva intuito tantissime cose di lui ne aveva ignorate altre molto più importanti. Per questo lui, si era volontariamente allontanato da lui. Aveva cercato di strapparla dall’anima e via da sé e aveva trovato conforto nell’altra lei. Ma era stato inutile. Lui voleva essere amato da quell’isola, in quell’isola che non c’era. Allora se ne stava lì, gemendo e lievemente soffrendo ma nonostante tutto godendo di ciò che quella risoluta, fragile e caotica isola gli poteva dare.
All’inizio glie era sembrata una resa, un imperdonabile resa, ma poi quando quel giorno, quel divin giorno, l’aveva presa per la prima volta per mano e poi l’aveva baciata e abbracciata, niente aveva avuto più valore di quello.
Poi lei si voltò e lo guardò, aveva occhi diversi dal solito, occhi sempre eccezionalmente belli ma diversi dal solito. L’anima di lui si fermò e fu in un attimo che gli si fece vicina a lui, tanto da sentire il respiro. Lo guardò affascinata ma indecisa, poi si mosse nella direzione originaria e lui la trattenne vicino a lui, senza baciarla o toccarla, solo guardarla da una prospettiva ancora nuova per lui.
Lui poi mormorò perso negli occhi di lei: «Resta ancora un attimo, lo so che sei un’isola ma…» avrebbe voluto aggiungere altro, tanto altro, ma lei lo sorprese baciandolo e quelle furono le parole più belle e opportune che le loro anime si scambiarono. Il bacio fu lento e lungo e la mano di lui non si staccò da quella di lei, poi il con l’altra la strinse più forte a sé e lei emise un respiro, che adesso lui capiva pienamente. Lei aveva paura, semplicemente paura di non essere amata, come le era successo in passato.
Lui le accarezzò i capelli e la schiena, mentre un brivido li attraversava. Era un sentimento potente, che dava pace ma anche dolore. Toglieva il fiato, faceva paura ma senza non aveva più senso la vita. Le tocco il viso e il colo con dito,  le stelle non c’erano più ma solo la pelle di lei e il suo sguardo su di lui. All’improvviso lei non respirò più ed emise un respiro, allora lui si fermò incerto ma lei disse piano: «Puoi continuare, non ti fermare… io ti amo di un amore folle…» Lui sorrise e la tenne stretta a lui e fu così che le parole gli fluirono fuori come un ruscello d’acqua verso il suo torrente. Guardando le stelle, bevvero vino e mangiarono le patatine che aveva portato lei. Lui le aprì il cuore e tutte quelle cose che aveva tenuto per sé fino a quel momento gliele riversò in grembo e furono pienamente apprezzate. Le disse che anche lui l’amava e che forse non sarebbe stato facile vivere insieme, stare insieme, ma ci avrebbero provato insieme e sarebbe stati anche dannatamente felici e anche infelici ma insieme. Senza perdere più la speranza e la fiducia che restare insieme fosse la cosa più giusta da fare.
Al b&b lui era riluttante a lasciarla andare, ma si era fatto tardi, a casa lo attendevano i figli. La mattina dopo si sarebbero visti. Ognuno nel loro reciproco letto non riuscirono a dormire, si scambiarono molti messaggi e molte parole importanti ma sembrava sempre che le ore che li separava fosse infinita.

Il mattino comunque venne, lei si mise un paio di pantaloni e una maglia. Era in tenuta per girare la città. Il sorriso di lui, fu la ricompensa per l’attesa e viceversa. C’era con lui la figlia, quella splendida ragazza che lei amava tanto. Cercò la sintonia nell’animo della ragazza, che essendo simile al padre, non si fece attendere. Il ragazzo per quanto simile al padre, era più simile caratterialmente verso la madre. Fu gentile, ma staccato. Era un maschietto, veniva attratto dall’universo femminile ma si limitava ad essere educato. Ma a lei interessava la figlia. Era importante la figlia di lui. Anche troppo. Lui si trovò a provare sentimenti di gelosia, certo lievi ma persistenti.
Lei prese per mano la ragazza, ed entrò nella frequenza adolescenziale. A lui questo non piaceva molto ma capiva che era essenziale per una futura vita insieme.
Girarono per i castelli di Ivrea e d’intorno. Fecero molte foto e risero tantissimo. C’era armonia, quell’insindacabile armonia che mette il mondo a tacere. La differenza con l’armonia con l’altra lei era che questa volta lui sentiva davvero l’armonia, non solo apparentemente. In quel giro sentì che non avrebbe voluto più che lei tornasse a casa. Anche se mancavano ancora un giorno e mezzo alla partenza.
In quel momento d’ansia folle in cui i suoi ragazzi guardavano qualcosa nel panorama e lei stava andando da loro incuriosita, lui la trattenne e le diede un bacio e le disse: «Sono felice che sei qui con noi» lei sorrise e gli accarezzò il viso; le stava per dire che l’amava quando lei corse dai ragazzi. Perché lei era così: un’isola. La sua isola. Lui scrollò la testa ma sorrise rassegnato.
La giornata volò, come sempre quando si è felici. Lei, nonostante il disappunto celato di lui, chiese ai ragazzi se il giorno dopo volevano venire da lei, i ragazzi acconsentirono felici che lei glielo avesse chiesto. Lui un po’ meno. Voleva stare solo con lei. Ma non si fermò a questo, chiese alla figlia di lui se voleva dormire con lei in stanza al b&b. Anche questa volta la figlia dubbiosa accettò e lui mise il muso arrabbiato. Lui non era geloso dei suoi ragazzi, era sempre e solo quella sensazione che lei non lo voleva come lui voleva lei.  Questo lei lo percepì e quando i ragazzi andarono in bagno, lei si fece più vicino a lui, lui cercò la distanza ma lei lo abbracciò da dietro e gli sussurrò all’orecchio: «Io ti amo testone ma c’è bisogno che lei mi ami, pressappoco come te. Loro fanno parte di te e io li voglio, ma devo fare parte della loro vita. Ho perso fin troppo tempo. Ora è il tempo di agire se vogliamo stare insieme anche in futuro» ovviamente lui non disse lui, non rispose e si tenne per sé i suoi pensieri. Dalla pioggia al sole al solo toccò di lei. Questo era innegabilmente amore. Si disse per la milionesima volta che non vi era scampo, avrebbe sofferto e gioito, così, al solo tocco di lei. Che fregatura l’amore vero.
Con amore, lasciò le ragazze nel b&b e si portò il piccolo a casa. Dopotutto non era male come idea, si dovette ricredere. In stanza, dopo la doccia, lei attese la ragazzina si preparasse per la notte. Ovviamente non aveva cambio ma infondo non erano che loro due. La ragazza era intimidita ma lei cercò di farla ridere, poi prese contatto con lei e gli disse massaggiandole i piedi che amava suo padre e voleva avere un autentico rapporto con lei, perché lei gli era sempre piaciuta ed era sua figlia. Lei sorrise forzatamente ma non disse niente. Allora lei smise di massaggiarle i piedi e disse dandole un bacino che l’avrebbe conquistata con il tempo. Ammise che fosse stato un casino fino a quel momento ma se la ragazza glielo avrebbe permesso avrebbero anche potuto essere felici. La figlia di lui la guardava confusa e vogliosa di crederle. Poi fra una sciocchezza e un’altra passò la notte.

Il giorno dopo, c’era sole anche nei cuori. La figlia al padre non disse nulla e il padre non chiese niente. Ci sarebbe stato tutto il tempo dopo. Si diressero verso casa di lei, dove ad attenderli c’erano gli altri amici in comune. Lo sguardo d’intesa della coppia all’altra coppia fece passare il messaggio felice. Finalmente uniti con l’aggiunta della figlia di lei che simpatizzò con la figlia di lui. 
Lei li portò in piazza e lei disse a lui in momento che erano da soli, che quello c'era un posto in cui lo avrebbe portato quando sarebbero uscito da soli. Avrebbero studiato solo loro due e oltre lo studio il servizio, lui accettò sentendo un brivido lungo la spina dorsale. Sentendo che sarebbe stata anche quello un bellissimo fine settimana.

La sera lasciò il suo cuore e il suo sguardo con loro mentre se ne tornavano a casa, ognuno con un modo di cose nuove da pensare ma felici di quello splendido fine settimane, primo di molti altri a venire.
























Commenti

  1. Mi sembra di aver letto Kafka.
    Complimento Anna.

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    1. Questo è un complimento troppo bello. Grazie^^

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  2. Non importa quanto senso abbia scrivere queste cose oggi.
    Volevo scrivere affinché rimanesse a tempo indefinito "il di lui ricordo nel di lei amore."
    Questo racconto è una realtà parallela che sta tra il sogno e la realtà. Fra il volere e l'agire. Fra l'essere e il divenire.

    ...e Volevo condividerlo con voi.

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  3. Questi sogni li stai soprattutto condividendo con i tuoi rammarichi. Io non credo sia l'esatta metodologia - come già sottolineato in precedenza a più riprese - ma ognuno si uccide con le sue armi...
    tanto per parafrasare: le cicatrici ci sono ancora tutte.

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  4. Intanto è venuto fuori un racconto abbastanza buono
    dai sentimenti autentici che trasmette tutto ciò che c'era di buono.

    Io direi di prendere il buono e lasciare il resto a me.

    Ogni cosa, dolore compreso, ha un tempo stabilito.
    Bisogna attendere che il tempo scada.

    E comunque lo sai che apprezzo sempre i tuoi commenti.

    Nel frattempo: buona lettura.

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  5. Non vorrei dire qualcosa che non penso assolutamente, ma secondo ciò che ho letto, almeno parzialmente, lo ammetto; m'è sembrato di rivivere una vita che credevo fosse parte dei ricordi d'un periodo già vissuto e chiuso a porta in triplice mandata. A volte ho paura di leggerti Anna, non voglio più attraversare quel periodo, però nello stesso tempo mi piace.

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  6. Perché tu hai le mie stesse speranze e quindi hai vissuto le stesse emozioni.
    Posso solo dirti che manca poco e la rivedrai anzi rivivrai le stesse medesime cose scritte da me.

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