Albert degli unicorni #riediting


Vigevano, 1915

Albert, mio valoroso soldato, mio gladiatore e protettore, mio signore in opere e parole, sia sempre con te il mio amore! In tutti i miei sogni ci sei tu e in tutti i miei pensieri sei sovrano. Nel mio vivere quotidiano una parte è qua e l'altra spara con te, uccide con te, difende te. Sono anche io come te rea assassina, in una stupida guerra di potere. Merito anche io il castigo divino eppur mi è concessa grazia a motivo tuo. A motivo del tuo valore. Prego sempre per te, prego per noi, perché finché avrai vita, io avrò vita. La mia pace sia con te. Il mio amore sia con te. Ogni sera suono il piano ed ogni notte guardo i tuoi unicorni appoggiandoli vicino al mio cuscino. Essi mi vegliano al tuo posto e sorrido rivivendo i giorni che riportano a te. Ragazzo unicorno io ti amo e seppur tutto questo sarebbe una follia come credere negli unicorni, allora diveniamo pazzi in due. Ma in due non si è mai pazzi ma folli. Folli d'amore. Un amore che come dicono nelle favole "sarà per sempre". Devi però tornare mio amore, abbiamo ancora tante favole da creare insieme. Tante favole per cui ridere e sognare. Credici che tutto può essere e non smettere mai d'inseguire il sogno della tua mano. Sii valoroso, sii prudente e non scordarti di tornare da me mio ragazzo unicorno. Io ti amo Albert.
Tua Anne Marie.

Vigevano, 1915

Albert, mio Albert adorato, quando antepongo il mio volere contro forze altrui. Quando consumo la mia forza oltre ciò che mi è concesso in natura.
Quando mi faccio forte e poi cerco di nascondermi sotto le coperte del mio letto.
Quando la vita fa male.
Tu dove sei?
Meglio l'apatia totale che un insofferenza a placche. Le tue lettere dove son finite? Tutte le tue parole son morte anch'esse in guerra? Io soffro ma capisco da ciò che ti amo.
Capisco che ti amo non dal fatto che sono gelosa e che sto bene solo se ti ho alla distanza di un respiro.
Non è neppure il desiderio di un bacio che  le tue labbra mi ispirano e quel senso più da  l'ultimo desiderio di un condannato a morte che un semplice desiderio di donna.
Non sono i tuoi dolci che mi sciolgono dentro. Non sei te nel tuo senso più primordiale o il senso di appartenenza che ho dei tuoi abbracci, del tuo collo e della tua vita per intera.
No, e che vedo che vorresti essere lasciato a distanza ma vedo pure che non puoi perché il tuo animo non  vuole. E io che non vorrei per amore tuo  mi spezzo e mi scosto da te. Torna da me ragazzo unicorno. Ti prego torna o scrivimi perch ho bisogno di te. Ho bisogno perché ti amo di un amore folle come folli sono i giorni che mi separano a te. Folle è la guerra, come folli sono le persone là fuori e io che le combatto senza di te.
Folle come la distanza fisica che ci divide, folle e inutile se poi chiudo gli occhi e ti ho ovunque in me. Sparso, sparpagliato, distribuito in modo  divino e poi perverso, irrinunciabile come l'ossigeno e il sangue stesso. Sapessi io ora rinunciare  al piacere che io ho di te saprei anche colmare il vuoto che la tua essenza crea.
E rimango Folle di te, folle come la gente che ti parla e ti tocca ma davvero non sa e io che ti saprei rimango immobile e ferma, bendata, rinchiusa, come avessi una museruola e tu che mi domini da re e io che ti creo un regno dove dominare invece di abbandonarti a te.
Albert, non volevo che tu fossi ma dovevi essere e per questo sempre sarai e io ti amo di un amore folle, folle come me per te.
Tu sei il sole, quello che sorge risorge e nonostante le splendide albe e gli infiniti tramonti, le notti stellate e poi di tormenta, nonostante te stesso, non smette di sorgere e di brillare ogni giorno.
Ogni mattina i tuoi occhi si aprono al mondo, questo è vita, è l'alba, che nel mondo si diffonde e che poi si sperde nel suo proprio tramonto.
Le stelle le hai tutte lì nei tuoi buchi, come in cielo come nell'iride tua. Son tanti piccoli soli che aspettano solo il momento di poter uscire ancora tutte insieme in un unica stella che è il sole, che sei tu. Tu sei il tuo sole mio adorato Albert.

Vigevano, 1915

Caro Albert, oggi mio padre mi ha presentato un figlio di un suo vecchio compagno di scuola.
Mah sì è gentile, mah sì piace a molte (ma non saprei per cosa) ma non ha le smorfie quel suo viso banale.
Non ha le tue smorfie.
Giuro che m'innamorai delle tue smorfie prima ancora che di te in sé. Era come se una tela perfetta si squarciasse all'improvviso e da quello squarcio si vedesse il caos fra l'ordine e il preordine. Un brillante universo nascosto. Poi era anche infinitamente  interesatante come la natura ricuciva quello squarcio talmente per bene che sul tuo bel viso non si vedeva più nessun segno dell'anarchia precedente. Di solito l'universo lo potevi intravedere nelle fessure dei tuoi occhi. Due pianeti messi lì con le sue stelle e il suo sole. Ci vuole un anima potente per governare tutto questo, ed un grande mente che la gestisca.
Le smorfie vanno portate come si deve se non si vuol diventare joker. Che orrore.
E allora più vedo insulsi visi e più mi chiedo dov'è finita la mia meraviglia. Mi mancano, Oh Dio se mi mancano quelle tue smorfie ragazzo univorno, non mi sembra di respirare se ci penso. Sento di affogare nelle sabbie mobili della banalità.
Non mi mancano solo le sue smorfie ma mi mancano anche  tutte le pieghe del tuo viso, che sapevano di vissuto ma al contempo erano morbide e piene di vita. Mi piaceva allora anche la tua noiosa perfezione, il suo modo di fare perché era come decriptare quello che faceva superficialmente in quello che eri realmente. Mi piaceva il tuo porsi elegante, sì quello mi piaceva più di tutto, perché andava a toccare e riempire il mio senso estetico e di buon gusto. Mi rasserenava questo, mi rasserenava gli occhi, la mente, ma mi eccitava l'anima che si riempiva di lui e si trasformava in arte, in qualcosa da creare. Qualsiasi cosa.
L'amicizia non conosce bellezza o altri attributi, ci vuole animo lo so. Ma certe volte non basta ci vogliono anche le smorfie, determinate smorfie, se poi mi sembra un drago quando sorride mi inquieta la mia natura stessa e non mi sorride più il cuore, e poi rimarca le mie smorfie mancanti perché solo pensando a loro e a te, tutto mi ridiventa di nuovo sereno.
Sempre tua Anne Marie.


Vigevano, 1915

Albert, ho ricevuto una tua lettera, è datata due mesi or sono. Chissà se ciò che scrivi è ancora valido, se ciò che senti per me è ancora vivo come lo è per me.
Cosa porto di te nel mio cuore? Il tuo portamento eretto e sicuro, il tuo sorriso incredulo nel vedermi per la prima volta, il tuo tremito nell'abbracciarmi, il tuo sguardo meravigliato che si è posato sul mio sorriso, come nessuno ha fatto mai. E il mio sorriso sia sempre con te, amore mio. Si posi dolce sui tuoi occhi stanchi e delusi, sulle tue mani operose e delicate, sulle tue braccia avvolgenti e sui tuoi amati capelli. Si posi leggero e ti sia da sollievo nei momenti difficili, conforto nel buio della notte, appoggio per la tua anima provata, sostegno alle tue decisioni. Ricorda amato mio che aldilà della lontananza, aldilà della sofferenza, aldilà del silenzio, aldilà delle scelte obbligate che faremo, ogni volta che chiuderò gli occhi, io rivedrò il tuo caro e sorridente volto e udirò le tue ultime parole: sei bella Anne Marie ...
Tua Anne Marie

Vigevano, 1915

Albert mio adorato, il tempo passa, i mesi rimbalzano da una stagione all'altra in questa guerra che sembra non aver fine. Ho saputo dell'avanzamento sul fronte che ha interessato una gran quantità di truppe, tra le quali la tua. Amore mio, so che è difficile poterti scrivere, che probabilmente queste mie parole buttate giù di fretta e bagnate dalle lacrime che continuano a scendere non ti arriveranno mai, ma non posso fare a meno di raccontarti. Di me, della vita che scorre in attesa di una lettera, del giorno in cui ti vedrò spuntare all'orizzonte e infine stringerti tra le braccia. Mio padre mi ha parlato ieri sera, lasciandomi sgomenta e impaurita. Dice che per me non è più sicuro restare qui, dato che la guerra, dilatando a macchia d'olio, ha raggiunta i paesi limitrofi. Solo una cinquantina di chilometri, anche se la vita nel villaggio sembra procedere normalmente. Ma è quando mi soffermo ad osservare che noto che il povero paese è spoglio, orfano di uomini giovani, di mani forti, di mariti, fidanzati e fratelli. Vuole mandarmi in convento presso mia zia Berenice, Superiore dell'ordine delle Orsoline. Non l'ha detto chiaramente, ma secondo lui
prendere i voti sarebbe la scelta giusta. Le chiese e i conventi, anche durante i conflitti, sono zone franche. Ho pianto, ma ho dovuto accettare, lui è mio padre e io gli devo obbedienza. Ci fosse stata ancora la mamma, oh quante cose sarebbero diverse. Ma lui si è trovato all'improvviso solo ad allevare una ragazza che stava affacciandosi all'adolescenza, non sa egli non sa come fare il genitore, se non con il pugno forte e la sottomissione. Solo tu potevi essere la differenza, solo tu, amore mio, perso in questo paese martoriato che nulla ha da offrire, ma che tutto prende.
Tua Anne Marie.

Vigevano, 1915

Oggi è febbraio, un mite febbraio.
Un qualunque febbraio.
Rappezzo il mio cuore di gente fatti e cose, sperando di poter a lungo ricordare, ma loro sanno che dimenticherò e io so che lo faranno lo stesso. Si racconteranno lo stesso.
Le parole cadranno nello oblio e formeranno la terra per un nuovo giorno.
Albert dove sei tu adesso? Hai dormito almeno il tempo di un respiro?
Io stanotte mi sono messa ai tuoi piedi, come un cagnolino in attesa del tuo risveglio.
Tu non lo sapevi che c'ero perché l'ho negato fino a consumare la saliva. Ma c'ero.
Qui lo posso scrivere, qui nella terra di mezzo dell'isola che non c'è. Posso scrivere che ti amo e così sia.
Tua Anne Marie

Vigevano, 1915

Albert, oggi mio padre mi ha portato in convento. Aveva gli occhi rossi ed era agitato quanto me. Io ho taciuto per tutto il tempo, perché dentro me sapevo che non sarebbe passata notte che sarei rimasta in quell'angusto posto. Poi comunque ha frustato in modo cattivo il povero Robespierre e mi ha riportato a casa. Quanto bene gli deve volere, a quel suo povero cavallo, quasi quanto me. Ho già tentato una volta la fuga per la libertà. Ma mi ha andata male in quanto mio padre mi ha scoperto in tempo e ha fatto medicare le mie ferite ai polsi. Ma poi sei arrivato tu ed io pensavo che ti avesse mandato Dio per liberarmi da tutto ciò. Ma così non era, o forse non in quel momento! Perdonami già da oggi mio amato, ma io da quel luogo me ne scapperò, ma non con piedi umani, ma a cavallo del mio unicorno, del mio amore per te. Non potrò venirti a prendere ma tu sai già che un giorno ci rincontreremo là dove andremo a finire e quel giorno sarà per sempre. Saremo io e te e gli unicorni. Sì, perché io lo so che in paradiso essi esistono per davvero. E se fosse anche vero come mi ha detto il prete in quel giorno di perdizione, che Dio castiga in eterno chi si toglie la vita senza il suo volere. Beh tu saprai per certo che all'inferno lo stiamo vivendo in questa vita e tu devi cercarmi nello stesso oppure pregare per me. Non so... Albert, che Dio non me ne voglia ma io non credo a tutte queste fantasie! Io credo che Dio sia amore e mi ha dato te ed a te che io sono destinata! Lui farà senz'altro in modo di congiungermi a te foss'anche dentro una bara sotto metri terra sopra. Meglio! Così nessuno arrossirà quando la piccola Anne Marie ti bacerà all'infinito. Quel giorno ti sarò sposa, lo sai? E quel sì sarà eterno. Ama, spera e resisti mio adorato. Io ti aspetto in questo mondo o assieme ai tuoi unicorni.
Tua Anne Marie

Vigevano, 1915

Albert, oggi non lo so, per chi è volta la giornata. Qui fra pagine bianche, vi si annoto pensieri mortalmente vivi e presenti. Ognuno volge il proprio dire o non dire a qualcosa e qualcuno. E questi pensieri son come bolle di sapone, colorate e caleidoscopiche miniature di vita. Vita che come viene, come fosse vapore, poi scompare, lasciando aloni colorati del suo passare. Le bolle son come le farfalle nello stomaco solo che non hanno messo le ali, come l'immaginario comune vuol disegnare il sentimento. Quindi, per chi sono le nostre belle bolle di sapone, di questa tenue domenica pomeriggio? Forse son destinate, solo a chi, non guarda indietro, come fai tu, ma avanti e a 360° gradi, se no, come farebbe a vederle davvero tutte quante, queste bolle colorate d'aria acqua e sogni? Per chi sono le mie bolle? Difficile dirlo, difficile davvero, in parte, mio dolce Albert, son anche tue. Le vedi quelle striature che dal rosa tendono al blu? Ebbene quelle sono le tue parti nobili, che le parole non san descrivere, che la ragione preme che si identifichino ma che rimarranno tali perché è la tua natura che da colore e incide in esse. Ti immagino, com’eri curioso di vederle, le avresti perfino voluto toccarle. Ma come non si tocca l'amore, l'intrinseco sentimento dell'animo umano, nemmeno questi nostri pensieri possono essere toccati. Se ora Albert, volgi le tue bolle al presente e guardandoti dentro esse, ci vedrai il futuro ed accanto a te le persone che ti vorranno davvero bene, che daran colore alle tue bolle. Non dubito sulle bolle del passato. Ma esse se ne sono andate via come il tempo e se ritorneranno sapranno solo di cose antiche. Ora, scrivimi tu, per chi si sono son colorate le tue bolle oggi? Aspetto
tue notizie dal fronte.
Tua Anne Marie

Vigevano, 1915

Albert, Eccoci ad un nuovo giorno. Giorno nuovo vita vecchia. Oggi ho guardato proprio in profondità la mia anima. Mio padre mi rinchiusa in soffitta affinché non scappassi da te. E qui, mi
sono fermata a riflettere su me, ma quando il cuore è un caos non è che puoi riflettere davvero. Ho in testa un groviglio di serpi, i pensieri non ve ne stanno e basta, oggi è così, e mi verrebbe voglia di bucarli uno per uno fino all'estinzione di essi. Dici che si può? Io sono dell'avviso che tutto si può, bisogna vedere però se anche conveniente farlo. Con il senno di poi, intendo. Perché io credo che ci sia un tempo per tutte le cose e che un giorno ci sarà pure me e per te. Un giorno giungeranno tutti a te questi miei sogni. Tu li amerai e li custodirai dentro te, come se fosse un teso‐
ro inestimabile. Ma anche tranquillamente come è naturale respirare. Tu coltiverai la voglia di veder insieme le nostre vite in una sola grande via, grande potente e forte. Imparerò a conoscere i tuoi altri pensieri. Quelli che sanno di guerra e morte ma non ne avrò paura. Non avrò neanche paura di svelarmi complicata, eccessiva e non altezza della situazione. Non piangerò allora se non di felicità. Riguardati e sii felice di aver qualcuno che ti sappia amare come meriti. Non sempre è così. Quasi mai lo è. Aspetto sempre tue
notizie caro Albert.
Tua Anne Marie

Vigevano, 1915

Albert, sembra che il tempo ci abbia abbandonato, nascondendo i resti di noi stessi in un altrove spazio temporale nascosto dalla realtà. Albert, dove sei finito? Non avevi tu paura del buio, dell'immenso, dello spazio? Albert, la tua mano scrive lenta sulla mia anima, come a dare svogliatezza a questo gesto fra noi. Il silenzio che ci avvolge. Fa freddo in questo attimo, fa freddo già da un po', fa freddo da quel nostro giorno nostro, dove lasciammo che la tua strada non fosse già più la mia. La mia anima come i miei pensieri han perso colore, lucentezza e ragionevolezze. Non sanno più volare là dove son fatti per andare. Mi stanno dentro e li scoppiano dilaniando tutto ciò che toccano. Un masso di pensieri essi sono, pesanti più dei sassi, e dell'arcobaleno non hanno più colore e il loro sapore sa di lacrime salate ma ormai freddo. Ma onestamente dove è che esse possono andare? Dov'è il buio più profondo che infrange il colore? Cosa muove il mare? Perché esso ritorna sempre e sempre già mai stanco del suo andare? Dov'è la fine dell'arcobaleno che racchiude e schiude tutti i colori? Dove sei adesso tu? Il nostro infinito Albert è già finito? Il buio mi appartiene ma tu sei fatto di luce e alla luce io non ti vedo più. Dov'è che io posso mandarti le mie speranze più profonde? Manda via le nuvole inquiete e insegnali a volare, si son fatte troppo maestre, e noi abbiamo bisogno di spazio, fuoco e cielo. Fuoco per vederle, cielo per farle volare, spazio per muoverle fra me, il mandante, e te, il ricevente. Aspetto solo notizie di speranza da parte tua.
Tua Anne Marie

Vigevano, 1915

Albert, ieri averti letto e come aver risentito la tua voce, che dà tanto non sentivo. L'ho come immaginata, l’ho sentita nelle orecchie, ho chiuso gli occhi e mi sei apparso. Tu che parlavi, con il tuo accento, le lievi inflessioni che io conosco. Mi sono messa a cercar qualche difetto ma nulla era più armonioso e soave. In quel dunque son diventata una piagnucolona, Albert, la vita mi si è fatta pesante ma tu l'hai resa più leggera anche se per poco. Mi spiace di averti caricato, senza esitazione, come se dentro di me ci fosse l'ostinazione di forzare il tuo modo di agire. Sono stata cattiva e disattenta nel non volerti rispondere fino ad oggi, mi ero chiusa in me, poi ti ho sognato ed io ho reagito come d'istinto. Ed eccomi ancora qui a buttarti addosso il mio volere, come se fosse il tuo dovere. Ti avrei anche subito scritto, ma mi disconnettevo di contino dal senso delle tue parole al mio seguire il senso della tua voce. Dal vederti così accanto. Dal entrare perfino dentro di una d'esse e poter volare lontano. Questione d'istanti. Ma alcuni istanti valgono una vita, Albert mio caro. Mi hai detto di preservarmi, che infondo tutto passa se io sto in forze. Volevo risponderti subito che la forza me l'hai dai tu, ma le parole in gola non sono uscite, e se mi fossi sciolta, ti avrei pure fatto battute finché non ti fosse scappata qualche risata ma avrei dovuto ammettere cose di cui non so se
eri pronto ad ascoltare. Parlami ancora e portami sempre nei tuoi pensieri.
Conservo sempre i tuoi unicorni come
fossero oro.
Tua Anne Marie

Vigevano, 1915

Albert, ccoci ad un nuovo giorno. Giorno nuovo vita vecchia. Oggi ho guardato proprio in profondità le tue bolle più belle. Tutti i loro colori e e le loro rotondità della superficie. Mi sono apparse come simili alle mie, certo più belle. E credo non ci voglia tanto a super le mie.
Mi sono fermata a riflettere su di loro ma quando il cuore è un caos non è che puoi riflettere davvero. Le mie bolle stanno e basta, oggi è così, e mi verrebbe voglia di bucarle una per una fino all'estinzione di esse. Dici che si può? Io sono dell'avviso che tutto si può, bisogna vedere però se anche conveniente farlo. Con il senno di poi, intendo. Perché io credo che ci sia un tempo per tutte le cose e che un giorno ci sarà pure me, una persona che apprezzi le mie bolle, esattamente per come sono. Esattamente per la loro consistenza, il loro colore, le dimensioni.
Qualcuno che le prenda perché ciò è la cosa più normale che egli possa fare oltre respirare.
Le amerà e le custodirà dentro se, come se fosse un tesoro inestimabile. Quella persona coltiverà la voglia di veder insieme le nostre bolle diventare una sola bolla, grande potente e forte e ne sarà felice dal profondo. Imparerò a conoscere le sue e non ne avrò paura. Non avrò paura di svelarmi complicata, eccessiva e non altezza della situazione. Non piangerò per questa persona, se non di felicità. Riguarda le tue bolle e sii felice di aver qualcuno che sappia amarle come se fossero sue. Non sempre è così. Quasi mai lo è.

Vigevano, 1915

Albert, devo dedurre, da quello che ho letto su di te, che ti devo ora considerar pure trasparente. Come se le tue parole passate fossero vano vapore, che come viene pur se ne va. Faccenda strana il tuo intelletto, tante volte mi ci sono trovata in mezzo e pure ancora fatico a orizzontarmi se non chiudendo gli occhi e seguendo l'istinto. Dentro hai un casino di pensieri racchiusi in zone d'ombra dove la gente per distrazione non guarda mai e tu lì collezioni i migliori, indisturbatamente. Le tue debolezze, le tue distrazioni, il tuo malessere dell'animo io non posso far cessare, migliorare, curare. Né io né altri. Solo tu crei i tuoi dispiaceri. Sai di cose di cui son fatte le persone di spessore. Le rego‐
le le conosci pure tu. Se mi chiedi di prendere una certa distanza, io per affetto lo faccio, non ti offendere se poi ci manchiamo fino a farci male. Comunque vorrei terminar questa lettera con il dirti che non aspetterò più tue notizie, invece sarebbe una bugia. Aspetterò senza chiedere, trasparente e impossibile come la morte. Perché io ti amo Albert.
Tau Anne Marie

Vigevano, 1915

Albert, mi dispiace di essere una vigliacca ma proprio non potevo dire quelle cose. Non ci riuscivo, dovevo difendere la tenerezza dentro di me, contro una tua granitica indifferenza. Contro peggio ancora un tuo discorsetto del "soffriresti troppo" sulle mie e tue situazioni che anch'io conosco. Non avrei respirato sui tuoi silenzi, sarei sicuramente inciampata sull'insicurezza della tua voce. Sarei caduta, stramazzata al suolo al sentir mentire ancora e ancora la tua voce senza poter gridare: “Basta io non ne posso più”. Con il senno di poi, a cuore calmo, un sorrisetto sale su al pensiero del racconto che ne avrei fatto delle piccole gioie che poi nelle tue mani son finite. Son contenta, davvero tanto, confido in loro che ti possano ricordar ogni tanto di me. Non sono sicura di ciò che ne farai, se le conserverai e basta o se le userai. Come ad altri le giustificherai e quale sorrisetto beffardo al quel punto spunterà dalle tue labbra bislunghe. Ti faranno da rammentatori di tutto ciò che ti ho insegnato e tu li odierai ma non potrai mai sbarazzarti di loro perché la gentilezza è nel tuo cuore, come l’onore, Albert. Poi però, se ti avessi qui davanti, ti avrei anche raccontato tutti i guai e allora la chiacchierata sarebbe diventata seria, pesante e lunga. Quante cose può ascoltare un’anima, prima di cedere alla stanchezza? Non lo so, davvero non lo so, Albert, se tu eri sincero quando mi scrivevi o quando mi parlasti prima di partire. Saprei riconoscerlo perfino di schiena se mi stai mentendo ma senza la tua presenza, mentirmi ti è più faci le.
Tua Anne Marie

Vigevano, 1915

Albert, tu ce l'hai con me ma io non posso dirti che chi frequenti siano gente spettacolare, se non è così… forse tu lo sei non loro. Dal fronte mi arrivano strane notizie in cui io muoio ogni volta. Lo so che di loro vedo solo quel che vogliono far vedere, ma sai lì si nasconde anche un po' di quella verità che all'altra gente, quella dei loro "tutti giorni" forse tacciano, nascondono. Le loro anime sono inquinate da sogni corrotti e pensieri confusi. Questo io penso. Io sono sincera, ma non trovo altro modo per definire persone che di nascosto spacciano menzogne per verità e camuffano verità per battute di spirito. Chi fa il pagliaccio per finta, alla lunga, lo diventa davvero. Non vorrei perderti ma le nostre strade si divideranno ben presto su questo cammino che stai da un po' intraprendendo. Le porte del convento mi si apriranno a breve, ed ancora per poco che io posso combattere se ora tu mi lasci sola. Io ho paura dei miei domani, tu lo sai, per questo non li prometterò mai facilmente, a nessuno. La mia vita s'è fatta pesante e pressante, ho solo pensieri di stanchezza ma qualche speranza perfino io ce l'ho. Lo sappiamo entrambi. Rimane da capire quanto ti terrò ancora la mano. Quanto te la farai tenere senza poi voler spingermi via da te perché ti son troppo vicina. Di quelle vicinanze che appartengono al per sempre. Io non credo ai per sempre questo non te lo mai detto, eppure è così… Io credo che se lo vuoi puoi, ma te lo devi guadagnare ogni santo giorno. Come ogni
cosa belle della vita. Come ogni cosa fatta con calma e per bene.
Tua Anne Marie

Vigevano, 1915

Albert, Stasera ho bevuto, era una di quelle notti in cui si deve bere via la paura se si vuol sopravvivere. C'è il male dentro me, il lato oscuro che contamina la mia anima. Ho rovinato il mio braccio, di nuovo e forse oggi lo rovinerei ancora un po' se avessi attrezzi adatti a me. Per cercare un posto su cui nascondermi, ho preso da bere e cose per dipingere, di nascosto da mio padre. Son cose che ho già fatto una vita precedente… Tu non hai mai dipinto ubriaco?? Non hai mai danzato come se fossi sul tetto del mondo? Non ti sei mai spinto fino all'estremo intimo pensiero che forse è il tuo sangue quello che invoca il sollievo? Solo il sangue lava e perdona, disinfetta e aggiusta l'anima. Se non lo sai, questa vita, non ti ha insegnato nien‐
te. Non fermare la mia mano, tanto non ci riuscirai. Poi sei lontano ed io non ascolterò certo nessuno, quando verrà il momento del buio e delle tenebre dentro me. Non ti ho mai insegnato ad accendermi e spegnermi, forse avrei dovuto, forse avrei dovuto anche insegnarti a starmi accanto quando succedeva ma non potevo prevedere che le situazioni avrebbero spinto la mia anima ben oltre di quello che potevo sopportare. Non potevo sapere che una stupida guerra ti avrebbe portato via da me. Se cuci una ferita sanguina ed io è quello che voglio vedere, voglio vedere sanguinare la mia anima affinché io possa riparla di nuovo. Voglio riassemblarla, togliendo ciò che è maligno e corrotto. Ciò che mi fa star male non può esser
tolto, questo lo so. Stammi vicino.
Tua Anne Marie

Vigevano, 1915

Albert,
Tu non sai com'è la paura di sentirsi umana solo guardandoti un istante  ma per poi tremare per mesi.
Tu non sai com'è la voglia del voler fare un salto nel buio per te  sapendo che se cado non mi rialzo.
Tu non sai com'è il brivido che scende lungo la colonna vertebrale lento e inesorabile fino alle mie stanze interne e lì si nasconde aspettando di essere trovato.
Tu non sai la confusione che mi provochi quando ti mostri al mondo ma il mondo non sa che guardando quegli occhi potrebbe trovarci la notte e il giorno insieme.
Che ciò che dici è un miscuglio di ciò che non dici.
Che ciò che appare non è ciò che sei ma ciò che vorresti essere.
Che quando sei emozionato parli veloce e che quando sei silenzioso hai l'anima chiacchierona ma che farla parlare ci vogliono le domande giuste.
Che non credi affatto di esser bello ma punti tutto sull'intelligenza.
Che infondo sei timido con le donne che ami ma anche appassionato e non sanno che se ti avvicini a me? o a lei? poi non sai più domare l'istinto che in te.
Che non puoi innamorati di chiunque perché il caos che è in te ha bisogno di una stella che ci danzi dentro.
Che non sei contento di quello che sei stato quando invece era la parte migliore di te che mostravi.
No, non lo sanno, non lo sai neppure tu, perché essi ti guardano ma non ti osservano.
Perché ti ascoltano ma non ti odono affatto.
Perché in cuor loro ti ammirano per lo stile, intelligenza, ti apprezzano come lavoratore o ne sono gelosi, vorrebbero far le cose che fai te o esser te per le tue molte amiche ma non ti amano per la gentilezza della tua anima. Essi non ti amano per la prodezza del tuo cuore, per il carattere deciso, la voglia di vivere che si nasconde sul fondo della tuo sorriso.
Ma non potete saperlo tu e il mondo già, perché  semplicemente non siete me.
Ed è estremamente fortunato il mondo a non esserlo, e forse è meglio anche per te, perché può gioire con te ma non  sentire il tuo intimo che si spacca per tutte queste nuove sensazioni.
Per la tenerezza che mi dai, e poi l'eccitazione, la gelosia ed infine la pace.
Esso può esserti amico o viverti accanto senza averne paura o senza dover star lì a guardare senza la possibilità di scappare e sentire la tua persona segreta del cuore che vorrebbe dire sì che ti voglio idiota ma alla tua voce non giunge suono solo il rumore dei passi che si allontanano da me e io che rimango in silenzio e muoio.
C'era tutto l'azzurro del mare e il blu cielo della sera In quella tua anima;
racchiusa dentro quei castagni d'occhi che avevi.
C'era tutto il miele della vite e il veleno della vipera In quel favo che avevi per bocca.
C'era tutta la danza della sua musica e tutta l'eleganza di suoi graffi dentro il vinile della tua mente che fuoriusciva a cascata mentre la rupe del tuo corpo ne forgiava l'andamento.
Sguardi parlanti di mute parole
Sopra un panorama di immutevole bellezza trasformano i pensieri in stelle e buchi neri, ove vi è dolce nascondersi salvo poi non riuscire più a ritrovarsi.
Questo ricordo di te, mio Albert. Io ti conosco davvero, non lo scordare.

Vigevano, 1915

Albert, qui sul finire della sera, sui rilievi stessi della fine, o l'onda eterna del per sempre fra noi, io scrivo a te, come se non ti avessi scritto mai. Come se le mie labbra e le mie mani capricciose non ti avessero mai detto o scritto cose cattive e mediocri. Come se la mia anima non ti fosse mai appartenuta e il mio esile corpo non ti avesse mai davvero desidera‐
to. Ti scrivo come se ti avessi perdonato. Dove ora sono io, tu non potrai arrivare, né per salvarmi né per destarmi. Non potrai venir sul quel cavallo bianco e con la tua bella uniforme, o volando sopra le nuvole per atterrare di fonte a me e come nelle favole darmi il salvifico bacio del vero amore, che tutto salva e che tutto risveglia. Dove sono io tu non ci sarai perché non è posto per te, tu meriti altro nella vita. Un minuto prima che mi si aprirà il convento io cesserò d’essere me. Porterò con me i miei unicorni. Ti mando le mie speranza e ti auguro di dormire, sopportando gli incubi, e non sentendo il peso della vita che ti scivola via. Le mie speranze sanno d'esperienza, di vita, sono piene di fascino per chi le sa guardare, perché sanno di te. Ti auguro, anzi no, ti prego, non bere via la paura assieme alla stanchezza, non rovinare ciò che la natura ti ha dato di così bello e prezioso. Voglio spero che tu mangi, con moderazione ed equilibro ma mangi. Non sai quante nevrosi in meno avresti se tutti questi consigli seguiresti. Non prender pensieri sconsiderati, per dimostrar che tu ti salvi sempre. Non metter alla prova la preoccupazione di chi ti vuol bene. Sii prudente, sei importante per tanta gente. Non buttarti con gente sciatta, che si nasconde dietro insulsi pretesti. Sii te stesso, credi in te stesso. Mettiti alla prova, allo sbaraglio solo fra le braccia di che ti vuol bene, che sa ciò che ami e ciò odi. Non tornare in guerra. Non meriti di più che l'inganno? Non meriti forse anche un po' di verità? Ti ho insegnato a volare, allora vola, forza, con la tua mente, con la tua anima senza bisogno apparen‐
temente di nessuno. Amerò, spererò, pregherò, sempre per te, che quando ti accorgerai di aver sbagliato, avrai sempre la forza di ricominciar da capo.
Ti amo, sempre tua Anne Mary dei tuoi unicorni.
Addio.
....

Treviso, 1915
Cara Anne Marie,
Anne Ma-rie, Ma-rie il tuo nome si scioglie in bocca come miele ma non è una dolce medicina poiché il mio sguardo vaga già fra i troppi corpi senza vita che la guerra lascia dietro sé. La mia anima lacerata rincorre senza posa la mia oasi di pace ma non riesce perché tremula è l'immagine e insaziabile l'anima. Certe volte credo di non meritarmi il tuo paradiso. Sono disperato di te. Ho ucciso ani‐
me nemiche, già nemiche di chi? Sai hanno tutte il volto di quel ragazzino che per salvare la mia stupida vita ho
ucciso. Il mio primo omicidio benedetto
dalla patria. Ma non da me. Io non mi perdonerò per ciò che ho fatto. Fuggo
ogni notte lontano da me. Salvami angelo mio. Prega per me, suona ancora il piano vestita di lino azzurro troppo trasparente per le tue bellezze in boccio e ti prego non smettere mai di ballare nei prati di tua nonna. Questo è il mio paradiso, mia redentrice d'anime. Questa sei tu. Questa ed anche ella che quando dietro al fienile mi mostrò come il mio povero soma poteva divenire unicorno poi mi baciò sfuggendo via dalle mie nervose mani. Ogni notte sogno di lasciare quest'inferno, ogni notte sogno di te vestita di bianco che mi accogli nelle tue stanze interne e mi porgi la tua anima come balsamo per le mie molte pene subite. Sei il mio balsamo, sei il mio amore, la medicina che cura la malattia presa dalla medicina. Ho freddo seppur mi hai insegnato a volare fino al sole.
Ma non sono Icaro amore mio, non ho fede il questi tuoi sogni, sono un semplice soldato maledetto che un giorno spera con tutto il cuore di prendere la tua mano e con il vestito buono di mio padre portarti davanti a Dio e prenderti in sposa e giurare fedeltà alla tua anima. Questo soldato vuole anche saziarsi di giorni con te e non rammentare più di storie di giovani che avevano un amore grande come il mio che non rivedranno più. Io tornerò te lo giuro! Tu aspettami non tarderò.
Tuo Albert C.

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