Ritorno al futuro #spinoff


Eravamo seduti per terra fra il cartone della pizza e la birra. Io avevo la testa ap​pog​gia​ta alla mia poltro​na e tu gio​ca​vi con i miei capelli sdraiato sul pavimento. Completamente persi in noi dopo aver visto la trilogia di “Ritorno al futuro” non stop. Ebbri del film e dei nostri intimi pen​sie​ri.
«Vorrei avere la DeLorean», mi dicesti pensoso, «magari quanti sbagli avrei rimediato».
«Magari ne avresti fatti altri e avresti cancellato il futuro magari pure me», dissi io leggermente disconnessa dal mio mondo.
«A te non potrei mai can​cel​lar​ti per​ché ap​par​tie​ni al passa​to e al futuro.»
Sorrisi e bevvi la mia birra al limone. Feci spallucce alla tue belle parole intenzionalmente.
«Io farei sparire la persona che ha inventato la birra al limone», dicesti guardandomi.
«E chi ti dice che non l'ab​bia in​ven​ta​ta io? Che ma​ga​ri abbia acchiappato la Miss D. e sia scappata nel passato e abbia partorito questa birra?»
Ormai era una sfida fra noi. Tu la scura ed io la verde. Un lungo sorso e poi mi sollevai suoi gomiti ed tu eri già in ginocchio con gli occhi socchiusi e un sorriso malefico diffuso nel sorriso.
«Miss D., grande Giove???»
«La mia DeLorean non è come tutte le altre e in anzitutto è rossa.»
«Cara, mi spiace deluderti: la vera ed inimitabile DeLorean è gri​gia.»
«Nel film. In realtà era rossa ma ho lasciato che fosse grigia nel film ma è una lunga storia. Se t'interessa ascoltarla…»
Saltasti in piedi gridando: «Sacrilega!»
Andasti in bagno e poi di ritorno dicesti: «Neanche per idea. Non può succedere niente di buono con una che guida la DeLorean rossa e inventa birre al limone», prendesti il tuo libro e accavallando le lunghe gambe lo sfogliasti con sufficienza. Io presi il mio Asus e mi collegai su 20lines e iniziai il mio racconto. Dissi solo ad alta voce:
“Mi chiamano Nina McFly…”
Scrivevo e poco dopo mi chiedesti chiudendo il libro seccato: «Scusa McFly?? Ma non mi dire che ti sei data in sposa a Marty?» inarcasti un sopracciglio geloso.
«Noo, io sono la nipote di Doc.»
«Capisco ora la tua capigliatura», dicesti sorridendo.
Mi sdraiai sul tuo grembo e guardandoti dissi a mo' di sfida: «Zitto, scemo, che ci sei pure tu in questa storia...»
E la stanza si smolecolizzò ridisegnandosi in una Hill Valley della California del lontano 25 ottobre 1985, dove un giovanissimo Marty McFly era un diciassettenne che passeggiava con la sua fidanzatina Jennifer… Una signora nel frattempo si avvicina a loro e dice: «Salviamo l'orologio. Il Sindaco Wilson promuove un'iniziativa per riparare quell'orologio. Trent'anni fa un fulmine l'ha colpito ed è fermo da allora. Noi del comitato per la conservazione di Hill Valley vogliamo che resti esattamente com'è in quanto parte della nostra storia.»
Marty le dà un quarto di dollaro. Intanto una signora dice: «Salviamo l'orologio della torre» mentre se ne va.
Marty invece guarda Jennyfer e dice: «Dove eravamo?»
Jennifer: «A questo punto…» Si stanno per baciare quando una macchina irrompe e suona il clacson.
È il padre di Jennifer, Mr. Parker, che dice alla figlia di salire in macchina.
«Devo andare», risponde lei scrivendo sul volantino di lui: “I love you.”
Mar​ty sor​ri​de e ap​pe​na si vol​ta vede una ragazza che lo fissa ad un palmo di naso bloccandogli il passaggio. Marty le chiede: «Ma tu chi sei?»
«Io sono la nipote di Doc, piacere Nina McFly.»
Marty si gratta la testa e dice: «Ma Doc non si chiama McFly, ma Brown. Io sono McFly.»
La ragaz​za sor​ri​de e dice: «Nel fu​tu​ro di​ver​re​te parenti ed io prenderò il tuo cognome.»
«Parenti?» chiede ridendo Marty, ed aggiunge: «Aspetta che lo racconti a Doc: siamo vicini al suo garage.»
«Fai presto», lo esorta Nina.
Marty monta sul proprio skateboard ed aggancia una macchi​na del​la po​li​zia al pa​ra​ur​ti poste​rio​re, assicurandosi di non farsi vedere. Marty si aggancia dietro ad un'altra vettura. Proseguendo lungo la strada di casa sua. Non appena entrato si vede una macchina rossa davanti a casa McFly. Dalla macchina esce Nina.
A cena, George e Marty sono seduti. A tavola c'è anche la madre di Marty, Lorraine (47 anni). Gli anni non sono stati molto gentili con lei. Sono presenti anche il fratello di Marty, Dave, che indossa la divisa del Burger King e, a completare la famiglia, la sorel​la Lin​da, la qua​le ap​pa​re gras​sottel​la e poco attraente.
La TV è accesa e stanno trasmettendo “The Honeymooner” e di fronte a Marty c’è Nina che lo guarda in modo strano. Dopo cena Marty se ne torna in camera, aspettando l’orario in cui deve incontrare Doc. Nina è sparita e questo gli dà sollievo e finisce per appisolarsi.
A sessantacinque anni, il dottor Emmett Brown è uno dei più grandi inventori del mondo e anche uno dei più misconosciuti. Anzi, proprio nessuno a eccezione di Marty McFly, conosceva le sue realizzazioni, ma non aveva importanza. Ben presto sarebbe cambiato tutto. La sua vita di lotte e di umiliazioni stava per tingersi d’oro. Gira lo sguardo sul laboratorio, un garage pieno delle cianfrusaglie e dell’equipaggiamento che s’erano andati accumulando per più di quarant’anni. Fra le altre cose c’e​ra​no un mo​to​re a rea​zio​ne, mucchi di circuiti, tanti pezzi di ricambio da costruire almeno due automobili, una radio a onde corte, un Jukebox, un banco da la​vo​ro con l’at​trez​za​tu​ra da sal​da​to​re, i rottami di un robot, un frigo funzionante e una dozzina di orologi. Gli orologi erano la passione di Doc Brown. Ne aveva di ogni tipo, dai cucù ai modelli digitali, e tutti erano perfettamente sincronizzati. La presenza di tutti quegli orologi non era accidentale. Il tempo rappresentava l’interesse più recente di Doc Brown, e probabilmente anche l’ultimo. Negli anni ‘50 aveva tentato di sco​pri​re i se​gre​ti del​la men​te uma​na per mezzo di tutta una varietà di apparecchi per la lettura del pensiero. Nessuno aveva mai funzionato. Un decennio prima, gli era venuta l’idea che tutti i mammiferi parlassero un linguaggio comune. E c’erano stati altri progetti, altre teorie: l’idea che fosse possibile estrarre l’oro surriscaldando la superficie terrestre, che l’età di ogni persona fosse predeterminata e si potesse rivelare studiando la composizione delle unghie; e inoltre aveva pubblicato un articolo in cui si affermava che il sesso dei neonati si poteva predire prima ancora del concepimento. Doc Brown non s’era mai lasciato scoraggiare dal trascurabile fatto che tutto il suo lavoro non aveva dato neppure l’ombra d’un risultato. Aveva elabo​ra​to ogni elemen​to del​la sua teo​ria sui viaggi nel tempo fino a renderlo perfetto: stava stabilendo senza ombra di dubbio che il suo esperimento sarebbe riuscito per davvero.
Questa era la seconda macchina del tempo in verità. Una prima era stata costruita e poi persa nello spa​zio-tem​po. Que​sta se​con​da mac​chi​na grigia invece era servita per riuscire a trovare la prima. L’incidente di perdere la macchina nello spazio-tempo lo aveva alquanto destabilizzato per parecchi anni, anche se la macchina e la ragazza erano poi stati ritrovati. A lui non interes​sa​va la cele​bri​tà, ma la ri​cer​ca e la sco​perta. Ma questa era la volta buona per presentarla al mondo, si era detto.
La DeLorean era stata rinnovata e sentiva dentro di sé che questa volta avrebbe po​tu​to presen​tar​la al mon​do. La sua teo​ria dello spazio-tempo si andava definendo, così come ne stavano parlando Doc e Nina.
«Io immagino il tempo sferico e infinito», dice lei con il sorrisetto di chi la sa lunga. «Come la buccia di un’arancia. Un cambiamento nella consistenza, in un punto qualunque, viene risentito sulla buccia intera. Il futuro influisce sul passato e sul presente nello stesso modo in cui il presente e il passato influiscono sul futuro».
Doc aveva alzato l’indice della saggezza.
«Ma il passato è ormai superato e immutabile», continua lei e poi aggiunge sorniona: «Già come può essere cambiato?»
«È appunto ciò che intendo dire», era stata la risposta di Doc Bro​wn.
«Il pas​sa​to non è af​fat​to superato e immutabile. C’è ancora…»
«E quando troveremo il modo di penetrarvi, potremo cambiare le cose destinate ad accader domani…», finisce lei.
Si danno il cinque sorridendo.
«Nina secondo te sta dormendo?»
«Ma​te​ma​ti​co, Doc. Chiamalo che Icaro ha bisogno di noi.»
«Icaro?» Doc alza il sopracciglio.
Nina diventa tutta rossa come la sua DeLorean e balbetta: «Eh già!», disse Nina compiaciuta.
«Il figlio che non ho mai avuto!» disse melodrammatico Doc mettendosi una mano sul cuore.
«Ac​ci​denti, non arriva Marty!!» borbotta.
Ma per fortuna quello era l’anno 1985, non i tempi andati, quando sarebbe stato costretto ad andare in cerca d’una cabina telefonica. Allungò la mano sotto il cruscotto, tira fuori il telefono e incomincia a comporre il numero. Bip. Bip-bip. Marty scrolla la testa e allunga la mano ver​so il te​le​fo​no sen​za filo ac​can​to al let​to.
«Pronto.»
«Non stavi dormendo, vero?» chiede la voce di Doc Brown.
«Uh, no. No, naturalmente… c’è qui una stra​na ra​gaz​za…»
«Sì, è Nina! Ed è qui con me. Mi sono ac​cor​to che ho di​men​ti​ca​to la videocamera. Potresti passare dal laboratorio a prenderla, mentre vieni al Mail?»
«Certo, Doc. La chiave è al solito posto?»
«Al solito posto. Sotto la pianta in vaso.»
«Non è il nascondiglio ideale», osserva Marty. «È il primo posto dove guarderebbe un ladro.»
«Nessuno mi ha an​co​ra de​ru​ba​to. Co​mun​que, il la​bo​ra​to​rio ha l’aria così malmessa. Nessuno potrebbe mai sospettare che lì dentro c’è materiale di ricerca che vale un miliardo di dollari.»
«D’ac​cor​do, Doc. Ci ve​dia​mo fra un’oretta.»
«Va bene.»
Marty riattacca, infila le scarpe, arraffa il giubbotto e prende lo skateboard e il nuovo Walkman che porta con sé dovunque va. Entra nel garage di Doc. Tutti Gli orologi sono sincronizzati. In un orologio in particolare c'è una sagoma che rap​pre​sen​ta una per​so​na ap​pe​sa alla lan​cetta dei minuti. Proprio quello che succederà a Doc alla fine della prima parte di questo racconto. A un certo punto scat​ta un ap​pa​rec​chio che ac​cen​de radio, TV e macchina del caffè. Si attiva un altro apparecchio che apre una lattina di carne in scatola e la versa nel recipiente con su scritto “Einstein”. Si nota che la casa è stata vuota per più giorni perché la ciotola è strapiena di carne. La porta d'ingresso si apre e Marty McFly entra.
«Ehi Doc?» chiama Marty, mette a terra lo skateboard, gli dà un polpetto col piede mandandolo a colpire uno scatolone sotto il letto con su scritto “Plutonio”! Ma Marty non se ne accorge. Attacca la sua chitarra elettrica all'amplificatore di Doc. Alza tutto il volume e dopo solo una nota suonata l'amplificatore si spacca e la forza del suono fa saltare Marty contro una libreria di Doc. Cascano i libri su di lui. Si toglie gli occhiali e si vede per la prima volta la sua faccia.
«Uhh... superstereo!» dice Marty prima che scatti un allarme antincendio che nel laboratorio di Doc segnala lo squillo del telefono. Marty fruga sotto un mucchio di carte. Trova il telefono e risponde. Marty e Nina Lasciano il laboratorio di Doc passando accanto al Burger King.
Doc risponde: «Un momento di pazienza e le tue domande avranno una risposta. Pronto a registrare?»
«Sì, pronto.»
«OK. Mah doc ma quella tuta che cos…»
«Non ti preoccupare, non te ne preoccupare.»
«Sì, bene, bene, sono pronto.»
Marty inizia a filmare Doc che dice:
«Buonasera. Sono il Dottor Emmett Brown, sono nel parcheggio del Twin Pines Mall. È sabato mattina, 26 ottobre 1985, è l'01:18 e questo è l'esperimento temporale numero 1.»
Marty si avviò verso il retro del furgone. Nell’atti​mo​ preciso in cui arrivò all’altezza del paraurti posteriore sentì uno stridio secco, un tonfo, e vide gli sportelli che si aprivano drammaticamente. Lo scivolo si abbassò e un gigantesco oggetto lucente scese sul parcheggio. Era la DeLorean d’acciaio inossidabile, modificata con varie bobine e altri aggeggi dall’aspetto poco rassicurante. Marty restò a guardarla a bocca aperta. «Ecco bravo, adesso sai come funziona. Devi venire con me, Marty. Ho bisogno del vostro aiuto.»
Ma Marty non l’ha sta ascoltando.
Guarda la DeLorean, si avvicina lentamente e si ferma. La portiera ad ala si solleva e rivela la faccia sorridente di Doc Brown. Comunque, Marty notò appe​na l’a​mi​co. Con​ti​nua​va a fis​sa​re la De​Lorean. Non aveva mai visto niente del ge​ne​re. Il muso del​la mac​chi​na av​ve​ni​ri​stica era una linea digradante ininterrotta dal parabrezza al parafango... bellissima, ma non proprio sorprendente. Dall’abitacolo alla parte posteriore, invece, era stata modificata in modo da somigliare a qualcosa che poteva capitare di vedere soltanto in una centrale a energia atomica. Al posto del sedile posteriore e del por​tel​lo​ne c’era un enor​me reat​tore nucleare, e dietro a questo sporgevano due grossi ugelli, ognuno dei quali aveva otto aperture. Intorno agli ugelli e al reattore stava un avvolgimento dello spessore di quindici centimetri che scom​pa​ri​va sot​to il paraurti e ri​spun​ta​va più avanti per avvilupparsi intorno al tet​tuc​cio. Un ar​ne​se cir​co​la​re del diametro di una quarantina di centimetri, che come Marty avrebbe scoperto più tardi era il radar, torreggiava sopra il sedile del passeggero. Grossi cavi si snodavano dal motore alle ruote anteriori e contribuivano a conferire alla macchina un aspetto arcano. Doc Brown lasciò che il suo pupillo contemplasse lo strano veicolo per un minuto intero, prima di rivolgergli la parola.
«Buonasera, Marty», disse sorridendo. «Benvenuto al mio nuovo esperimento. Questo sarà il più grande... l’occasione che ho atteso per tutta la vita.»
Più che alla prospettiva dell’esperimento, Marty era interessato alla macchina. Gli gira intorno, scrutandola con attenzione.
«È una DeLorean», disse.
«Ma che cosa le ha fatto?»
«Solo qualche modifica», rispose Doc Brown con un sorriso. Scese dalla macchina, rivelandosi in tutto il suo spettacoloso splendore fantascientifico. Era convinto di somigliare a Michael Rennie quando appare per la prima volta nel film “Ultimatum alla Terra”.
Ma Nina disse a quel punto: «Adesso basta!! Tutti a bordo!!»
Doc entrò ma Nina si era già messa nel posto di guida. Fece scattare l’interruttore dell’energia e, azionando il pulsante dell’acceleratore, lanciò la ruggente DeLorean verso l’estremità opposta del parcheggio, la fece arrestare di colpo, e quin​di la girò con il muso ver​so l’o​biet​ti​vo. Marty nota il fumo che s’innalzava dai pneumatici durante l’inversione di marcia e si augura che nessun poliziotto capitasse da quelle parti. Per trenta secondi la macchina restò immobile con il motore a folla. Agli occhi di Marty appa​ri​va come un felino gi​gan​te​sco in pro​cinto di avventarsi su una vittima ignara.
«Ora siamo pronti», disse Doc Brown. «Se i miei calcoli sono esatti, quando la macchina raggiungerà i centoquaranta chilometri all’ora, scommetto che ve la farete addosso.»
Poi, ricordando all’improvviso che la telecamera era ancora in funzione, Doc rabbrividisce scandalizzato dal proprio linguaggio, e si affretta a aggiungere in tono discorsivo e più tradizionale: «Quando si raggiunge la velocità di centoquaranta chilometri orari, dovrebbero incominciare ad accadere diverse cose insolite, in questa fase dell’esperimento temporale numero 1.»
Doc Brown prende mentalmente nota che avreb​be do​vu​to ta​glia​re la fra​se incriminata nella versione definitiva del documentario, in sede di montaggio. Trae un profondo respiro e annuisce con la te​sta e Nina pre​me il pul​san​te dell’acceleratore. Il parcheggio di Twin Pines Mail era stato prescelto perché era lungo più di mezzo chilometro: ma ora, mentre la DeLorean nuovissima incominciava a sfrecciare rombando verso l’estremità opposta della lunga striscia asfaltata, l’inventore si chiede se sarebbe stato sufficiente. La DeLorean è partita come una macchina da corsa, con il cambio che s’innestava automaticamente mentre l’indicatore segnava una velocità che passava dai 50 ai 65 chilometri orari in una frazione di secondo. Quando arriva ai 100, parve muoversi troppo in fretta. Marty la seguì con la telecamera puntata, e un paio di volte rischiò di lasciarla sfuggire dall’inquadratura a un’accelerata troppo violenta. «Cen​to», annuncia Doc Brown. «Centocinque... Centodieci... Centoventi... Cen​to​tren​ta.»
La DeLorean aveva davanti a sé quasi tutta l’intera lunghezza del Mail: non si fece scrupolo di pigiare sul pulsante dell’acceleratore. Il tachimetro balza a centotrentadue, a centotrentacinque, a centotrentotto e finalmente toccò i centoquaranta. Poi, per un lungo secondo, l’ago indugiò sul numero magico come per sottolinearne l’importanza. Doc Brown attende, mentre Nina dice di star calmo. Ma doc non è calmo affatto. Restò immobile, come paralizzato. Nel mezzo della corsa precipitosa lungo il centro del parcheggio, la DeLorean fu improvvisamente inghiottita da un abbagliante chiarore bianco. Per una frazione di secondo la sagoma della macchina circondata dall’alone di luce, apparve come l’immagine di un’eclisse di sole. Poi un’onda d’urto e un’esplosione sonora investirono Marty e Doc Brown mentre l’auto scompariva in un’immane scia di fuoco. Le braci, all’inizio grandissime,      rimpicciolirono                 gradualmente fino a lasciare una sottile breccia rosea nel​l’at​mo​sfe​ra. Poi nel par​cheg​gio ri​suo​nò un lieve tintinnio metallico. Vi fu un movimento, l’ombra di qualcosa che si muoveva... qualcosa di molto piccolo.
Mar​ty si pre​ci​pi​tò, rac​col​se l’og​get​to con dita tremanti. Era la targa della DeLorean, una targa personalizzata che diceva OUTATIME. Fuori del tempo.
«Cosa ti avevo detto, Nina?» grida euforico Doc Brown. «Centoquaranta chilometri orari! Esattamente come avevo calcolato.» Consulta l’orologio. «Lo spostamento temporale è avvenuto esattamente alle ore una, venti minuti e zero secondi.»
Nina gli dà una pacca sulla schiena. Lei ha già assorbito l’emozione di tutto ciò. E in verità non vede l’ora che finisca l’esperimento per portarli con loro da Icaro. Doc Brown sorrise con aria modesta. «Secondo me», rispose, «quando si costruisce una macchina del tempo, tanto vale farlo con un po’ di classe e di fantasia. E poi c’è anche un aspetto pratico. La struttura in acciaio inossidabile della DeLorean rende la dispersione del flusso...» S’interruppe. Il suo orologio digitale aveva incominciato a emettere un “bip”. «Dieci secondi», annunciò. Nina sospira. Pensa se sia il caso di rapirlo ora e subito, ma poi pensa che Marty gli sareb​be uti​le. «Cinque secondi. Preparati a un improvviso spostamento d’aria.»
«Quattro... tre... due... uno...» conta Doc
Brown, con voce fremente d’emozione. Puntualissimo, il colpo di vento li investì, subito seguito da un assordante boom così forte da far rizzare i capelli. Nel​lo stes​so istan​te la De​Lo​rean riap​par​ve nel punto preciso in cui era sparita. Ma non era fer​ma. Con​ti​nua​va a viag​gia​re alla stessa velocità di prima. «Cen​to​quaranta chilometri orari!» gridò Doc Brown nel rombo tonante dell’aria smos​sa.
«Scotta?» chiede il ragazzo.
«No. È fredda. Maledettamente fredda», rispose Brown, scuotendo le dita.
«Ora Sali, Marty Mcfly, che abbiamo una missione da svolgere. Ora e subito.»
Mar​ty ubbidisce e si mette dietro accanto al cane. Questa ragazza le sta sempre più sulle scatole. Marty si accosta da dietro Doc e sbircia i quadranti e le spie che continuano a lampeggiare. Come un bambino orgoglioso d’un giocattolo nuovo, l’inventore incomincia a far scattare gli interruttori. «Per prima cosa devi attivare i circuiti temporali», spiega e poi guarda Nina e dice: «Che data bambina mia?» Preme un pulsante e si accende un’in​te​ra bat​te​ria di spie co​lo​ra​te. «Questo ti indica dove stai andando, questo dove sei, e questo dov’eri», continua. Marty osservò con attenzione i display, che portavano rispettivamente la dicitura: “TEMPO DI DESTINAZIONE”, “TEMPO PRESENTE” e “TEMPO DI PARTENZA”.
Senza attendere che Marty gli rivolgesse qualche domanda, Brown continua a parlare in tono concitato. «Devi battere il tempo di destinazione su questa tastiera», dice. «Vuoi assistere alla firma della Dichiarazione d’Indipendenza? Allora, Nina??»
«Luglio, anzi no giugno 2015. 20 giugno 2015» dice Nina agitata.
«E che succede in quella data?» chie​de Mar​ty cu​rio​so.
«Ehm… dunque in pratica evitiamo che io e Icaro ci conosciamo. Così lui due anni dopo non muore... ecco una cosa del genere. Purtroppo ad una azione avviene una reazione e se lui mi conosce poi le cose debbono andare per forza in un determinato modo. Invece cambiando l’azione iniziale è probabile che cambi anche quella finale…»
«Saggia ragazza! Ma non vedo uni​ver​so se voi non sta​te in​sie​me…» commenta Doc, ma Marty non è convinto da ciò che la ragazza racconta.
«Chi è questo Icaro e perché deve morire?»
Nina sospira e gli dice girandosi: «Ragazzo, fai troppe domande. Doc lo conosce chi è Icaro.»
«Ah… vabhè e allora?»
Doc Brown, completamente assorto nella descrizione della meccanica del suo sistema, cambiò il TEMPO DI DESTINAZIONE: 20-06-2015. «Ecco un’altra data memorabile nella storia della scienza e del pro​gres​so», con​ti​nua ri​dac​chian​do fra sé. «20 giugno 2015. Mi pare fosse sabato. Sì, adesso che ci penso ne sono sicuro. Il cielo era piuttosto grigio.»
«E che cosa successe?» chiede Marty. «La scoperta del vaccino Salk o qualcosa del genere?» aggiunge.
«No», continua Doc Brown. «È una data memorabile nella storia della scienza che nessuno conosce... per ora. Nessuno eccettuato me. Vedi, fu quel giorno che inventai il viaggio nel tem​po... gra​zie ad un bril​lan​te ra​gazzo di nome Icaro che adesso andremo a salvare dal conoscere una brillante ragazza dal brutto carattere.»
«E allora oggi che cos’è?» l’interrompe Marty.
«Oggi è la messa in atto, la realizzazione.» Brown sorride. «Il 20 giugno 2015 fu il momento in cui ideai la teoria operativa.» Si appoggia al sedile della DeLorean. Aveva gli occhi velati da una nostalgica felicità. «Lo ricordo chiaramente», dice. «Ero in piedi sul bordo del mio gabinetto e stavo per appendere un orologio. La porcellana era bagnata. Scivolai e battei la testa sul lavabo alla mia sinistra. E quando ripresi i sensi ebbi una rivelazione... una visione assolutamente perfetta... un qua​dro men​ta​le di tut​to ciò che dovevo fare e del modo in cui potevo farlo… anzi in realtà ero un bozzolo di idea. La vera farfalla me la regalò Icaro che quando rivenni era là nel mio bagno che mi guardava e disse un a frase che mi illuminò tutto il resto del quadro.»
«Oltre che “ti aiutò a costruirla”. Questo non lo dici mai!»
«Mi fece lo schizzo primitivo… poi io continuai da solo… anche perché poi non ebbe molto più tempo, in quanto ti incontrò. Sempre quel giorno! Puoi crederlo o non crederlo, ma vidi quel giorno la DeLorean: la guidava Nina. Rossa fiamman​te. Il mio so​gno, o al​lu​ci​na​zio​ne che fosse, comprendeva un’immagine della DeLorean. Una cosa del genere.»
«Sba​lorditivo», dice Marty, in uno slancio sincero. Conosceva quella sensazione. Una volta s’era svegliato nel cuore della notte: le parole e la musica d’una canzone nuova gli turbinavano nella mente. Non aveva dovuto far altro che prendere carta e penna e scrivere, quasi sotto dettatura. Era una cosa di poca importanza, in confronto a un’ispirazione scientifica come l’invenzione del viaggio nel tempo, ma l’effetto emotivo era mol​to si​mi​le. Doc Brown si gira e indica l’in​ter​no del​la De​Lo​rean l’u​ni​tà cen​tra​le.
«Inquadrala bene con la telecamera», dice. Marty si affrettò a puntare l’obiettivo sullo strano oggetto. Doc mosse la testa per farsi inquadrare e descriverne nel contempo il funzionamento. «È questo che rende possibili i viaggi nel tempo... il capacitor del flusso.»
«Il capacitor del flusso, eh?» ripete Marty. «È il suo vero nome, oppure gliel’ha dato lei?»
«È un nome logico che gli ho dato io, quando ho deciso di descriverne le funzioni in pochissime parole. Qualunque scienziato di genio l’avrebbe chiamato nello stesso modo, se ne avesse avuto l’occa​sio​ne.» ​
Marty ridacchia fra sé della scarsa modestia dell’inventore. Ma non lo rendeva antipatico, anzi. Guardò in direzione dell’orizzonte che adesso era dominato dagli enormi empori del Mail e dai lampioni ai vapori di sodio che delimitavano la periferia del campo visivo come ornamenti sgraziati.
«Quasi non riesco a credere che non ci sia più...» mormorò.
«Che cosa?»
«La fattoria... gli anni...» Doc Brown aveva assunto all’improvviso un’espressione molto triste.
Marty cercò di rasserenarlo. Batté la mano sulla fiancata della DeLorean. «Formidabile, Doc. Sono senza parole.»
«Sì, ne sono molto fiero», disse con un sorriso.
«E funziona con la benzina normale senza piombo?» chiese Marty.
Doc scrollò la testa. «No, purtroppo», rispose. «L’ho provata, all’inizio. Era un sogno che non poteva avverarsi... fare sì che la macchina funzionasse in modo semplice e poco costoso. Forse in avvenire sarà così, ma per il momento richiede un carburante un po’ più potente.»
Marty​ tirò a indovinare. «Vuol dire l’energia atomi​ca?» ​
Doc Brown annuì e indicò un contenitore contrassegnato dai simboli violacei della radioattività.
«Pluto​nio?​ Vuol dire che ha un motore nucleare?»
«Fondamentalmente è elettrico», rispose l’inventore. «Ma ho bisogno d’una reazione nucleare per generare gli 1,21 gigawatt d’elettricità che mi occorrono. Il capacitor del flusso li immagazzina, e poi li scarica tutti in una volta, come un fulmine colossale. Per la verità è molto efficiente.»
«Ehi, aspetta un momento, Doc», obiettò Marty. «È vietato detenere il plutonio. Lo hai fregato?»
«Na​tu​ral​mente. Altrimenti, come farebbe un comune cittadino ad avere il plutonio?»
«E l’ha rubato così, semplicemente?»
«In un certo senso. Cioè, l’ho fatto rubare da qualcun altro. No, non è esatto. Qualcun altro l’aveva rubato e poi lo ha ceduto a me» e guarda Nina e strizza l’occhio.
Nina dice: «Che cosa sei, un agente federa​le?» Doc Bro​wn sor​ri​se. «Sen​ti, non vo​glio che lui sappia troppe cose. Potrebbe essere pericoloso per lui. Posso dire soltanto che certe persone avevano questo plutonio e che me lo hanno dato per un altro progetto. Io pensavo che quel progetto fosse non soltanto meno importante del mio, ma anche dannoso per il futuro della società. Così, ho preso due piccioni con una fava, dirottando il plutonio dal loro progetto malintenzionato al mio, che invece era utile e innocuo.»
«Non avrai combinato qualche guaio con il nostro programma spaziale, per caso?»
«Neppure per idea», risponde Nina con aria virtuosa. «Considero bene​fi​ca la con​qui​sta del​lo spa​zio. Sono as​solutamente favorevole. E adesso, per favore, non insistere oltre. È meglio per te non conoscere altri dettagli.»
«E va bene», mormorò Marty.
«Dunque, prima di procedere, dobbiamo provvedere a proteggerti», dice Doc Brown. Scende dalla macchina e torna al furgone e tira fuori una tuta gialla antiradiazioni. «Indossala», ordina.
Marty blocca la telecamera e infila la tuta. La notte è diventata piuttosto fredda, ed era piacevole avere addosso qualcosa di più pesante. Alza il cappuccio. Si sentiva completamente distaccato dal resto del mondo, come un palombaro sul fondo dell’oceano. Con grande delicatezza, l’inventore prende dal furgone un cilindretto d’una decina di centimetri. In quella capsula, pensa Marty, doveva esserci una verga di plutonio circondata dall’acqua: la nuova fon​te d’ener​gia per la mac​chi​na del tem​po. Mar​ty spinge la De​Lo​rean un po’ più vicino al furgone perché non fosse necessario spostare troppo il plutonio, poi tornò alla telecamera e la rimise in funzione mentre Doc Brown si portava verso la parte posteriore dell’automobile e inseriva il cilindro nel caricatore. Poi richiuse lo sportelletto e butta all’indietro il cappuccio della tuta antiradiazioni. «Ora non c’è nessun pericolo», dice con un sorriso. «È tutto schermato con il piombo. Giusto?» chiede Marty.
«La mia macchina funziona», ribatte l’inventore. «L’hai appena visto con i tuoi occhi, no?»
«Voglio dire, è certo che non ci siano pericoli nel futuro? E se andasse a finire proprio quando scoppia un’atomica? O se si trovasse in una società di robot, e quelli lo facessero prigioniero? Il passato... beh, quello non è pericoloso, lo sa. E nessuno è equipaggiato meglio di lei. Ma il futuro...»
Doc Brown sorride, un po’ commosso da quella preoccupazione per la sua incolumità. «Non hai tutti i torti», ammette. «Ho riflettuto molto, quando si è trattato di decidere dove sarei andato, nel mio primo tentativo. Ma ho sempre sognato di vedere il futuro, più che di rivivere il passato. Mi piacerebbe vedere dove sta andando l’umanità... se progredirà o regredirà. E poi», soggiunge con una risatina ironica, «se mi trasferirò di qui a un quar​to di se​colo più avanti, potrò sapere chi vincerà le World Series e i Super Bowl dei prossimi venticinque anni. Non sarebbe un’informazione interessante per la mia vecchiaia?»
Marty annuisce. Doc assume di nuovo un’aria professorale, rivolgendo​si alla te​le​ca​me​ra.
«In questo momento io, il dottor Emmett Brown», esordì, «sto per intraprendere uno storico viaggio...»
Einstein incomincia ad abbaiare furiosamente. Brown s’interrompe a metà della frase. Sente il rombo del motore prima ancora di scorgere i fari. Poi, con una svolta improvvisa, il veicolo punta i fasci luminosi direttamente verso di loro. I due fari si alzano e si abbassavano mentre la macchina sobbalza leggermente puntando verso il Mail, ottocento metri più avanti. Poteva essere qualche adolescente spericolato: ma qualcosa, nello slancio disperato del veicolo, dice a Doc Brown che sta accadendo qualcosa di poco buono. Doc Brown dice: «Mi hanno trovato», mormora. «Non so come, ma mi hanno trovato.»
«Chi c’è in quel furgone?» grida Marty.
Nina grida: «I libici che abbiamo fregato!» Nina afferra Marty e lo spinge dentro la DeLorean. Silenzio. Marty, raggomitolato in posizione fetale, batte le palpebre e sbircia dal finestrino. Il furgone era già sei metri più avanti e stava rallentando. In libico imprecava e batteva il pugno sull’AK 47, che evidentemente s’era inceppato. Un torrente di parole rabbiose, incomprensibili, risuonò nella notte.
«Ma non hai avuto paura, dannata ra​gaz​za?» gri​da Mar​ty a Nina che sta gui​dan​do.
«Ne hai avuto già abbastanza per tutte e due» e gli strizza l'occhio. Guar​da gli interruttori e i quadranti della plancia, sconcertato e impaurito. Qual era il segreto? Un pulsante? Un codice digitale? Guarda disperatamente avanti e indietro, cercando d’individuare la soluzio​ne del​l’e​nig​ma.
«Sei una pes​si​ma per​sona» le risponde Marty offeso. «Così di​co​no», ri​spon​de lei se​ria. Poi d’improv​viso il buio, poi la luce e poi di nuovo il buio li avvolge e poi una luce accecante finché Mar​ty non vide di nuo​vo il mail e​ il furgone di Doc Brown. Scendono e corrono sul corpo di Doc Brown che in quel momento si sta rialzando scoprendo il giubbotto antiproiettile. Dalla tasca esce fuori una lettera che Nina gli aveva scritto. Sorridono tutti e tre e poi risalgono in macchina.
«Ora se lor signori vogliono ripartiamo verso la mia destinazione, ovvero: Vigevano», disse Nina.
Ormai Marty si era abituato alla sensazione del passaggio spazio-temporale. Finirono a ridosso di una risaia.
«Non siamo in centro ma voi capite che Vigevano è un paesino e non vi sono tanti posti dove nascondere una macchina come questa.» Doc si gratta il mento e mormora ancora il nome della città ma poi guarda Nina scrollando la testa e dice: «Ma tu non puoi incontrare la tua te del futuro o del passato! Tu dovevi andare a casa di Icaro!»
Marty vede che Nina ha un sobbalzo e poi balbetta: «Ma io realmente non posso incontrarlo… io non so… per questo ho portato voi.»
Doc le mise una mano sulla spalla comprensivo. Percepiva il disagio della ragazza e ne capiva la motivazione.
«Va bene, Nina, proveremo inizialmente da qui a in​ter​rom​pe​re la cosa, ma sap​pi che la tua te del passato non è che sia molto meglio della tua te del futuro.»
Nina lo guardò male ma lui prese uno zaino e si avviarono lungo la strada principale che ci avrebbe portati dove stava la Nina del passato.
Marty chiese: «Quindi fatemi ca​pi​re… sia​mo qui per​ché Nina non ini​zi a frequentare quel vostro amico così che si eleminano le probabilità che muoia. Ma di cosa dovrebbe morire poi?»
«Lo investo con la macchina»
Un momento di silenzio imbarazzante attraversa il trio.
«Eh perché mai lo dovresti investire quello splendido giovanotto??» esclama Doc Brown scioccato.
«Perché la mia macchina si rompe… ad un certo punto non riesce più a frenare. Non è un investimento intenzionale… io ero in macchina… lui fuori. Io urlo… lui urla… succede che lo lascio… lui vuole parlarmi e niente si butta sopra la macchina mentre sto cercando di sparire.»
Un fischio doppio fa capire a Nina di averli davvero impressionati. Nina è tutta rossa e agitata.
«Hai davvero sempre avuto un pessimo carattere! Come puoi aver investito la mente più brillante del secolo!!» dice con irritazione Doc.
«Per​ché deve sempre essere colpa mia?? Quella pessima sempre io?? Non ho forse io delle buone qualità? Utili! Amo, proteggo… e non va bene mai! Lui si è but​ta​to so​pra la mac​chi​na.»
 «Quindi ricapitolando. Lui adesso dove è nel futuro?» dice arrabbiato Doc. Nina tace truce. Doc si ferma davanti a lei e la guarda severamente e lei abbassa gli occhi e dice: «È morto.»
Doc si gratta la testa agitato mentre Nina asciuga le lacrime. Marty si sente in imbarazzo ma qualcosa non gli quadra e dice: «Ma se noi tornassimo indietro tipo poco prima della lite?»
Nina cammina avanti, risponde: «No. Vivrà meglio senza di me.»
«Dove vi siete conosciuti?» chiede Marty ormai preso dalla storia.
«Su facebook.»
Doc scrolla la testa e Marty tutto eccitato chiede: «Che cos’è?»
«Un social network. Nel futuro inventeremo internet e con esso vari modi di comunicare con gente anche lontana e inoltre li useremo come capro espiatorio per spiegarci come mai la società va a rotoli.»
«Fico!!! Poi mostramelo» dice Marty.
Nina tira fuori il suo huawei e gli dice: «Te lo regalo!! Basta che taci. Doc spiegaglielo tu!!»
Doc tutto gasato prende il cellulare e immette le sue credenziali come gli aveva insegnato Nina una volta. L’incredulità divie​ne si​len​zio che è poi gio​ia.
«Ma scu​sa​mi un attimo, Nina», s’interrompe Marty guardandola. «Ma se tu e questo Icaro vi siete incontrati nel passato quando Doc costruì la macchina del tempo. Come ave​te fat​to a in​con​trar​vi su fa​ce​book che è un’invenzione moderna?»
Nina studia Marty per la prima volta con un occhio d’interesse e poi dice rivolta a Doc: «Allora è sveglio il ragazzo. Sveglio e attento ai dettagli! Mi piace.» Poi guardando Marty dice: «Allora in verità ci siamo davvero conosciuti per la prima volta ai tempi della costruzione della DeLorean ma su facebook è dove ci siamo… come dire… in​na​mo​ra​ti.»
«Quin​di ci ave​te mes​so tipo trent’anni per capiree che vi amavate e poi tu ti arrabbi e lo investi?» a Marty sembrava quasi comico ma Nina lo guar​da male e gli dice: «No. Non è andata così… e comunque mi sei di nuovo antipatico! Quando mi sono persa sono finita nel futuro… mi sono ritrovata qua nel 2004 quando crearono facebook. Poi ci sono stati vari viaggi spazio-temporali e siamo finiti qui nel 2015 quando lui mi ha trovato attraverso delle cose che avevo scritto su facebook. Stavo cercando dell’idrogeno per la miss D. e lui in​ve​ce del plu​to​nio…»
«Di​cia​mo che ci sono stati vari salti temporali fra passato e futuro fra loro. Quando costruii il primo prototipo rosso, che è quella che guidava Nina quando è giunta a noi stamattina, Icaro aveva un vent’anni, ed era pieno di idee. Ma poi la DeLorean rossa ebbe un incidente spazio-temporale sotto la guida di qualcuna qui presente e allora l’illuminato ragazzo mi aiutò a ricostruirne un’altra grigia per poter andare in cerca di Nina e la DeLorean rossa. Storia molto romantica con il finale inconsueto», dice Doc fissando severamente Nina che abbassò lo sguardo.
Mar​ty esclamò: «Wow!». invece Nina commenta: «Per questo dico che sta meglio senza di me» e calca le mani ancor di più nelle tasche.
Arrivarono a casa di Nina e lei disse: «Adesso dovete intervenire voi… dovete convincere la me che non deve scrivere a lui… io non posso. Lo sapete già», dis​se lei cu​pa​men​te.
«E come fac​cia​mo??» chiede Doc scettico su tutta la storia.
«Ditegli che morirà a causa nostra. Semplicemente», risponde scrollando le spalle.
«Come se fosse facile parlare con te… che sia del passato o che sia del futuro» borbotta Doc scocciato da tutta quella storia.
Doc titubante suona alla porta e dopo poco lei gli apre. Ha un’aria spensierata e i capelli corti. È più in carne ma decisamente più felice. Lo abbraccia ed è cordiale e amichevole. In pratica non sembra neanche Nina. «Grande Giove! Non pare neanche più lei» Doc mormora a Marty.
 «Infatti. È quasi inquietante» Marty gli risponde. «A breve avremo la prova del nove», dice se​den​do​si nel​la pol​tro​na.
«Doc che emo​zione rivederti così all’improvviso. Come mi hai trovata?»
Doc si gratta il mento e poi dice: «Mi ci hai portato tu.»
«Io in che sen​so?»
«La tua te del pas​sa​to o futuro... adesso non so... Comunque ha un messaggio per te…»
Doc prende fiato e incrocia le dita.
«E quale messaggio avrebbe?»
«Ehm beh dunque…» Doc si gratta ancora il naso e si aggiusta gli occhia​lo​ni.
«Doc…» lo stimola Nina.
«Ec​co​la, adesso è di nuovo lei!!» aggiunge Marty, ma poi ab​bas​sa gli oc​chi ac​cor​gen​do​si di essere fuori luogo. Nina lo guarda male.
«Nina! La tua te mi ha detto che devi lasciare Icaro. Che non gli devi più parlare perché se no lui… muore. Ecco.»
«Io cosa?? Icaro Muore?? E come??», grida alzandosi in piedi.
Doc abbassa gli occhi e ricomincia a tormentare i suoi pantaloni. Ha le mani sudate e sa benissimo che fra poco quel bel volto sorridente di poco prima sparirà per sempre. Questo gli dispiace.
«Lo ucciderai tu investendolo con la miss D.» dice Marty al posto di Doc.
«E tu chi saresti bamboccio??» dice con odio Nina.
A quel punto se non avesse visto della disperazio​ne in quei suoi bei oc​chi sgra​na​ti l’avrebbe presa a schiaffi. Doc abbraccia Nina ma lei lo respinge. Adesso ha gli occhi rossi e proprio in quel frangente un trillo del suo telefono avverte l’arrivo di un messaggio. Lei guarda il messaggio e trema come se avesse freddo e se ne sta lì come se non sa​pes​se che fare. Anche a Marty ispira molta tenerezza quella scena. Poi lei grida di andarsene e la tenerezza gli passa. Per lui Nina ha un pessimo carattere punto. Manco Doc sa che pesci prendere. Adesso Nina piange e il telefono squilla e lei non risponde. Doc prende il telefono anche se sa già chi è che sta chiamando. Come dire a Icaro che non può più stare con Nina perché nel futuro Nina lo investirà con la macchina? Ma non può neanche non intervenire. Icaro è come un figlio per lui. De​ci​de di ri​spon​de​re pre​so d’i​stin​to.
«Ehi, Icaro, sono Emmett lathrop Brown! Il tuo Doc in sintesi… dunque… molto in sin​te​si… sen​ti, ra​gaz​zo, Nina non​ sta bene… se ti fidi del tuo Doc… non la chiamerei per un bel po’ di tempo!»
«Doc, ma che stai dicendo??» gli risponde Icaro al telefono. Anche lui ha cambiato tono.
«Io lo dico per te, figliolo!» dice supplichevole Doc ormai in preda all’ansia.
«Doc… ma io e lei… adesso… non so se te lo ha detto… siamo amici. Molto amici. Io credo di…»
 «Non lo dire. Grande Giove! non dire quello che stai per dire…»
«Cosa diavolo succede Doc??» adesso anche Icaro è agitato.
«Niente, ragazzo. Fidati di me. Ehm… ecco… Nina per un po’ verrà via con me. Sì, verrà con me per un viaggio!! Un viaggio spazio-temporale. Eh già mi serve. Quindi non potrà essere contattata.»
«Posso venire pure io?» chiede Icaro titubante.
«NOO!!» grida Doc ma poi si pente del tono e aggiunge: «Voglio dire che tu ci servi qui. Poi ti chiamo con i dettagli. Adesso ciao e non richiamarla!!!»
Doc riattacca preso dal panico. Non aveva mai mentito prima d’ora a Icaro e la cosa non gli piaceva affatto. Intanto Nina era ancora chiusa in camera a lanciare cose per la collera. A quel punto lasciarono l’appartamento e tornarono dalla Nina precedente. Era in un bar nelle vicinanze e guardava fissa una foto. I due si avvicinarono e gli chiesero se c’e​ra qual​co​sa che non an​da​va e lei gli mo​strò la foto con Doc, Nina e in mez​zo una sagoma vuota là dove ci doveva essere Icaro.
«Che vuol dire Doc?» Doc fa una smorfia e dice: «Niente di buono succede a cambiare il passato!! Ecco che significa...» un trillo del telefono lo interrompe. Senza volerlo si è portato via il telefono di Nina. Meglio. Guarda e vede che è un mes​sag​gio da par​te di Ica​ro. Sta ar​ri​van​do a casa di Nina. Doc guar​da la ragazza e dice: «Icaro sta arrivando qui. Sarà meglio che ci parli tu se vuoi che riappaia in quella foto. A me non ascolterà di sicuro.»
Nina sgrana gli occhi e inizia a fare no con la testa. Ma sa che è l’unica scelta possibile. Prende in mano il telefono e lo chiama per dirgli dove incontrarsi. Icaro ci mette davvero poco ad arrivare: sembra abbia corso come un folle. Scende dalla macchina con len​tez​za, come quando è ar​rab​bia​to.
È un bel ragazzo alto, biondo e snello. Ha una camminata sicura e elegante. Marty alla sua vista esclama: «Tipo molto chic»
«La mente più brillante dell’intero cosmo...», esclama di rimando Doc, togliendosi gli occhialoni.
«Sembra una brava persona», aggiunge Marty.
«Un’os​si​mo​ro nato e fi​ni​to. Nien​te di più ec​cel​‐
so», aggiunge Doc prima di correre ad abbracciarlo. Nina è un po’ in disparte e trema mangiandosi le unghie. Non ha il coraggio e forse non lo avrà mai.
«Do​v’è Nina? Che succede Doc?»
Doc la indica e poi mormora: «Una grande verità è questa: fai prima a costruire due macchine del tempo che a capire una sola Nina.»
«Lo so», dice Icaro e si sposta dalla parte di Nina e la guarda e lei guarda lui con gli occhi rossi di una cerbiatta spaventata. Con un gesto rapido la attira a sé. Sa benissimo che con le donne come Nina non c’è provare, esiste solo fare. Gli appoggia la testa sui capelli e mormora:
«Che c’è Nina?» so​spi​ra e at​ten​de la ba​to​sta.
«C’è che sono una pessima persona. Non dovevi ritrovarmi allora, quando mi ero persa e non dovevi venire oggi…» ha gli occhi pieni di lacrime ma Icaro non è un tipo che va in crisi alla vista delle lacrime. Va in crisi se è Nina a pian​ge​re, lei che non pian​ge mai in pub​blico.
«Non ti abbandonerò mai. Non sono capace. Lo sai. Perché piangi?» la tiene per un polso affinché non scappi.
«Io non ti merito» gli dà un morso nella mano e scap​pa via.
Ica​ro cer​ca di cor​rer​le die​tro ma lei è già sparita chis​sà dove. Icaro guarda Doc che scrolla la testa e poi guardando la foto esclama: «Per la miseria!! Dobbiamo ritrovarla subito!!»
Icaro si avvicina e guarda la foto e agitato chiede: «Perché è sparita nella foto?»
«Perché adesso a morire non sarai tu ma lei!» sentenzia Doc a braccia conserte. Una parte di lui sta cercando di elaborare un piano.
«Eh?? Cioè perché io dovevo morire?» chiede scioccato Icaro. A questo risvolto della storia non sarebbe mai potuto giungere anche trattandosi di lei.
«Perché ti sei voluto mettere con Nina. Ti sei innamorato di una tua simile. Ecco perché, ragazzo mio. Diciamo che litigherete, lei inavvertitamente ti metterà sotto con la macchina. Le dinamiche non le conosco.»
Icaro sospira alle parole di Doc. «Nina è Nina. Ne varrà sempre la pena. Il vero problema è che lei non lo vuo​le ca​pi​re. Non ci ar​ri​va proprio. Che dobbiamo fare, amico mio?»
«Pensare come pensa Nina», si immette timidamente Marty.
Icaro lo guarda e un barlume di logica lo pervade. «Giusto ragazzo. Marty hai detto che ti chiami?»
«Marty Mcfly e sono tua disposizione», risponde Marty.
«Bra​vo Marty. La tua è una intuizione geniale. Pensare come lei. Cosa faremmo se fossi​mo Nina?» chie​de Ica​ro.
«Oh Santiddio la DeLorean!!», grida improvvisamente Doc correndo verso la macchina di Icaro. «Sta tor​nan​do alla mac​chi​na del tem​po per sparire. Icaro guido io perché so dove l’abbiamo nascosta», aggiunge prendendo il posto di guida.
Marty meditabondo allora dice: «Quindi ricapitolando il ricapitolo… che dobbiamo fare se fossimo Nina? Non farci più trovare da Icaro? Sappiamo che lui senz’altro continuerà a cercarci comunque anche se non riesce qui nel 2015. Senza offesa mi pare che è un po’ ottusa per certe questioni… e poi siamo sicuri che si sia davvero persa la prima volta o è semplicemente scappata?»
«Oh Grande Giove!!» grida Doc al volante al quale appare ora più chiara che mai la storia. Giungono all’auto un attimo prima di Nina e lei se li tro​va​ta pa​ra​ti da​van​ti come guar​die del corpo. Lei alla loro vista retrocede ma a quel punto Icaro è più veloce di lei e riesce ad afferrarla. Nina si dibatte ma poi lui l’abbraccia da dietro e le dice: «Adesso basta scappare via da me.»
Lei a quelle parole ha un momento di destabi​liz​za​zio​ne.
«Tu non ca​pi​sci. Tu sei così perfetto e io così sbagliata. Non sono insicura sono proprio sbagliata per te. Tu meriti di meglio. Tipo qualcuna delle tue amiche nostrane o internazionali.»
«Oh Nina, non dirmi che quando mi hai investito stavamo litigando perché tu sei gelosa di qualcosa che manco esiste.»
«È stato un incidente. Sei tu che ti sei buttato sulla macchina mentre acceleravo. E comunque dal momento che tu gli dai confidenza la cosa per me diventa reale. Loro diventano reali.»
«Ma secondo te… per chi ho costruito una macchina del tempo che poi ho convinto Doc a regalarti? Chi ho cercato nello spazio-tempo? Chi se non te? Io non ci credo neppure alle anime gemelle eppure guardo te e so che sei la mia anima gemella. Tu mi ridai a me stesso con il tuo essere.»
Lei a quel punto lo guardo ma si vede che non è ancora convinta. Icaro guardandola negli occhi dice:
«Adesso ti dico io cosa devi fare tu. Ades​so tu te ne tor​ni poco pri​ma del li​ti​gio e mi fai il favore di non investimi e ti dico anche questo, se mi investi per me fa lo stesso perché vivere senza di te non ne vale proprio la pena. Invece io andrò a dire alla tua te che adesso piange e non sa che fare che comunque andrà starò al suo fianco. Ci farò pace e se un giorno davvero m’investirà allora vorrà dire che così doveva andare», dicendolo allargò le braccia e per una volta Nina non seppe rispondergli. Era totalmente concorde.
«Va bene», mormorò e se ne rimase un po’ lì impalata e poi si allunga verso lui e lo bacia e gli dice: «Ti amo testone» e allora lui finalmente fa un sorriso rilassato. Saluta Doc e il giovane Marty e con la macchina se ne torna dal​la Nina del passato.
«Un vero guer​rie​ro», di​chia​ra Doc am​mi​ra​to.
«Già. Pessimo gusto in amore», acconsente Marty ispirato.
«Andiamo??» grida dalla macchina Nina e a loro scappa una risatina.
Doc nel mentre dice: «Nina ha il suo perché anche se non sembra. Ha il suo modo di fare, ma se c'è una necessità diventa indispensabile.»
 Marty annuisce comprendendo che è da poco che la conosce. La macchina è un fulmine che colora e accende le acque delle risaie. Destinazione: Milano. 14 giugno 2017. Nascosti da una siepe il trio guardano Nina arrabbiata che aspetta Icaro. Dopo poco lui arriva e invece che iniziare a chiedere che ha la prende e la bacia e le dice: «Ti amo nanerottola mia adorata», allora lei ricambia l’abbraccio questa volta realmente convinta.
«Allora ti sei decisa a credergli?» chiede Doc a Nina di fianco a lui. Un sospirò dà la conferma alla domanda. Il trio torna alla macchina del tempo e questa volta guida Doc Brown. Ritornano nel 1985 così che Nina può ripren​de​re la sua De​Lo​rean rossa e an​da​re in cerca del suo Icaro. Invece Doc riprende in mano la telecamera che era dietro la macchina e dice a Marty di ricominciare la ripresa dimenticandosi dei Libici che piombano in quel momento e sparano a Doc per via del plutonio sottratto dallo scienziato e nella fuga Marty si ritrova nel fienile del Twin Pines Mail del 05-11-1955, dove vive una nuova avventura con Doc, che non è morto perché il Marty del 1955 lo aveva avvisato. Marty tornato nel 1985 non è per nien​te stan​co, vede che le cose si sono capovolte dalla mattina in cui incon​trò Nina. Va in ga​ra​ge e re​sta a boc​ca aper​ta non ap​pe​na apre la por​ta. C’è una Toyota nera SR5, splendente e bellissima come quando l’aveva vista nel salone della concessionaria. Ma questa era sua! Ci sale a bordo, accarezza la selleria, il cambio, ogni interruttore e ogni quadrante. Apre la porta del garage per correre a fare un giro di prova quando sente una voce che conosce.
«Posso avere un passaggio?» Era Jennifer, sullo spiazzo di parcheggio, ed era incantevole come sempre.
Marty ripensa a Icaro e Nina e sor​ri​de.
«Jen!» gri​da Mar​ty «È una gioia vederti! Lascia che ti guardi!»
Jen​nifer sembra un po’ sconcertata da quello slan​cio ina​spet​ta​to. Non era​no ri​ma​sti lontani molto tempo, in fondo: s’erano visti appena la sera prima. «Sei sicuro di star bene?» chiede. «Ti comporti come se non mi ve​des​si da un anno.»
«Mi sem​bra di non vederti da trent’anni!» risponde Marty con un sorriso. «Oh, allora è pa​recchio tem​po», com​men​ta Jen​ni​fer ricambiando il sorriso. Marty l’attira a sé per baciarla, quando sente un improvviso fremito elettrico scorrergli nelle vene. Anche Jennifer doveva averlo sentito: per un momento i suoi capelli si rizzarono crepitando. «Porca...» comincia Marty. Un boom supersonico sommerse il resto dell’esclamazione. Era la DeLorean di Doc Brown, che arriva rombando e si ferma davanti alla casa con un grande stridore di freni. Al volante c’è Doc, con un cappellaccio da cowboy in testa. Quando scende, Marty nota che è vestito d’un bizzarro guazzabuglio d’in​du​men​ti che in​clu​de​va​no cal​zoni di plastica a righe, un mantello e una specie di tunica romana.
L’in​ven​to​re, che sembra molto agitato, viene subito al dunque. «Marty! Devi venire con me... nel fu​tu​ro!»
«Per​ché?»
«È im​por​tan​te.»
«Ma sono qui con Jennifer», obietta Marty. «Stavo appunto per provare la mia macchina nuova.»
«Quella può aspettare», risponde Doc. «E in quanto a Jennifer, puoi portarla con noi. È una cosa che riguarda anche lei.»
Marty si sente stringere la gola dall’apprensione. «Come sarebbe a dire?» chiede. «Le è successo qualcosa? Oppure a me? Siamo diventati fessi, o che altro?»
Doc Brown sorride. «No, niente di allarmante per te e Jennifer, ma i vostri figli! Marty, è necessario fare qualcosa per i vostri figli!»
«I nostri figli?« chiede Jennifer, guardando alternativamente Marty e l’in​ven​to​re.
«Quali figli? Non siamo neppure fidanzati...»
 «Te lo spiegheremo più tardi. Vuoi venire anche tu?»
«Dove?» chiede Jennifer.
«Nel futuro», risponde Marty.
«È meglio che ci sbrighiamo», dice Doc Brown. Solleva la portiera ad ala di gabbiano, e Marty sale a bordo. Jennifer gli siede sulle ginocchia. Quando lo scienziato si mette al volante, Marty gli blocca il braccio. «È meglio che faccia marcia indietro, Doc», avverte. «Non abbiamo abbastanza strada per raggiungere i centoquaranta orari.»
«Dove stiamo andando non c’è bisogno di strade», dice Doc Brown con un sor​ri​so, in​di​can​do un nuo​vo in​ter​rut​to​re sul cruscotto con l’etichetta “CENTRO ENERGIA A FUSIONE”, lo preme e, sorridendo, dice: «Regalo di Icaro e Nina», mentre la DeLorean sfreccia per un centinaio di metri lungo la strada, e poi decolla nel cielo e scompare, lasciandosi dietro una scia di fumo argenteo e la scena si rimolecola nella stanza con Nina che con un sorriso dice la parola: “fine!”
E Icaro abbracciandola, chiede: «E la birra al limone? Non l’hai nemmeno menzionata!! Era la cosa che mi interessava di più… dopo, certamente, sapere perché mi volevi morto.» «Quella sulla tua presunta e non voluta morte l’abbiamo già chiarita! Quella sulla birra al limone è invece un’altra storia», conclude lei.
Lui la guarda e ride e le risponde: «Basta che non mi fai morire anche per la birra al limone! Perché in quel caso, sappilo, che sarò io a investirti con la DeLorean Rossa Miss D.»
Allora lei lo bacia e gli dice: «C’è un altro tipo di​ morte che dicono sia molto piacevole.» Allora lui chiude gli occhi e ricambia il bacio e dopo poco la scena si rimolecola in un altro rac​con​to.:

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