La quinta dimensione la trilogia

Primo episodio

«Houston, mi ricevete?? Porttitor chiama terra, mi ricevete?»
«Sì, Porttitor forte e chiaro! Atterri su Lunia. C'è una brutta notizia da darle. Sulla terra è successo qualcosa di brutto.» Nella testa dell'astronauta Carlos Mirò passò in visione chi aveva lasciato sulla terra, negli ultimi due anni di missione.
«Atterri, la prego, su Lunia. Ripeto: Lunia. Non c'è tempo da perdere.»
«Ricevuto. Passo e chiudo», disse Carlos non riuscendo a interagire ulteriormente. Il suo stomaco si chiuse definitivamente. Sapeva il motivo per il quale era partito ed era lì racchiuso nella sua mano. Appena sceso dalla navicella, un nucleo di scienziati lo attorniò. Gli stessi che all'andata lo avevano visto partire.
«Amanda, sta bene?» chiese subito Carlos. Amanda era l'alieno trovato tre anni fa, mezzo morto in una baraccopoli di New York.
«Capitano Mirò, non so come dirglielo, ma l'aliena Amanda è sparita assieme a sua figlia Gaia.»
Carlos rimase senza fiato. Ma riprese subito il controllo delle sue emozioni. Con autorità chiese: «Perché allora siamo su Lunia? E perché non mi avete fatto atterrare sulla terra?» gli scienziati si guardarono titubanti. «Temiamo per l'elemento 7 che lei ha trovato nel pianeta Aqua da dove proviene Amanda» Altra esitazione... Poi aggiunsero: «Temiamo anche che l'alieno e sua figlia siano state rapite dai Crock. Se così fosse, dobbiamo tenere l'elemento lontano. Abbiamo l'ordine del presidente di eliminare l'alieno Amanda.»
Lui amava Amanda. Represse un grido di rabbia e li seguì. Il comandante Mirò era furente e impotente allo stesso tempo. Ma come potevano distruggere una creatura solo per una misera sensazione di paura? Non aveva risposte! Lui aveva curato Amanda, le era stato vicino, come da protocollo, ma alla fine come uno stupido se ne era innamorato, come un ragazzino, anche se non lo era più da anni. Poi lei si era ammalata, le mancava un elemento e lui era andato a prenderglielo. Sperando ogni giorno che lei sopravvivesse. Tanto si fidava di lei che le aveva messo accanto sua figlia, che ancora studiava all'università. Anche Gaia si era affezionata ad Amanda. Ora erano sparite. La casa gli puzzava d'inganno. Lui sapeva che i Crock (società segreta che odiava ogni essere non terrestre) non avrebbero mai rapito un alieno, tuttalpiù l'avrebbe fatto fuori subito. Cosa impossibile visto il luogo dove essa si trovava. Al centro Amanda era protetta. C'era gente fidata.
Se ne avesse potuto parlare con Gaia… Provò a chiamarla, ma inutile a dirsi, il telefono era spento. C'era un’unica soluzione: ritornare sulla terra. Lui e l'elemento 7. Era inutile trovare Amanda e non poterla guarire. Guardò le finestre blindate e più che un laboratorio gli sembrò una prigione. Tentò di uscire dalla stanza ma un agente che non aveva mai visto, non glielo permise. L'avevano preso in custodia cautelare, maledetti. Si sedette e pensò a un modo per evadere. Fondamentalmente quel luogo lui l'aveva visto costruire. Gli squillò il telefono: Era Gaia, ma cadde subito la linea. Gaia sapeva che spiavano ogni conversazione. Non avrebbe mai chiamato se... se... se non fossero state in pericolo. L'ansia si trasformò in paura per loro. La paura in adrenalina per lui. Prese una decisione. Si avviò alla porta e con una mossa krav maga mise KO l'agente. Sapeva che quel tipo di mosse erano illegali così come lui le aveva usate, ma a modi estremi estremi rimedi.
Con passo calmo e nervi saldi si avviò.
«Gaia, perché c'è tutto questo buio? Gaia...» chiamò Amanda sdraiata su di un letto, di una camera in affitto.
«Sei debole, per questo. La fuga ti ha stancato», rispose debolmente Gaia, figlia del comandante Mirò. Dopo una rocambolesca fuga si erano rifuggiate in una contea a Fort Bend.
«Icaro, dov'è, è tornato?» chiese ancora Amanda nel suo linguaggio sub-umano. Gaia gli prese la temperatura ed era sui 45° gradi. Non rispose di nuovo ad Amanda, gliel'aveva già chiesto almeno una decina di volte: forse anche gli alieni avevano il delirio da febbre, penso Gaia. Anche lei era stanca, ma Amanda veniva per prima: gliel'aveva promesso al suo papà. Dopo una decina di minuti Amanda disse con voce vitrea: «Gaia tu lo sai che leggo le vostre vibrazioni, tu hai paura, Icaro è in pericolo. Lascia che lo aiuti. Io posso usare i miei poteri anche da qua. Dimmi dov'è Icaro, Gaia ti prego.»
 «Dannazione non lo so!» disse esasperata Gaia sul ciglio delle lacrime.
«Non piangere cara, lo troverò io il tuo papà», disse Amanda chiudendo gli occhi e percorrendo la scia karmica che conduceva a lui. Attraversò campi gravitazionali che solo lei vedeva.
«Noo», gridò Gaia spaventata dal rischio che collassasse. «Non è sulla terra, è nell'emisfero sud della luna. Si trova a Lunia», disse rantolando Amanda. Gaia, cresciuta a latte e stazioni orbitali, capì al volo che il padre era nei guai e capendolo Gaia attraverso le sue vibrazioni lo capì anche Amanda.
«Ha bisogno di me, Gaia, lascia che lo aiuti», disse laconicamente l'aliena piangendo. Gaia tacque, andò su e giù per la stanza mordendosi le unghie. La sirena ululava a più non posso, ma Mirò non la sentiva neanche più. Il soldato che c'era in lui era già partito in missione. Più che correre, volava e arrivò alla sua astronave, sotto una pioggia di proiettili. Ormai a bordo, respirò: aveva il fiato corto e una lieve tachicardia. Non aveva più l'età: un lieve nervoso lo attraversò ma lasciò che il pensiero scivolasse e mise in azione la sua navicella, più veloce che poté. Quando partirono i reattori e si librò in aria, vide gli scienziati che gridavano qualcosa dal basso. Lui fece ciao con la manina e partì in direzione terra. Il senso dell'umore non lo abbandonava mai.
Quando fu sullo spazio si abbandonò ai suoi pensieri più dolorosi ma la sua forza d'animo era granitica. Infondo quella situazione non era peggiore di altre centinaia di situazioni che, prima in marina e poi in aeronautica, gli erano capitate. Non era diventato capitano, mica per niente. Solo che questa volta c'era Amanda, e sarà pure quella storia dell'età che avanzava, ma la situazione lo toccava molto dal vivo. Avrebbe dato la vita per quell'aliena. Solo che davvero non sapeva come aiutarla! Dannazione! Perché i Crock ce l'avevano con lei?? Qualcosa gli diceva che qualche complotto era nell'aria ma non sapeva chi e perché. Atterrò in una “stazione” che conoscevano solo gli uomini fidati del governo. Era un altro abuso di potere il suo ma al diavolo la carriera, era venuto il momento di giocarsi il tutto per tutto. Certe volte non pensare era l'unica via d'uscita... Alla porta bussavano insistentemente, le voci che provenivano da fuori sapevano di soldato. Gaia si strinse ad Amanda in un gesto di paura incondizionata. Non era che appena una ragazza. Amanda si alzò in piedi, mentre Gaia la supplicava con gli occhi di non farlo. Le si illuminarono gli occhi di un colore scarlatto, serrò la mano di Gaia e vibrò roteando le orbite oculari. Quando la porta cedette, delle ragazze non c'era traccia se non una pozzanghera di sangue alieno vicino a letto.
«Sta morendo Maledetta!!» gridò lo scienziato entrato nella stanza. Senza Amanda, i suoi studi sulla razza “umana-aliena” non sarebbero finiti. Aveva venduto alla NASA un progetto di prototipo sub-alieno-umano. Ma la materia prima le era appena sfuggita. Fece raccogliere il sangue ma ormai era contaminato dagli agenti esterni e dal colore: ormai aveva perso vitalità. Amanda e Gaia si ritrovarono in un posto buio. Era una baracca. La baracca della spiaggia dove Carlos l'aveva trovata la prima volta.
Gaia si riprese subito ma Amanda era ancora svenuta. Dal colore della sua pelle si intuiva che stava morendo. Gaia pianse stringendo la mano dell'amica. Si tolse la giacchetta e la coprì. Si raggomitolò vicino a lei mordendosi quel che le era rimasto delle unghie delle mani. Carlos riuscì a uscire dalla stazione e si avviò verso un taxi: se conosceva Amanda, sapeva dove le avrebbe potute trovare. Il freddo brivido per l'incolumità di sua figlia era come una lama alla sua gola. Voci lo chiamavano, quando il taxi partì alla volta della spiaggia vicino alla baraccopoli.
Carlos si distese sul taxi e cominciò a respirare come gli avevano insegnato alla scuola di addestramento per calmare i nervi e sedare l'ansia. Si sentiva tremendamente vecchio. «Ehi, ma chi c'è qui?» ghignò l'agente speciale assieme ad altri agenti, illuminandole con un fascio di luce. Amanda era ancora svenuta e non dava tracce di vita. Gaia si sentì piccola e indifesa ma non depose la sua semi automatica e vibrò in aria un colpo in segno di protesta. Gli agenti si arrestarono presi in contropiede dalla sua irruenza. Carlos arrivò vicino la baracca troppo tardi. Vide gli agenti e sentì lo sparo. Il respirò gli si mozzò in gola. Ma era un agente da fin troppo tempo e le umane sensazioni non lo smuovevano più da tanto. Con passo felino si insinuò fra le erbacce alte sul retro della casa. Le spine pungevano ma sul davanti c'erano una marea di agenti. Lanciò una piccola bomba creando un diversivo e un'apertura. La stanza si riempì di fumo. Quando Carlos entrò dentro la baracca fece un fischio che solo Gaia percepì. Suo padre era arrivato: il sollievo si trasformò in lacrime.
D'improvviso nella stanza si fece silenzio. Tutti erano pietrificati. Amanda si alzò in una nuvola violacea. Andò da Carlos che si scosse: in quel momento non era più un soldato ma un uomo. Lui gli porse l'elemento n. 7 e lei lo assimilò e il suo colore ridivenne splendente e vivo.
«Icaro, grazie io ti devo la vita. Tu sai che devo andare. La terra non è posto per me.» La capiva, ma faceva troppo male.
Lei gli prese il volto fra le mani e disse: «Icaro, guarda il cielo ogni notte, io sarò lì che ti aspetto.» Gli diede un bacio e lo portò in un luogo spazio-temporale e disse: «Qua, c'incontreremo ogni notte, qua, tu pensami perché l'amore è una cosa vera, Icaro: non è logico ma vero ed io ritornerò se tu ci crederai. Icaro, ricordi quel giorno quando ti feci scoprire la quinta dimensione? Ecco usala ogniqualvolta avrai bisogno di me.»
«Ma io, Amanda, non sono in grado senza te...» disse Carlos avvilito dal suo essere imperfetto. Carlos ricordava quello sbalorditivo giorno in cui lasciò per sempre la credenza che ci fossero solo quattro dimensioni al mondo e conobbe la quinta. Non era mai stato capace però di arrivarci senza l’aiuto di Amanda. Il suo cervello sebbene sviluppato non arrivava nemmeno che al 10% delle sue capacità. Quello di Amanda corrispondeva almeno ad un 20% se non ad un 30% in più. Questo livello superiore le permetteva di vedere oltre ciò che era normale e se si fosse concentrata le sarebbe apparsa la quinta dimensione, che non era altro che la stessa visuale, ma moltiplicata, di connessioni e dettagli. Lei da uno sguardo capiva quanti capelli avevi in testa o il materiale usato per la divisa e persino i componenti chimici usati per dipingere le pareti del laboratorio dove vivevano. Amanda comunque era giovane come aliena ed era in piena espansione. Si era ammalata troppo presto per poter anche solo comprendere dove portava quella strada o dove sarebbe potuta arrivare completando il suo percorso evolutivo. Amanda anche da quel punto di vista era affascinante, come lo era dal punto di vista emotivo e sentimentale. Era più “umana” lei che tre quarti di popolazione mondiale.
«Icaro, puoi fare tutto quello che desideri. Sei in grado. Io lo so. Ci devi credere», lo abbracciò stretto a sé e lui chiuse gli occhi rassegnato che quell'abbraccio sarebbe stato l’ultimo. «Icaro, devi lasciare i comuni ragionamenti, i sentimentalismi, le barriere razziali, le leggi fisiche che da sempre l’uomo ha immaginato esistessero. Solo allora vedrai il mondo per com’è e potrai accedere alla quinta dimensione. Io ti aspetterò là.»
Quell'amore non era logico, ma nemmeno la vita lo era.
Carlos le rispose: «Ti amo, Amanda, e ogni notte ti amerò. Te lo prometto, arriverò alla quinta dimensione solo per te.»
Lei si smaterializzò lasciandolo nella baracca con gli agenti svenuti. Carlos prese in braccio Gaia e scomparve. Aveva di nuovo una missione. Sentì nel cuore un’allegrezza provata solo a vent'anni. Si sentì in vita e questa nuova vita lo avrebbe portato di nuovo da lei. Carlos ne era convinto.


(Secondo episodio)

Carlos Mirò, dalla sua navicella Porttitor guardava la terra dallo spazio. Un gioiello di colori e luce. Non avrebbe mai smesso di guardarla con profondo e istintivo amore. La sua terra così tante volte calpestata da chi non vedeva altri che il proprio egoismo. La terra doveva essere senza dubbio dono di profondo amore da parte del creatore. Questo credeva Carlos sebbene sapesse che gli sfuggiva ancora molto per poter comprendere per intero il disegno divino. Mentre stava facendo queste congetture spirituali, dalla torre di controllo gli arrivò un messaggio di tornare sulla terra perché avevano trovato in una baraccopoli di New York un corpo forse femminile che sembra appartenesse alla categoria aliena. La sua presenza era molto gradita. Il messaggio era molto perentorio. Categoria aliena, ripeté fra sé e sé. Perché l’uomo da sempre diversifica tutto e tutto. Non eravamo forse tutti anime? A quei pensieri scrollò la testa e pensò che stesse diventando troppo vecchio e stanco e che stesse iniziando il viaggio viatico verso la grande saggezza. Ma per la saggezza ci voleva la vecchiaia e la pensione e lui non voleva essere vecchio e non aveva manco la pensione. Non con una certa irritazione atterò e subito fu avvolto da un gruppo di scienziati entrati nel nirvana per il ritrovamento. Carlos si chiese in cosa, nello specifico, un astronauta potesse essere utile nel ritrovamento di un alieno. Conosceva lo spazio mica tutti gli abitanti che in esso lo abitavano. A dir il vero questa era la prima volta che ne vedeva uno, vivo. Uno morto l’aveva visto nell’area 51, ma era storia che preferiva non ricordare. Con passi decisi, ma eleganti si avviò dal suo diretto superiore che stava scalpitando nel suo ufficio.
Immediatamente e senza troppi preamboli fu scortato nella stanza dove c’era l’aliena. L’aliena era distesa e piena di tubi e tubicini, cosa che disturbò molto Carlos. L’aliena sembrava serena e aveva un viso angelico. Un colorito un po' verdognolo e la pelle sullo squamoso, ma il resto era incantevole. La cosa più bella però che aveva venne dopo, quando aprì gli occhi e si mise a parlare. Aveva due occhi magnetici, di un nocciola cangianti al verde ma con sfumature dorate. Inoltre la sua voce era melodiosa e dolce come quella di una qualche divinità. Ecco cosa pensò Carlos quando la vide. Rimase lì a fissarla senza capire né cosa dicesse o cosa lui dovesse fare. Il suo maggiore in carica invece lo sapeva benissimo e gli disse: «Devi interagire con lei, Carlos. Lei è un uomo di talento e conosce il mondo e lo spazio. Saprà senza dubbio capire da dove viene e se ci sono pericoli per la Terra.»
Le ultime parole le disse sorridendo ma Carlos sapeva che non scherzava affatto. Posò di nuovo lo sguardo sulla ragazza aliena e provò per lei un senso di tenerezza per lo squallore in cui era finita. Decise di accettare l’incarico anche se questo voleva dire niente viaggi spaziali da un minimo di sei mesi ad un massimo del chi lo sa… ma forse pensò che lei ne valesse la pena. Gaia, sua figlia, ne sarebbe stata contenta. Quando il gran capo e tutto il suo entourage se ne fu andato, decise di iniziare a comunicare con la ragazza aliena. Le disse: «Come ti chiami? Capisci la mia lingua?»
Lei lo guardò dubbiosa ma poi sospirò e disse: «Sì» poi più nulla.
Quegli occhi meravigliosi gli negarono lo sguardo. Allora Carlos ebbe difficoltà a continuare la conversazione e si congedò. Alla guardia disse che sarebbe ritornato più tardi. In camera si fece la doccia. Finalmente una vera doccia dopo quelle della navicella che tutto erano tranne che docce o lavaggi. Così, rinfrescato e sbarbato, decise di prendere la situazione da un’altra angolazione. A partire dal metodo di approccio. Doveva essere più accattivante e amichevole. Meno formale ma allo stesso tempo distinto. Se solo fosse tornata a guardarlo…
Tornò da lei dopo un paio d’ore. Lei si era alzata e passeggiava sulla finta veranda, ultra-protetta, del laboratorio. Guardava i fiori attenta quasi volesse mangiarli e a quel punto lui seppe cosa dirle per iniziare una conversazione.
«Attenta, i fiori non sono commestibili: se li mangi quasi sicuramente un’equipe di studiosi dopo la lavanda gastrica ti studierà sul perché tu li abbia mangiati», allora lei lo guardò e lui per istinto fece un passo indietro.
Lei gli disse: «Lo so! Capitano Mirò. Sono fatti di una sostanza che voi qui sulla terra chiamate pvc. Altamente inutile, oserei dire.» Poi di colpò distolse lo sguardo da lui.
«Sai il mio nome e hai un’anima ecologista. Molto Bene. Allora andremo d’accordo. C’è solo un piccolo particolare. Io non so il tuo nome. Me lo diresti?»
«Per voi terrestri mi chiamo Amanda. Il vero nome è molto lungo per una serie di usanze che anche da noi abbiamo. Diciamo che è un acronimo.»
«Un giorno me lo dirai?»
«Forse» ed erano di nuovo in standby.
Poi Carlos disse: «Lo sai perché sei qui?»
«Perché potrei essere potenzialmente pericolosa per la terra? Ebbene vi sbagliate. State sbagliando tutto. Quando nel nostro pianeta troviamo un visitatore extraterrestre lo teniamo in gran cura. Non mandiamo un bel giovanotto per fare l’amicone. Falso amicone», rispose lei senza guardarlo.
«Pensi di saper tutto tu? Invece ti sbagli. Per il discorso extraterrestre forse hai ragione, ma se forse mi guarderesti mi crederesti. Io sono qua per aiutarti. Se tu mi dicessi ora che vuoi tornare nel tuo pianeta, io ti aiuterei. Almeno io la penso così. Non sono che un astronauta dopotutto», disse lui in modo accelerato e anche un po' confuso.
Perché le stava dicendo questo? Forse la vecchiaia, pensò, era davvero sopraggiunta… la vecchiaia assieme al rimbambimento.
«Non sei un rimbambito e non sei vecchio», mormorò lei a braccia conserte mentre guardava il giardino. Poi si voltò di lato e disse: «Se non ti guardo e perché la tua anima mi fa paura.»
«Ah, tu leggi nel pensiero?» disse Carlos accettando lievemente imbarazzato la notizia.
«Leggo le tue vibrazioni. La tua anima me ne emana troppe e mi spaventano. Voi umani avete delle vibrazioni in genere più lente ma molto più complesse delle nostre. Siete affascinanti ma pericolosi.»
«Io non sono pericoloso. Perché mai dovrei esserlo?» disse lui interessato dal discorso, ma leggermente infastidito dalla piega della discussione. Allora lei lo guardò fisso e gli occhi le divennero sul rosso amaranto. Carlos si sentì attraversato da una carezza soave ma fu totalmente messo a nudo da quella carezza.
Poi lei si discostò e disse: «Ora capisco. Hai una personalità ossimorica. In te tutto è possibile, anche questa conversazione. Solo che hai delle forti contraddizioni dentro di te. Non vivi di contrasti, ma sei un contrasto per natura. Mi piaci ma non devi piacermi. Non sono qui per questo.»
 «E per cosa sei qui?» chiese lui rapito dalle parole di lei.
«Per la stessa motivazione per cui te ne vai spesso e volentieri sullo spazio. Cerco la verità. Cerco qualcosa che mi sfugge e voi umani sembrate tanto possederla questa verità, ma chissà perché vi sfugge sempre. Ma è presente. Io l’avverto. L’avverto ora in te.»
«Questo ti deve dare quindi l’idea che ti puoi fidare di me e raccontarmi sul serio perché sei qui… Amanda.»
Allora lei lo guardò ironica e, alzando il monosopracciglio, disse: «Se ti parlassi di complotti mi crederesti! Ma se ti parlo di sogni di libertà dubiti che non dica tutta la verità. Strane persone siete voi umani.»
«Succede, sai, quando non sai leggere le vibrazioni altrui», disse Carlos piccato.
«Le vuoi leggere davvero? Le mie? Qui, adesso? Hai abbastanza fiducia in te stesso?» chiese lei avvicinandosi a lui e prendendogli la mano e portandosela al seno. Poi aggiunse: «Ti sto aiutando a vedere le mie vibrazioni. Voi umani usate solo quattro dimensioni, noi invece siamo arrivati alla quinta. Io sono giovane ma sento di riuscire a guidarti per vederla. Chiudi gli occhi, Carlos, non pensare che mi stai toccando il seno e non pensare che quelli ti stanno spiando. Concentrati su di me. Sulla mia anima. Libera la mente dalle infrastrutture. Segui la mia scia karmica.» Poi tacque e mise la sua mano su quella di Carlos e a quel gesto egli sussultò spaventato da ciò che vide. Lei allora si discostò e disse: «Bene, allora come è andata? Non dirmi che mi hai toccato solo la tetta?» chiese lei ironica. Carlos era tutto rosso e sudato. Non riusciva a parlarle e a guardarla negli occhi. «È normale le prime volte avere paura, Carlos Mirò. Domani torna qui che ti faccio la seconda lezione», ma lui prese e uscì dalla stanza senza proferir parola. Amanda sorrise e continuò a guardare fuori dalla finestra persa nei suoi pensieri.
Carlos non si capacitava di ciò che aveva visto, camminava su e giù per la sua stanza e non riusciva a rielaborare ciò che aveva osservato e ciò che gli faceva battere il cuore. Nemmeno quando aveva visto lo spazio infinito per la prima volta si era sentito così emozionato e destabilizzato insieme. Chiuse gli occhi sedendosi in terrazza e rivisse la scena di poco prima. Il contatto con la fredda mano di lei, la spinta e il risucchio verso lei. Lo sfarfallio del blu e del viola. Luce accecante e poi solo musica scandita dal cuore di lei. Era davvero musica? Sì, solo quel tipo di suono che esiste nello spazio fra le volte celesti. Quella musica simile ad un canto, voleva dirgli qualcosa, ma poi si agitò e milioni di altri canti gli si affollarono addosso e fu come affondare, come non poter respirare. E fu allora che lei lo respinse fuori. Era ancora fisicamente eccitato ed emotivamente scosso ma aveva già la voglia di ritentare. Si chiese se a quell’ora sarebbe stata una mossa intelligente entrare nella stanza di lei. Aveva in testa la sua voce che gli diceva di andare ma non sapeva se non fosse solo una conseguenza dello shock di prima. Ma qualcosa lo attiva e senza accorgersene si ritrovò a bussare alla sua porta. Gli agenti lo guardarono con reverenza e si spostarono al suo passaggio.
«Sei una persona decisamente testarda», disse lei seduta in poltrona.
«Come? Scusa?» balbettò lui ma poi si impose più polso. «E da più di un’ora che ti chiamo e tu non rispondi.»
«Dove mi hai chiamato?»
Amanda in risposta chiuse gli occhi e nella sua testa si senti dire: “Qui dentro!”
A quelle parole sussultò poi si sgranchì la voce e il carattere di Carlos riemerse da tutto quel turbamento.  «Adesso basta giochini eh?»
«Quali giochini? Non volevi studiarmi?»
«Per l’appunto, ma con calma. Ho bisogno che mi insegni a guidare le vibrazioni e a non venire travolto da esse.»
Lei lo guardò sorridente e poi disse avvicinandosi: «Non hai più paura?»
«Mai avuto paura delle donne e non ne avrò nemmeno di quelle aliene», detto questo prese la mano di lei e gliela portò al seno sinistro. Chiuse e gli occhi e attese. Ma nulla avvenne.
«Ebbene?» chiese Carlos aprendo un occhio.
«Ebbene che? Se tu che devi entrare! Se non hai la spinta o la motivazione non entrerai mai. Devi aprirmi prima la porta e poi varcarmi. Sembra osceno ma è molto peggio del solito sesso.»
Lui la guardò diventando rosso e allora lei rise talmente di gusto che quel suo ridere lo fece entrare nella giusta dimensione e allora sentì il suo animo spingersi dentro e varcare la quinta dimensione dentro lei. Questa volta comparve una scia luminosa che disse: “Ti mando una mia sensazione così che ti guidi”.
«Sei caotica» si sentì dire lui. La luce accecante aveva lasciato la via al canto e molti colori apparvero, molte voci lo chiamavano.
«Segui la sensazione principale. Se no ti perdi e non capisci quello che senti.»
Allora Carlos segui la scia dorata e man mano che il battito del cuore aumentava, aumentavano anche le voci. Ognuno parlavano di cose diverse e volevano essere ascoltate.
«Devi riuscire ad unificarle sei vuoi ottimizzare il viaggio.»
In verità Carlos non capiva quello che dicevano quelle voci, non sembrava parlassero neppure nella sua lingua. Di colpo un mal di testa lo prese e il senso di nausea gli fece perdere l’equilibrio. Carlos perse il senso di ciò che era e gli sembrò quasi di volare in lei e in quei bellissimi colori. Alcuni erano caldi, quasi incandescenti, altri freddi quanto il ghiaccio. Ma se ti avvicinavi a quelli freddi sentivi le voci divenire un lamento solo. Quindi era così che si ascoltavano le vibrazioni… toccando i colori vicino ad esse. Quelli caldi erano la sua melodiosa risata. Poi si addentrò nella zona nera dove sentì un brivido lungo tutta la sua schiena. Anche il corpo di Amanda di irrigidì e Carlos si sentì quasi spingere indietro. Sentì la sua mano toccarle il viso e sentire le lacrime. La voce simile alla lira greca parlava di un pianeta chiamato Aqua e di un matrimonio.
Sentì la frenesia che doveva aver pervaso Amanda e poi il dolore di qualcosa che era avvenuto dopo. D’improvviso il buio: nemmeno la sensazione Carlos riusciva a vedere. Era tutto fermo e immobile come sopra ad un precipizio. La paura sentì che stava tentando di entrare pure in lui… la paura e la rabbia.
Le mani di Amanda si erano serrate ma Carlos si liberò di quella sensazione e disse: «Non sei sola» allora il buio diluì ma non il freddo. A ritroso prosegui la via e seppe di essere nel giusto quando rivide la zona rossa e la zona blu.
Dunque era questa Amanda. Una serie di colori connessi fra loro. Poi le voci ridivennero mille e ammassate fra loro. Carlos capì che la loro connessione stava per terminare. Qualcosa aveva interferito. Era lui stesso che aveva smesso di connettersi perché era svenuto per terra. Carlos aprì gli occhi stancamente. Era sdraiato nel letto di lei. Ma vedere i suoi occhi gli diede sollievo.
«Hai superato il tuo limite di sopportazione fisica. A volte capita se non sei allenato», disse lei rassicurante e accadendogli il viso. Non era ironica era semplicemente preoccupata. Carlos cercò di alzarsi ma un giramento prevalse.
Guardò Amanda preoccupato.
«Passerà super-uomo», disse lei.
«Ma io non posso stare qui…»
«Puoi. Ho bloccato il tempo affinché ti riprendessi.»
«E come fai a bloccare il tempo?» chiese incuriosito contro la sua volontà.
«Forza del pensiero e di volontà. Blocchi il suo fluire. Uhm… come se tu bloccassi il fluire dell’acqua di una canna. Gli fai fare alla canna una strettoia. Una piega. Anche adesso una parte della mia sta tenendo il tempo imbrigliato ma questo ovviamente per un limitato lasso di tempo! Ops, gioco di parole! Ero la prima della classe in questa materia. Ci vuole solo un po’ di potenza in più.»
«Posso provarci?» chiese lui rapito dal discorso.
«No. Terza lezione, capitan Mirò! O forse quarta o quinta. Prima devi prendere coscienza di te. Devi sentire la tua potenza e allora potrai fare qualsiasi cosa.»
Poi d’improvviso Amanda chiuse gli occhi e sospirò e in fretta disse: «Abbiamo visite, capitano. È meglio che non ti trovino qui. Dammi la mano che sto per fare un altro trucco di prestigio…» prese la mano di Carlos e vibrò gli occhi accessi di un color rosso amaranto. Ed improvvisamente in una folata di vento di ritrovò nella sua stanza e Amanda era tornata nella sua. Aveva ancora nausea e si trascinò nel suo letto vestito. Un sonno pesante cadde dai suoi occhi e Carlos dormì come non aveva mai dormito prima.
Il giorno dopo era ancora un po’ intontito ma nausea e stanchezze erano passate. Si chiese chi era che faceva visita ad Amanda di notte. Decise di andare da lei ma purtroppo era in riunione tutta la mattina e per parte del pomeriggio. La riunione non concluse nulla anche perché Carlos si tenne per sé le informazioni più importanti.
Quel giorno Amanda era agitata. Ma il suo sguardo si ammorbidì appena lui entrò. Carlos le chiese se volesse fare una passeggiata lungo tutta
la struttura del laboratorio. Lei annui. Allora lui la portò dove c’era il parco.
Nel mentre uscivano dalla grande porta-finestra, Amanda disse: «Dovrebbero stare più attenti alla qualità della pittura. I pigmenti della vernice usata sono potenzialmente cancerogeni se assunti in grande quantità. Almeno sul mio pianeta.»
«Ma è impossibile che qualcuno ingerisca gran quantità di pittura murale…» disse Carlos perplesso. Non vi aveva mai fatto attenzione a questa cosa.
«Sì, certo! Ma la pittura si deteriora con il tempo e poi finisce nell’aria e di conseguenza nei vostri polmoni.»
«Riferirò», mormorò Carlos.
«Non lo farai perché ti dimenticherai», dichiarò lei.
«Chi è venuto ieri nella tua stanza di notte?» chiese di punto in bianco lui.
«Perché lo chiedi? Sei geloso?» domandò lei.
«Non dire sciocchezze. Non mi pare un comportamento da protocollo.»
«Neppure il tuo… anche tu sei venuto ieri sera…»
«Ma perché mi sentivo chiamare da te! Oppure stai passando il tempo a chiamare tutti gli ignari membri di questo laboratorio?» disse lui fissandola.
«Loro non li ho chiamati io…»
«Loro chi?»
«Gli scienziati e alcuni dirigenti. Erano appena scesi dall’aereo, per questo non si sono formalizzati sull’ora. Era urgente vedermi.»
«Cosa hanno detto?»
«Non molto. Avevano tutti gli occhiali da sole, per questo non ho potuto capire molto. Alcuni erano federali e altri di altri dipartimenti.»
«Sta cosa non mi piace…» commentò Carlos preoccupato per lei.
«Non mi preoccuperei di loro. Oggi fa freddino», disse lei. Eppure la giornata era caldissima. L’ansia serpeggiò in lui incontrollata. La guardò meglio ed era più pallida che mai. «Mi sto ammalando vero?» disse lei pacatamente.
«Perché dovresti?» chiese lui impreparato.
«Perché nella vostra atmosfera e non negli alimenti c’è un elemento che noi chiamiamo 7.»
«E non puoi andare a prenderlo?»
«E magari poi tornare?? Viaggi spazio-temporali ne hai mai fatti a parte ieri sera con me? Quello era un semplice switch… si dice così? Un non nulla. Io non ho la forza di andare e tornare.»
«Se questo dovesse servire… vai e basta… cioè… io preferirei che tu stessi bene…» a quel pensiero Carlos provò malinconia. Una stretta al cuore.
Amanda gli prese la mano e disse: «Semplicemente non voglio» e poi guardando la mano di lui disse: «Hai delle belle mani.»
«Ma va! Non cambiare discorso. Non sono belle affatto. Ormai sono vecchie.»
«Parli da uomo finito ma invece hai appena iniziato il tuo percorso. Lo vuoi vedere il tuo te? Dovresti, perché parte tutto da lì» si sedettero sull’erba e lui si sdraiò imbarazzato.
Lei disse: «Non ti devi preoccupare. Il lavoro sporco oggi lo faccio io. Quindi tu sarai un semplice spettatore.»
«Ma non ti stancherai?»
«Non importa. Io vivo il mio presente.»
Poi prese la mano e se la portò al seno e la sua la mise nella tempia di lui. Chiuse gli occhi e vibrò leggermente e poi Carlos fu catapultato nel suo io. Là dentro era tutto diverso da quello visto in Amanda.
In lui c’era ordine e la musica era tenue. I colori accordati fra loro. Poi a un semplice muoversi delle dita di Amanda sulle tempie di Carlos, tutto cambiò e divenne tutto il contrario di tutto. La scena si ridisegnò e sentì voci amate. La sua prima moglie, bassa e lontana, e poi la voce di Gaia più viva e chiara. Sentì la sua risata, da piccola e poi da grande. Quella del padre, quella della madre. Alcune frasi che gli ripetevano sempre. Poi un vento ed un nuovo paesaggio con voci e colori che sembravano immagini di film o libri, sensazioni di appartenenza ad essi. Poi la realtà.
Un colpo di tosse lo riportò alla realtà. Era Amanda che tossiva. Per questo aveva interrotto la connessione fra loro.
«Hai una bella anima, Icaro» disse lei pallida.
«E tu non hai una bella cera», disse lui allarmato.
«No!!» disse lei perentoria. «Il tempo è poco e tu devi comprenderti.»
«E dopo che faccio?»
«Rendi tutto possibile», disse lei languidamente. Aveva gli occhi lucidi e si era avvicinata al viso di lui. «Se tu impari a prendere possesso delle tue forze interiori puoi riuscire a trovare me… quando sarò lontana. Puoi riuscire riparare me…» le ultime parole gliele sospirò direttamente sul collo e poi Amanda prese il viso di lui nelle mani e disse: «Voi umani avete un solo tipo di connessione che potete usare…» Prima ancora che potesse chiedere che cos’era, Amanda lo baciò. Quel baciò fu una fusione di vibrazioni. Si staccò e, sdraiandosi accanto a lui, disse con un sorriso lunghissimo: «Wow!!! Questo sì che ne valeva la pena.»
Carlos sorrise emozionato e anche un po’ instupidito. Le stelle iniziarono a bucare il cielo e lei, contandole, disse: «Il mio pianeta è da quella parte. Seconda stella a destra e poi…»
«E poi quanti anni luce?»
«Non importano gli anni luce. Tu fai sempre seconda stella destra e poi dritto fino al mattino…»
«”Il piccolo principe”», commentò lui.
«Già. L’ho letto dentro di te e devo dire che mi è piaciuto.»
«Certo che come aliena sei forbita. Parli meglio di molti umani. Dobbiamo tornare, signorina.»
 «Oh. Stiamo ancora un po’, poi ti smolecolo io in stanza… guarda che luna bellissima.»
«No! Niente smolecolazioni se non siamo in pericolo.»
Allora Carlos la prese sulle spalle e corse su verso il laboratorio. Ad Amanda piacque molto perché rideva e rideva e anche Carlos si mise a ridere assieme a lei finché lei non appoggiò la testa su quella di lui e disse: «Grazie di tutto, Icaro», poi il silenzio cadde e quando la depose sul letto, capì che era svenuta e che era essenziale che lui partisse per il pianeta Aqua per portarle l’elemanto 7. L’indomani avrebbe dovuto sostenere una gran bella discussione con i capi ma fin da ora sapeva che a prescindere dal loro consenso sarebbe partito comunque.
La riunione invece il mattino dopo andò anche fin troppo bene.
Erano concordi che il capitano partisse e gli chiesero perfino se avesse bisogno per le mappe spaziali. La cosa gli suonò strana ma non fece obbiezioni e prese tutto l’aiuto di cui necessitava.
Quella mattina in laboratorio era arrivata Gaia e lo attendeva fuori nel corridoio. Carlos con sua figlia Gaia aveva un ottimo rapporto anche se l’assenza di lui spesso aveva creato dei conflitti fra loro. La prima moglie l’aveva persa così, tra un viaggio e l’altro e sebbene poi avesse fatto di tutto per recuperare il divario fra loro era divenuto colmo di sentimenti negativi.
Quando uscì dalla sala riunioni Gaia gli volò al collo. Erano molto simili fra loro anche nei lineamenti. Gaia era molto eccitata nel vedere un alieno vero anche se la notizia del prossimo viaggio per recuperare l’elemento per l’alieno le aveva reso un po’ amaro l’incontro.
Amanda era ancora a letto ma era sveglia. Molto più pallida ma ancora attiva. Appena padre e figlia entrarono Amanda fece un fischio strano e disse: «Per la pelle come siete simili. Tu devi essere Gaia. Ti avrei riconosciuta anche senza tuo padre. Siete simili, ma non identici. Vieni, cara, avvicinati…»
Gaia timidamente si avvicinò e Amanda le prese la mano e disse: «Hai delle bellissime labbra!! Lo sai che sul mio pianeta si fanno operare per averle così?»
Gaia sorrise impreparata a trovarsi un’aliena con quello spirito di socializzazione. Forse aveva visto troppi E. T. e improvvisamente si sentì a suo agio con Amanda che le guardava attenta le unghie e poi le chiese se poteva averle uguali a lei. Gaia annuì felice. Anche Carlos era soddisfatto ed era sulla porta che le guardava intenerito. Poi una vibrazione arrivò ad Amanda, forse proveniente da Gaia e Amanda con gli occhi di fuoco disse: «Non ti azzardare ad andare su Aqua per me!! Il tuo posto è con questa ragazza!! Non puoi decidere anche per me, capitano Carlos Mirò!!» poi un colpò di tosse la placò e si ridistese triste.
Carlos si sedette nel letto vicino la sedia di Gaia e le disse: «Ti metto accanto la cosa più preziosa che ho: la mia Gaia. Con lei sembrerà di star con me. Però occhio a quello che fai con le connessioni troppo intime!»
«Ho compreso. Ricordati la quinta dimensione quando sarai là fra i miei simili», disse Amanda non guardandolo più negli occhi.
«Altri consigli?»
«Resta vivo e torna con o senza l’elemento.»
Carlos avrebbe voluto dirle che gli sarebbe mancata, ma c’era Gaia e se ne vergognò.
Mentre usciva Amanda gli disse nella mente: «Anche tu mi mancherai. Ricorda chi sei. Ricorda che sei, Icaro.»
Carlos chiuse la porta piano e si avviò nella sua stanza. Gaia avrebbe alloggiato da lui e avrebbero parlato una gran quantità di tempo. Quindi era meglio fare prima i preparativi. Era stanco ed era ansioso, ma rivedere lo spazio, l’avventura che lo attendeva, la salvezza di Amanda lo rendevano anche vivo.


terzo episodio

Era passata una settimana da quando Amanda si era smolecolizzata via.  Una lunga settimana piene di lunghe attese e di novità mancate.
Gaia non senza qualche preoccupazione era tornata all'università e così Carlos era rimasto solo con i suoi pensieri più profondi.
Aveva pensato e ripensato a quello che Amanda gli aveva detto.
Già la quinta dimensione! Facile era dire se t'impegni ci arrivi ma più difficile arrivarci. Le aveva promesso che lo avrebbe fatto ma ora solo con sé stesso era più difficile sentirsi capace di tanto, senza pensare che non sapeva nemmeno come.
Su un punto era convenuto, ovvero già averla vissuta e vista era anche se ipoteticamente inutile già qualcosa.
Il secondo punto era che un uomo per quanto imperfetto poteva "supportare" questa specie di transazione spazio-sensoriale.
Quindi un terzo punto su cui si era molto soffermato erano le sue sensazioni e la barriera spazio-temporale. Bhe sulla barriera spazio-temporale, che era stato il quarto punto, non aveva chance fisiche.  Secondo Carlos, Amanda, si poteva smolecolizzare perché il suo cervello era geneticamente diverso, non era solo quel 30% in più rispetto al loro 10% umano o magari no.
Ma Carlos non anelava alla smolecolizazione ma più a riuscire a parlare con Amanda, a riuscire telepaticamente a conoscere le scie cosmiche o come le aveva chiamate lei karmiche ed a usarle per inviarle messaggi.
Dalla base e dal laboratorio era stato ufficialmente bandito, il che voleva dire che se lo trovavano lo facevano fuori o almeno questo credeva. Sapeva troppo. Ma d'altra parte solo loro avevano visitato Amanda e lui non aveva avuto modo, se non genericamente, di arrivare al protocollo: Amanda. Sentiva che in quel protocollo c'era di più della anamnesi fisica ricostruita di Amanda. In verità non sapeva alcunché ma sentiva che doveva recuperarlo. Se era vero che l'agenzia segreta aveva venduto il protocollo umano-alieno alla NASA, Carlos sapeva che non si sarebbero arresi alla scomparsa dell'alieno.
Quindi decise di andare al laboratorio e alla meno peggio sarebbe morto. Sempre meglio che questa angoscia che gli gravava sul petto, negli occhi, dappertutto.
Il laboratorio lo conosceva molto bene e intrufolarsi non era stato difficile. Si era vestito da addetto alla vigilanza. Per camuffarsi meglio si era messo un paio di lenti a contatto e una barba posticcia. Nei bagni del laboratorio nel suo fugace specchiarsi quasi non si riconobbe. Ma quello era il minimo, il difficile sarebbe stato entrare nello schedario del laboratorio bypassando la porta con i riconoscimenti facciali e i codici. Si chiese se in qualche modo lo aspettassero e se i suoi codici di identificazione fossero ancora validi. Nascosto in uno stanzino degli addetti ai lavori, pensò ad una via di fuga più semplice e diretta e non ne vide. Se dava accesso negato non succedeva niente ma se era stato segnalato alla terminale, questo avrebbe iniziato a suonare.
Bel dilemma che era. Ma un piano iniziò a serpeggiare in lui. E se si fosse fatto trovare e si fosse fatto preparare proprio da loro per arrivare alla quinta dimensione? Senza dubbio avevano gli strumenti giusti per farlo. Certo non avevano gli stesso obbiettivi ma questi erano solo punti di vista. Lo avrebbe visto dopo.
Si tolse la barba e le lenti a contatto e inserendo i codici, subito dopo la macchina iniziò a scannerizzargli il viso.
Stranamente gli diede l'ok e entrò nello schedario. Dopo si ritrovò davanti ad una cassaforte con altri codici. Ma avendo lavorato là per molti anni ormai i codici di routine li sapeva a memoria. Lì inserì e la porta si aprì ed entrò una specie di stanza con gli schedari.
Ma non fece che qualche passò che la pota si richiuse e non c'erano possibilità di uscita convenzionali e non convenzionali. Era incastrato là dentro fino a quando qualcuno, il mattino dopo avrebbe riaperto la porta.
Era un pasticciaccio ma innervosirsi non sarebbe servito. Andò nello schedario e prese la cartella di Amanda e seduto sul pavimento iniziò a visionarla.
Da come aveva già intuito la massa del cervello di Amanda era non superiore al normale ma con un’attività del quaranta o cinquanta percento in più di quella umana. Il sangue di Amanda era più vischioso e ricco di sostanze non indentificate sulla terra ma per sommi capi simile. Attraverso indagini varie si era riscontrato lo stesso modello umano come concetto di evoluzione ma dissimile come elementi primari.
In pratica Amanda era simile a lui solo che essendo nata sul suo pianeta era figlia del suo pianeta. Altra sintesi non gli veniva.
Partendo da questo presupposto Carlos pensò che fosse una cosa positiva, in quanto se erano fatti con lo stesso “protocollo creativo” sarebbe stato minore il divario da superare per raggiungerla.
Atre indagini psicologiche, in parte fornite da lui, rivelavano anch’esse una somiglianza umana ma molto più intensamente concepita. Con l’espressione “molto più intensamente concepita” Carlos pensò si riferisse alla completa o quasi completa consapevolezza che aveva Amanda sulle proprie capacità intime, esteriori e soprattutto celebrali.
E questo invece sarebbe potuto essere un problema in quanto lui, non era affatto consapevole di sé stesso a livello così profondo. Non sapeva neanche se ci sarebbe potuto arrivare a conoscersi così profondamente e non sapeva neanche se voleva arrivare a conoscersi così profondamente. Non era semplicemente pronto e lo sapeva. Ci voleva un percorso introspettivo. Non vi era macchina tanto sofisticata che potesse dargli il coraggio di entrare nel proprio io e iniziare un percorso alla riscoperta di sé, il verso e sostanziale sé. Di questo ne aveva paura. Una terribile paura, eppure sapeva che riconoscere di avere paura di conoscersi era già un primissimo passo avanti.
Un altro passo avanti era uscire da lì, e anche quello era un problema non da poco. Non era propriamente convinto che farsi prendere fosse una saggia decisione ma anche quando non gliene restavano molte altre. Fra leggere e pensare, le ore passarono velocemente e in lampò fu scoperto da un allievo, appena assunto.
La reazione primaria era quella di spingerlo via e scappare a più non posso ma alla fine scelse di essere prelevato e scortato dal direttore generale e sottoposto ad indagine interna. Lì avrebbe giocato la sua carta del “se volete Amanda vi conviene aiutarmi a arrivare a lei”.
La cosa fu più facile di quanto si aspettasse. Anche troppo facile. Così facile da divenire pericolosa, perché presumeva un piano a lui nascosto.
Ad ogni modo non vi erano altre alternative, la strada era quella e quella bisognava seguire.
Sebbene, in quanto astronauta, i suoi esami completi erano più che recenti, glieli rifecero e si sottopose a varie sedute psicologiche affinché avessero un suo quadro chiaro di partenza.
E fin lì, nulla di non gestibile. Carlos iniziò una lieve perplessità quando venne fatto sedere in una stanza bianca, dove vi era un giapponese e vari oggetti su di un tavolino.
Il Giapponese non era diverso dall’idea che aveva dei giapponesi. Sembrava corrisponderne per antonomasia in tutto e per tutto.
“Lei sa perché è qui signor Mirò?” esordì il giapponese.
“Me lo dica lei…” rispose Carlos di rimando.
“Sarebbe troppo facile signor Mirò. Il Punto è che ci deve arrivare da solo” disse il giapponese portandosi le dita vicino al mento.
“Mi deve aiutare per la quinta dimensione??” replicò dubbioso Carlos.
“E cosa pensa di trovare nella quinta dimensione?”
“Io l’ho vista la quinta dimensione so cos’è!”
“Interessante! Sa cos’è eppure la cerca ancora…” adesso il giapponese si era alzato e gli gira attorno ironico. Carlos si sentina irritato dal comportamento del giapponese.
Visto che Carlos non rispondeva, il giapponese lo incalzò chiedendo: “Eppure se sa cos’è, per davvero, saprebbe che la quinta dimensione non è da cercare, perché non è luogo ma è solo da vedere. In un cerco qual modo da svelare. Cosa ha visto nella quinta dimensione signor Mirò?”
Domanda semplice, risposta complicata. Cosa aveva visto dunque? L’anima di Amanda. Sapeva che si poteva arrivare a discernere fra un atomo con un altro se la mente fosse stata potente. Ma questo non lo voleva rivelare al giapponese. Non si fidava dei suoi occhi furbi e gialli.
“Non so cosa ho visto in verità. Ma so cosa potrei vedere se riuscissi a entrare nella giusta attitudine…”
“Ma se non sa cosa ho visto, come sa cosa potrebbe vedere?” chiese imperturbabile il giapponese.
“Ho visto Amanda faro, per cui so di cosa potrei essere capace... sempre se sia possibile…”
Il giapponese lo guardò a lungo e attentamente e poi disse: “Lei mi occulta informazioni signor Mirò. Sa benissimo cosa ha visto! Ma il punto è che io la devo preparare a tornarci in quella frequenza, quindi lei deve essere sincero con me. Lei deve smettere di suppore e sentire il presente, si deve fidare di me signor Mirò! La prima regola è annullare le leggi fisiche, disimparare ciò che pensiamo di sapere, affidarci al nostro istinto, farci traghettare dal nostro io. Lei deve dimenticare chi è al momento, deve trovare il suo Io e solo esso la può portare dove lei vuole essere portato. Non esistono limiti se si disimpara ad averne. Lei è umano e per cui non può? E chi lo dice tutto questo? Lei signor Mirò? La seconda regola perciò è questa: Lei può essere tutti ciò che crede di essere, se vuole realmente esserlo. Non c’è provare, c’è fare!”
“Guerre stellari” commento piano Carlos sorridendo a quella citazione e capì che il giapponese aveva ragione. In quel momento doveva fidarsi di lui.
“Lei può essere benissimo una spia” disse di punto in bianco Carlos ma il giapponese non fere una piega e rispose: “Certamente! Ma il punto è che nella quinta dimensione ci entra lei, non io. Il sono il suo motivatore, sono la sua coscienza artificiale, il mio dovere è portarla a vedere, ad entrare nella quinta dimensione ma poi solo lei ci può entrare…”
“Ma lei ha appena detto che tutti ci possono riuscire se vogliono, mi domando allora perché non voglia entrare con me…”
“Perché non è un viaggio che io voglio fare con lei. Non se la prenda signor Mirò ma non piace fino a quel punto…” detto questo tornò a sedersi e accavallando le lunghe gambe lo fissò aspettando una risposta da lui.
“Quale punto?”
“Il punto di conoscerla meglio, entrare nel suo io con lei, di vedere ciò che sta cercando, io preferisco rimanere al di fuori. Dopotutto io potrei essere una spia. Me lo ha detto lei poc’anzi. Il motivatore motiva e lei che deve fare” questo glielo disse all’orecchio allontanando il microfono interno alla giacca e coprendo la bocca. Carlos capì che quello era messaggio nascosto che il giapponese gli aveva voluto dare. Solo che il sospetto che fosse, sempre parte di una parte, rimase in lui. Ad ogni qual modo decise di fidarsi del giapponese, anche perché senza una certa fiducia non avrebbe potuto realmente essere motivato.
Il giapponese sorrise enigmatico ma Carlos non ricambiò il sorriso.
Allora il giapponese tornando al suo tavolino disse: “Vede signor Mirò, qua ci sono degli oggetti, ed io e lei vediamo questi oggetti per come la nostra vista ci permette più o meno di vederli. La sua amica Amanda, l’aliena, li vede o può vederli come fossero al microscopio, questo perché la sua vista è in grado di intercettare il dettaglio e di entrarvi dentro fino a capire di cosa è composto l’oggetto. Noi per quanto ci sforzeremo non ci riusciremo come lei…”
“Ma non ha detto che tutto può essere se crediamo che sia?”
“Complimenti signor Mirò, vedo che ho un ascoltatore attento! comunque ci stavo arrivando… quindi ricollegandoci all’oggetto noi per poter vedere l’oggetto come lo vede Amanda dobbiamo scomporre la nostra realtà da tutto ciò pensiamo di conoscere. Non è cosa facile, non lo nego, ma non impossibile. Ad esempio vedo che il suo completo è di una sartoria professionale ma non commerciale. Lo capisco dal taglio delle tasche e dal tessuto che cade dove deve cadere. I suoi capelli hanno visto tempi migliori, secondo me dovrebbe cambiare shampoo… capisco pure dal fremito del suo occhio sinistro che sta iniziando a innervosirsi perché si sente in qualche modo attaccato dalle mie osservazioni precise e queste le arrivano come una deliberata mancanza della propria privacy” fece una pausa e poi proseguì sempre seguendolo attentamente con gli occhi.
“Vede questo breve siparietto le fa capire cosa? Semplicemente che non ci vuole esser alieni per saper fare determinate cose. Ci vuole attenzione ai dettagli e una mente allenata a questo scopo. Per Amanda tutto ciò è naturale perché nella scala dell’evoluzione la sua specie ha avuto modo di evolversi e abituarsi a questo tipo di evoluzione. Noi invece siamo modelli basic dobbiamo sforzarci, soprattutto all’inizio. Abituarci a non dare per scontato tutto ciò che ci circonda. Imparare ad analizzare il dettaglio più importante, sapere discernere cosa è importante e cosa non lo è. Il punto è signor Mirò, che non è importante saperlo fare bene e naturale come fa Amanda ma iniziare a saperlo fare. Lei deve iniziare a prendere confidenza con la materia che la circonda. Aria, fuoco, acqua, terra. Questi devono essere i suoi punti cardinali… il suo Io l’ago della sua bussola e solo allora saprà di per certo dove è il nord, la sua direzione. Non prima.” Bevve un bicchiere di the e si rimise dì seduto come prima, avvolto nel completo bianco come la stanza che li circondava.
“Cosa ha visto signor Mirò, quando asserisce di aver visto la quinta dimensione?”
“L’anima di Amanda”
“Perché pensa che fosse l’anima di Amanda?”
“Mi ha condotto lei, mi ha mostrato le sue emozioni, attraverso i suoi colori. Erano aspetti suoi, intimi suoi, non della stanza in cui eravamo. Ho perfino visto… mi è sembrato di vedere anche immagini del suo passato”
“Voglio risposte sicure. Ci pensi prima di dirle. I suoi “mi è sembrato” non m’interessano. Non in questo momento. Cosa ha provato fisicamente in quel momento?”
“Sorpresa. All’inizio un gran mal di testa poi la meraviglia”
“Arrivarci non è da tutti” adesso il giapponese lo guardava con rispetto misto a orgoglio. Come se Carlos fosse riuscito nell’impresa in cui lui avesse fallito. Quindi ripensando alle parole del giapponese di poco prima e chiese sicuro di sé: “Chi era lei?”
Ma il giapponese abbassò gli occhi e non rispose. Stette qualche minuto in silenzio e poi disse: “Da questo momento non la posso più aiutare. Lei ha più elementi di quanto immagina. Da adesso in poi deve concentrarsi sul perché e poi arriverà il suo come. Può farcela. Io credo in lei.” Poi gli andò vicino e bisbigliò: “Si ricordi solo questo signor Mirò certe realtà sono state fatte per non essere attraversate. Se lei dunque oggi le attraversa si porterà dietro il suo carico ovunque andrà. La conoscenza, la verità non è stata fatta per essere sopportata da tutti. Io le auguro un futuro migliore del mio” gli diede una pacca e come entrò se ne andò lasciandolo in quella stanza tutta bianca e super spiata, solo con gli oggetti sul tavolino.
Uno specchio, un sasso, una lampada e una foto di Amanda.
Carlos avrebbe voluto che gli avesse spiegato il significato di quegli oggetti prima che se ne fosse andato ma forse il loro significato non era così occulto da capire. Gli oggetti gli servivano per entrare nella quinta dimensione. Solo che Carlos non sapeva come usarli al meglio.
Allora preso dalla rabbia gridò nel vuoto generale: “Non so come usarli!!” e di rimando il vuoto gli rispose: “Signor Mirò sa benissimo come usarli!! Si prenda tempo e ripensi a ciò che le ho detto prima. Guardi, tocchi, osservi e vada oltre… non abbia fretta, non abbia timore, sia sicuro di sé, abbia consapevolezza che ce la può fare” era la voce del giapponese che lo spiava da chissà dove.
Era quindi giunto il momento. Carlos sapeva di dover entrare in modalità intima. Doveva escludere dove era e chi lo spiava. Guardò la foto di Amanda e il cuore ebbe un battito. Continuò a guardare la foto di Amanda ma non gli sembrava di arrivare a nulla. Sentiva serpeggiare il mal di testa ma non sapeva se era un segno buono o semplicemente dettato dallo stress.
Da un punto della stanza si aprì una porticina e un vassoio su di un carrello fu spinto verso di lui. Dopo il carrello un letto.
Dal vuoto il giapponese gli disse: “Prima mangi e poi dorma. Non abbia fretta Le cose belle hanno il passo lento.” E così Carlos fece.
Dopo che si svegliò, ebbe la tentazione di mangiare ancora un pochino ma poi ebbe l’ansia che gli sarebbe magari presa la nausea e allora desistette.
Tornò al tavolino e si sedette nella sedia, dove si era seduto il giapponese. Prese lo specchio e si guardò, poi accarezzò la pietra, che poteva significare la materia, lo specchio la sua immagine ma la lampada, ovvero la luce cosa rappresentasse in correlazione a lui non sapeva.
Si immerse nella contemplazione della pietra illuminata dalla luce attraverso lo specchio ma non ebbe risultati, poi lasciò perdere gli oggetti e riprese la foto di Amanda. La soluzione sapeva essere in lui, ma la soluzione del perché degli oggetti non era la risposta che cercava. Guardò la foto e poi chiuse gli occhi, andando a cercare Amanda là dove l’aveva lasciata. Dentro sé rivisse la sua presenza e la mancanza della sua presenza si fece così intensa da divenire lamento, che formulò il bisogno. Il bisogno creò disarmanti flashback e Carlos si concentrò su di essi e mentalmente inviò la richiesta di vederla come fosse una preghiera. Era concentratissimo e cercò di imprimere forza e energia nel pensiero che mentalmente inviò.
Quando aprì gli occhi, li aveva rossi e gli dolevano un pochino ma non sentiva altra sensazione. Non riusciva a percepire se avesse mandato o no un messaggio a Amanda. Lei gli aveva parlato di scia karmica e lui aveva cercato quella di lei in base al suo ricordo ma non sapeva con esattezza avesse combinato qualcosa di reale.
Ormai la sua presenza in laboratorio pareva avesse finito di essere necessaria. Questa cosa poteva benissimo farla a casa. Infondo come aveva ripetuto più volte il giapponese, era sé stesso e no qualche strano macchinario in cui si era immaginato di entrare. Oppure no? E se invece avessero codificato un segnale, attraverso elettrodi collegati sulla sua mente? Questo avrebbe vagato per lo spazio con maggiore velocità e con maggiore potenza. L’idea si fece prepotente e si risolse a chiamare il giapponese gridando di avere un piano per chiamare Amanda. Immediatamente da una porta non meglio localizzata apparve il giapponese di bianco vestito. Sorrideva cordiale ma il suo sguardo non lascia intendere niente.
Gli si accostò e gli mormorò in modo che non potesse vederlo e udirlo nessuno tranne il giapponese gli disse: “Potrai rivederla se mi aiuti” lui non cambiò espressione e disse a voce normale come se non avesse udito: “Come pensa di poter procedere signor Mirò?”
“Attraverso elettrodi propagherò il mio segnale per Amanda nello spazio. Un segnale decodificato così da avere abbastanza energia e potenza” guardò negli occhi il giapponese e attese la sua risposta ma il giapponese non dava segnali di avere capito.
Poi d’improvviso si aprì in sorriso e disse: “Come lei desidera signor Mirò” poi fece un inchino e si allontanò. Guardie lo prelevarono e lo portarono in una stanza che più che stanza sembrava una prigione.
Carlos in stanza si fece una doccia calda e mangiò la lauta cena che gli servirono. Poi dormì di un sonno tranquillo. Dentro di sé aveva reale speranza di vederla e anche se questa gioia a momenti pareva incontenibile in altri gli dava serenità.
Rimase prigioniero per una settimana, forse il tempo necessario affinché il giapponese ottenesse o facesse costruire quanto da lui richiesto.
Al sesto giorno si rifece vivo, lui e le guardie, come a ricordargli che non era affatto un’ospite. Carlos guardò il giapponese ma non sapeva percepire cosa pensava o se avesse preso in esame la sua proposta. Gli mostrò un laboratorio e in breve gli spiegò il funzionamento. Lo fecero sedere e iniziarono a metterli gli elettrodi e a collegarli ad un enorme computer. Poi la stanza si fece silenziosa e il giapponese gli disse: “Ora tocca a lei signor Mirò, mandi il suo messaggio ad Amanda e spero che per lei funzioni quest’idea perché non so come loro possano prendere un fallimento così costoso.”
“Come posso sapere se funziona o non funziona? Magari può anche funzionare ma Amanda potrebbe non venire per una qualche motivazione. La mia era in idea. Siete voi ad averla accettata.”
“Farà bene a farla funzionare!!” gli disse il giapponese serio e autoritario. Carlos ne intuì che se avesse funzionato per Carlos, avrebbe potuto funzionare anche per lui. Ma ovviamente non ne era sicuro.
La stanza ritornò silenziosa. Tutti fecero un passo indietro e Carlos tornò in modalità intima. Tornò come l’ultima volta là dove aveva lasciato Amanda e rifece lo stesso percorso fino a tramutare il bisogno in input.
Con il pensiero le aveva inviato frasi semplici ma cariche di sentimento. Sperava di non esser stato troppo sintetico. Quando aprì gli occhi il computer si illuminò e iniziò l’invio attraverso le potenti onde generate dal loro satellite sullo spazio.
Carlos si voltò a guardare il giapponese, che sembrava aver perso tutta la cordialità della settima scorsa. Era a braccia conserte e lo fissava intensamente. Carlos pensò che stesse decidendo la sua sorte.
Per spezzare il silenzio disse: “Io non posso gestire la risposta, come ho detto prima e non c’è neanche modo di verificare l’affabilità di tutto l’esperimento”
“Attenderemo, allora” rispose il giapponese e poi Carlos fu trasportato nella sua cella senza altri discorsi.
Nella testa di Carlos c’era esultanza per essere arrivato fin lì ma anche confusione per l’esito incerto. Guardò di nuovo il cellulare ma da quella stanza non prendeva. Era completamente isolato ma nel suo isolamento prese il lato positivo e disteso nel letto tentò di mandare vari messaggi ad Amanda.
Passarono tre giorni da quel esperimento ma tutto tacque lasciando che l’amaro si depositasse nel baratro dell’insuccesso. Aveva sempre sperato pur non ammettendolo che lei sarebbe comparsa e congelando tutti lo avesse fatto sfuggire ma così non era e quelli erano capacissimi di tenerlo lì dentro per anni o forse per sempre. Lei infondo era capacissima di trovarlo quando voleva. Quindi Carlos pensò che era venuto il momento di scappare dal laboratorio ma prima doveva parlare con il giapponese almeno per un’ultima volta. Lo fece chiamare e dopo un po’ egli venne da Carlos.
“Signor Mirò ci sono delle novità?” chiese con velata curiosità. Aveva ripreso il suo solito brio giapponese, se così si poteva definire.
“Posso aiutarla se vuole. Possiamo provare con lei per vedere se davvero funziona così l’esperimento. In cambio rivoglio la mia libertà e so che solo lei può concedermela”
“Lei ripone troppe aspettative su di me signor Mirò e soprattutto sulle sue supposte verità. Ciò nonostante mi sono sempre piaciuti i folli per questo sono indulgente nell’ascoltarla. Non tramuti l’indulgenza in tediosa tentazione di liberarmi di lei” disse il giapponese.
“Folle è colui che pur vedendo la riuscita non cerca minimamente di metterla in pratica ma fantastica su di essa”
“Su via non roviniamo questa conversazione in cose che lei non conosce. Sappiamo entrambi di cosa sono capaci. Ho speso troppi anni per questa azienda per rovinare tutto. Il suo posto non è con me”
“Quindi lei non vuole di proposito trovarla.”
“Trovarla, ammesso sia ancora possibile, perdere tutto, esserle inferiore a vita pur di tentare una felicità mistificata dall’amore? Temo di non essere abbastanza come lei signor Mirò.”
“Lo rimpiangerà”
“Lo sto già rimpiangendo ma non per questo ci spero ancora” disse abbassando la testa.
“Mi faccia uscire da qua. Sono evaso già una volta quindi non sarà difficile giustificare una seconda evasione o c’è qualcosa che lei ancora attende che si verifichi?” chiese di punto in bianco Carlos.
“No, non c’è più nulla che io debba attendere” detto questo prese la via della porta e a Carlos non rimase che lasciarlo andare. Sapeva benissimo, lo intuiva, che c’era ancora molto che il giapponese attendeva ma nessuno tranne il giapponese stesso ci poteva fare qualcosa.
Carlos chiuso nella sua cella pensò e ripensò a tutta l’intera faccenda, e non trovò altra idea che non fosse quella della fuga. Quindi iniziò a elaborare il suo sofisticato piano di fuga. La porta non sarebbe stato difficile aprirla ma affrontare le due guardie dietro era abbastanza complicato. Ma una volta uscito da là poteva rifugiarsi nel piccolo stanzino in cui era finito quando era venuto, c’era ancora il suo precedente travestimento, e da lì non era lontanissimo. Ma dallo stanzino alla libertà terminavano le sue idee, oltre fingersi addetto ai lavori.
Non si possono immaginare quante cose ‘imparano stando per anni sullo spazio. Anche quello di scassinare una porta magnetica con una carta di credito. Ed era quello che fece Carlos che poi spalancò la porta gridando come un pazzo e una volta presi in contropiede li mise fuori combattimento con due colpi di arte marziale. Una volta fuori corse nello stanzino fin quando non sentì che l’allarme suonò e da quel momento in poi tutto il centro era sulle sue tracce. Si travestì e con molta calma si avviò a testa basta e stava per arrivare alla porta d’ingresso quando una pistola fu puntata sulla sua tempia. Non ci mise molto per indovinare chi fosse.
“Non faccia nulla di sbagliato signor Mirò” disse il giapponese.
“Più che un motivatore direi che lei è l’ideatore di tutto questo. O sbaglio?”
“No, sono una pedina quanto lei nel grande gioco della vita. Solo che c’è chi vince e c’è chi perde e lei signor Mirò sta perdere tutto perché non ha saputo pensare in grande ed avere pazienza”
“Lei parla da uomo deluso. Mi lasci andare. Si dia un’altra possibilità. Lei non tornerà ma c’è sempre un’altra possibilità se ci si crede. Me lo disse un uomo saggio non molti giorni fa” Il giapponese si mise a ridere ma la pistola rimase salda sulla tempia di Carlos.
Si limitò a dire: “gli uomini dicono sempre un sacco di cose non vi dia peso signor Mirò”
“Soprattutto quando sono disperati quanto lei” replicò Carlos.
Ma poi d’improvviso una luce avvolse tutto. Era arrivata. Carlos quasi pianse dalla gioia quasi perduta.
Amanda comparve nei suoi brillanti colori, come sempre l’aria si fece ferma tranne che per Carlos e il giapponese che la guardava in modo strano ma la mano iniziava a tremargli.
Amanda puntava lo sguardo su di lui e gli disse: “Oh stupido che uomo che sei. Non ti rendi conto del male che hai fatto a te stesso. Tu proprio non lo sai ma ora te lo mostrerò io.” Gli mise la mano sul petto e a quel punto il giapponese strabuzzo gli occhi e gli cadde la pistola. Poi quando Amanda tolse la mano lui cadde sulle sue ginocchia e si mise a piangere.
Amanda prese la mano di Carlos e si smolecolizzò lontano dal laboratorio. Lo portò in un posto che Carlos non conosceva. Era un campo di fiori e in cielo c’erano una miriade di stelle. Così grandi e lucenti Carlos non le aveva mai viste lì sulla terra.
“Siamo nella foresta nera, in Germania”
“Sembra strano ma non l’ho mai vista”
“Immaginavo. Hai passato tutta la tua vita più sulle stelle che sulla terra. Non ti sembra ora di fermarti? Non vuoi una vita serena qui sulla terra?”
“Se ci sei tu sì. Non oso pensare ad altre alternative. Forse perché non ce ne sono. Dimmi come sei arrivata? Hai dunque ricevuto il segnale?” Amanda lo guardava in quel suo strano modo di guardare, che Carlos aveva capito riservava per quelli che amava.
“C’è sempre una possibilità Carlos Mirò!! Ho ricevuto tutti i tuoi segnali solo che sono arrivati tardi per via della lontananza. Sei stato in gamba. Sai io quasi non ci speravo ma sapevo che sarebbe accaduto. Una cosa così. Non so se puoi capirmi”
“No, ma se ti bacio faccio prima…” e fu così che la baciò e il tempo si fermò.
E attraverso quel primo bacio le loro anime si fusero insieme in un'unica magica quinta dimensione, che solo attraverso l’amore può far arrivare. L’amore come chiave e come strada.
Molte cose sarebbero ancora successe nella loro vita ma rimaneva un fatto, da quel giorno in poi una cosa non sarebbe più cambiata, loro, ovvero erano diventati un “Noi”.


































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