Il Gabbianello


Quella che vi racconterò oggi è la storia di un uomo che divenne gabbiano, im​pa​ran​do a vo​la​re.
Icaro era il suo soprannome, per via dei grandi sogni che faceva. Icaro era un viaggiatore del tempo da panchina, lui amava sedersi e riflettere e mentre rifletteva, viveva cento storie diverse attraverso lo sguardo altrui. S'innamorava cento volte al giorno di cento diversi sguardi. Finché un giorno non vide lo sguardo che non dimenticò più, quello di una ra​gaz​za di nome Nina.
Quel giorno di primavera, era seduto in una panchina che dava sul mare e la vide, ma come la vide però ella sparì. Quando lui aprì e chiuse gli occhi per cercarla, al suo posto vide un gabbiano dal manto scuro e lucido. Il gabbiano stette a fissarlo quel tanto che i loro sguardi s'incrociarono e poi volò via, lasciando al povero Icaro una smania d'a​mor mai vi​sta.
Nei giorni seguenti tornò e ritornò ma nien​te, fin​ché in cuor suo non de​ci​se che a regalargli quella visione, era stato un mi​rag​gio ma​rit​ti​mo.
Un giorno si addormentò sulla panchina, sarà stata l'ebrezza o il pranzo abbondante ma crollò e quando si destò, odorando profumo di mare, la vide lì, sul​la pan​chi​na che lo guar​da​va di​ver​ti​ta.
“M i chiamo Nina e quella gabbianel​la è Tri​na” Sme​mo era stra​bi​lia​to dal​la vi​sio​ne.
“Io, io mi chiamo Carlo ma sono stato soprannominato Icaro perché mi piace volare con la fantasia” bal​bet​tò lui.
“Icaro, dunque! Guarda Icaro, il tra​mon​to …” dis​se sor​ri​den​do Nina.
Lui guar​dò il me​ra​vi​glio​so tra​mon​to ma appena si voltò la ragazza e la gabbia​nel​la non c'e​ra​no più. Icaro si sen​tì il più stupido degli uomini per essersi lasciato fuggire così Nina la gabbianella. Così ribattezzò la ragazza. La sua Gabbia​nel​la.
Il giorno dopo non vide nessuno se non forse Trina che volava lontana, ma non fu si​cu​ro.
Il cuore di Smemo a quel punto era rovesciato verso l'idea di non rivederla più. Quando una mattina di qualchegiorno più tardi, seduta sulla "sua" panchi​na vi ri​tro​vò una bam​bi​net​ta.
Il nome della bambina era Giulia.
Ave​va gli oc​chi noc​cio​la e un bel fac​ci​no rotondo come i riccioli che glielo incorni​cia​va​no.
“Giulia ma sei da sola?” chiese Icaro preoccupato che una bambina fosse lasciata così, senza nessuno che la con​trol​las​se.
“Tu bel signore non hai da lavorare?” ri​spo​se sor​ri​den​te la bam​bi​na, sen​za ri​spon​de​re.
“Ho già la​vo​ra​to pri​ma di ve​nir qua, pic​co​la in​va​den​te!” la rimbrottò Icaro im​per​ma​li​to.
“Non c'è bisogno che ti offendi, era per fare conversazione.” dichiarò la bam​bi​na im​bron​cia​ta.
Quel piccolo visino grazioso, fece ride​re Icaro, che con la sua ri​sa​ta, ras​se​re​nò an​che la bambina.
“Chi aspetti? Qualcuno aspetterai per forza…” iniziò con fare giocoso lei… 
“Ok, ve bene aspetto una ragazza di nome Nina, ma mi sa che lei non verrà oggi” dichiarò lui. “Oh certo! Se aspetti che venga sempre lei, magari vai tu da lei, inseguila!” Gridò Giulia con gioia, portando le manine in su nel cielo. Poi si alzò e corse via, e quando arrivò in strada, fischiando chiamò a sé un gab​biano, e dopo che esso si fu appoggiato al suo braccio, lei salutò alle​gra​men​te uno stralunato Icaro. Poi la bimba sparì nel traffico e a Icaro arrivò alle narici l'odore buono del mare. E non poté far altro che sorridere, quando poi alzando gli occhi in cielo vide Trina la gabbianella, che compiva giri circolari in segno di saluto. Alzò la mano e saluto anch'e​gli la gab​bia​nel​la e la sua pa​dro​na.
Domani sarebbe stato un altro giorno.
Fece un sogno, quella notte stessa. Era in alto, dove nessun altro po​te​va concedersi il lusso di riposare, in fondo era là che sostavano gli uccelli, forse anche i gabbianelli, dove la libertà era a por​ta​ta di ali. Con la testa sulle sue gambe, lei disse: “Nemmeno io ho paura di riposare” e si addormentò, con lui. Avevano passeggiato per ore, sempre cercandosi con lo sguardo, come se avessero pau​ra a un cer​to pun​to di non ri​co​no​scer​ci più. Si era​no te​nu​ti la mano fino a sentire il sudore sancire sui loto palmi, l'arrivo della bella stagione. Si erano negati molte cose, avevano sprecato tante pa​ro​le, tan​te pro​mes​se. Lei lo ba​ciò sul​la fronte, poi rossa in viso si spostò sulle sue labbra, lui ne riconobbi il sapore, l'odore, la morbidezza, la forma regolare. Si svegliò sorridendo di quanto gran​de fos​se la fe​li​ci​tà che gli ave​va dato sen​tirla sua, sua fino in fondo, sua col corpo, con le dita ner​vo​se, con la lin​gua im​pu​den​te, con i pen​sie​ri nudi, con i dub​bi finalmente chiusi in fondo a un cassetto e i sogni sul letto. Nel sogno, se ne tor​nava con lei lungo la strada che passava dal centro e in quella folla che ciar​la​va di cose vuote, che scoppiava in risate rumorose e senza motivo, si sentivano un poco l'uno dell'altra. “È così che do​vreb​be essere sempre Smemo” disse lei, lui pen​sò la stes​sa cosa. È così che dovrebbe essere sempre. Poi ciascuno smettendo d i sognare, riprese a camminare seriamen​te, de​sti​na​ti apparentemente a po​sti lontani tra loro e dimentichi persino del pro​prio nome.
De​ci​se di pren​de​re il lar​go e di an​da​re a cercarla. L'avrebbe cercata anche tutta la vita. Prese una barca poche ore più tar​di e si mise in mare, con il ca​pel​lo di panama e Trina che lo conduceva dove solo lei sa​pe​va.
Era qua​si al tra​mon​to quan​do ar​ri​vò in una baia nascosta. Il sole dorava l'ac​qua che lambiva le rocce e la tenue sabbia. Trina si fermò sopra una di esse e fece il suo verso a mo' di saluto e allora lei com​par​ve assieme al suo profumo di mare. “Era ora che mi trovassi gio​va​ne Smemo, Trina stava in pensiero per te” disse ironica e sorridente Nina, vestita solo con un abitino di seta stile impero co​lor blu cie​lo. Scal​za e sca​pi​glia​ta. Sme​mo sen​tì il cuo​re rim​bom​bar​gli in pet​to.
Non osava parlarle per non rovinare il momento, anzi non poteva a dire il vero, le mani erano sudate e la lingua impastata. E lei sorrideva ancora andando​gli in​con​tro.
En​trò nel​l'ac​qua come se nul​la fos​se, dandogli la mano per scender dalla bar​ca. “Ti bagnerai” disse Icaro tutto di un col​po.
“L'acqua è il mio elemento così come il cielo, dobbiamo mettere la barca al riparo fra poco la marea renderà il nostro nascondiglio inaccessibile” disse Nina guardandolo seriamente negli occhi. Lui dentro quegli occhi ci avrebbe respirato, vissuto, ci sarebbe morto, fe​li​cemente. 
“Che bella parola è inaccessibile detta da te” disse Icaro che poi resosi conto di aver parlato a voce alta invece che nella sua testa, si affrettò a scen​de​re im​ba​raz​za​to.
Lei continuava a sorridere, e messa la barchetta in custodia prese le sue mani e lo condusse lungo una spaccatura della roccia che via via s'ingrandiva fino a di​ve​ni​re una grot​ta.
C'era un fuoco maestoso ma ella vi stava lontana. Smemo allora le chie​se: “Non hai freddo? Vieni a scaldarti, non ti farò del male” Nina scosse la testa e poi fece una breve risata mordendosi una pellicina dall'indice della mano destra. I loro oc​chi era​no sin​to​niz​za​ti.
“Non è così” dis​se lei, e poi ag​giun​se allegramente, facendo ampi circoli in aria: “Il fuo​co non è mio ami​co”
“Cer​to tu sei d'aria e acqua” aggiunse lui rapito da quelle sue mani in mo​vi​men​to.
“E tu sei fuoco e terra, ti ho studiato sai, giovane amico mio” dis​se lei sopraggiungendo accanto a lui, con un balzo che sapeva di nota musicale, almeno lui così lo av​ver​tì.
“E quindi?” chiese lui, non riuscendo a capire dove lei volesse arrivare con quel​le sue pa​ro​le.
“E quin​di sia​mo di​ver​si, a meno che tu non im​pa​ri a vo​la​re come me”
“Sono umano, anche se su di te avrei qualche dubbio” disse lui fis​san​do il fuoco e lei vicino. Un'irresistibile voglia di baciare quelle belle labbra salate lo av​vol​se, scom​pi​glian​do i pen​sie​ri.
“Ci completiamo, tu sarai pure acqua ma io so nuotare, e a volare im​pa​re​rò se tu vorrai” le mormorò lui a fior di lab​bra. Poi ag​giun​se: “Ed io t'in​se​gne​rò a non temere il fuoco ma a goderne il ca​lore e le virtù. Siamo essere viventi, fatti di molecole ed elementi, possiamo quindi se vuoi, sperimentare questo tra noi” fu così che la ba​ciò, se​du​ti per ter​ra, da​van​ti al fuo​co. Lei si lasciò baciare per tutto il tempo che lui aveva concesso. Non era facile per Icaro smettere, anche se un gran sonno gli scendeva len​ta​mente addosso. 
“Si dev'essere fatto tardi, è meglio che ti mostri dove dormiremo” disse lei staccandosi da lui e prendendo la via di un'altra spaccatura che faceva da porta ad un'altra stanza at​ti​gua. Sopra una specie di materasso c'era una coperta di lana e al posto del soffitto il cie​lo tra​pun​to di stel​le.
Lei si sdraiò accanto a lui e guardando il cielo disse: “Questa notte è tua, ma domani sarà mia” Icaro guardò le stelle, e poi lei, la na​tu​ra fece il suo corso e Nina sco​prì cosa fos​se il fuo​co.
Qual​che ora prima dell'alba Icaro si destò e lei lo guardava seduta so​pra l'apertura soffitto. 
“Era ora, dai destati Icaro, oggi toc​ca a me in​se​gnar​ti qual​cosa” e poi con un balzo fu su di lui. Ma non con violenza, con grazia come se il vento l'avesse sospinta. Icaro avreb​be voluto di nuovo darle amore, come la notte precedente ma lei era già pronta e con la mano lo aiutava a salire sulle rocce e sopra un cielo azzurro e ricco di nuvole li salutò. Le nuvole erano straor​di​naria​men​te bas​se, qua​si vo​les​se​ro far​si toccare. Lei era felicissima, indossava dei semplici pantaloncini bianchi e un top. Icaro guardò l'acqua e rabbrividì per l'altezza a cui erano arrivati. “Se salto mi ammazzo” azzardò lui per indovinare i pensieri di lei. “Non ci sarà bisogno di saltare” disse lei come una maestrina baldanzosa e poi aggiunse da dietro le spalle di lui: “Fissa le nuvole intensamente, entra in loro e sospingiti, fatti portare. Lascia tutti i pensieri qui sulla nuda roccia, poi li riprenderai. Respira Carlo, chiudi gli occhi e prendi la mia mano” Così fece e Icaro sentì il vento fra i capelli e le nuvole sfioragli le gote. Aprì gli occhi e stava letteralmente volando sopra Trina o un gabbiano simile ma più grande, tanto da sor​reg​ger​lo sul dor​so.
“Chiudi gli occhi Carlo, sentiti cielo, sentiti vento, sentiti parte d'esso. Re​spi​ra” lo incoraggiò lei, sempre più piccola. Così fece e sdraiato sul quel grosso uccel​lo, si sen​tì an​ch'es​so un uccello, li​be​ro per la prima volta nella sua vita. Libero di an​da​re, vo​la​re e amare. Poi atterrò ed era talmente emozionato, che non riusciva a parlare. Nina lo baciò e disse: “Adesso sei il mio gabbianello. Hai imparato a volare, gli elementi sono stati mischiati” Si guardarono e una nuova alba nasceva dal mare, come fosse una promessa, un alba di un giorno migliore.

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