La potenza espressiva delle traduzioni. Libera interpretazione (il taccuino dello scrittore)

Dal Dal taccuino dello scrittore uno strepitoso post sulle diverse traduzioni dei libri. Quasi cambiando il senso.  Mi ha toccato da vicino con il mio Cime tempestose e ho deciso di dare il mi contributo con il libro di tascabili economici Newton superten e l'altro della bur versione ebook.














La potenza espressiva delle traduzioni. Libera interpretazione





L’esperienza diretta mi ha sempre chiarito le idee: ho dato diverse occasioni al selfpublishing per convincermi della sua bontà e la delusione ha spesso battuto le aspettative; invece, era quasi per inerzia che annuivo ai discorsi relativi ai limiti delle traduzioni, mentre adesso so che quei limiti sono reali. Li ho sperimentati rileggendo il romanzo “Cime Tempestose” di Emily Brontë.



Mi sono avventurata (ma solo per la prima parte: 14 capitoli) nell’impresa un po’ folle, ma quasi necessaria, di effettuare una lettura comparata fra i due testi in mio possesso, entrambi in formato digitale.

Non avendo più il cartaceo, quest’estate ho scaricato l’eBook gratuito di "Cime Tempestose" (archiviato a futuro utilizzo) in un’edizione di Baldini&Castoldi, con una traduzione di Fosca Belli.
Qualche settimana fa ho cominciato a leggerlo sul mio Kindle e, poiché la struttura era mal distribuita, senza separazione fra le parti e con una scarsa impaginazione, ho deciso di scaricarne una versione più idonea. Ho scelto un’edizione della Giunti, collana Acquarelli, con traduzione diGemma de Sanctis.





Rileggendo l’inizio dello stesso capitolo in entrambi gli ebook e riscontrando subito delle differenze abissali nella traduzione, la curiosità mi ha indotto a paragonare le due versioni.
Il risultato mi ha sorpreso parecchio. A tratti mi è sembrato di leggere due libri diversi: davvero l’interpretazione è tutto e il traduttore diventa esso stesso autore del testo che sta traducendo.


Ne avevo parlato qualche anno fa in un postche vale la pena rileggere, perché questo potrebbe rappresentare la sua ideale continuazione.


Vi do subito la prova del mio esperimento, segnando in blu il testo dell’edizione Baldini&Castoldi e in rosso quello di Giunti.


Queste sono le prime righe dell’incipit:


1801. Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo vicino col quale avrò a che fare.


1801. Sono appena tornato da una visita al mio padrone di casa, l’unico vicino col quale avrò a che fare.
Fin qui nessuna differenza sostanziale, ma ecco come prosegue il brano:

(Mie)
1801. Sono rientrato dopo aver fatto visita al mio padrone di casa: l'unico vicino, un uomo solitario, che mi potrebbe io infastidire. 

1801 Ritorno adesso da una visita al mio padrone di casa: l’unico vicino con il quale avrò che fare.


Penso che in tutta l’Inghilterra non avrei potuto scegliermi un altro posto così lontano dal frastuono della società. È il paradiso del perfetto misantropo; e il signor Heathcliff e io sembriamo fatti apposta per una simile desolazione.


Che posto magnifico è questo! Dubito che in tutta l’Inghilterra avrei potuto trovare un luogo altrettanto remoto dalla frenesia del consorzio umano. Un vero paradiso per i misantropi, e il signor Heathcliff e io siamo i tipi adatti a condividere questa solitudine.

Guardate come cambia il registro: nella seconda traduzione c’è una frase esclamativa del tutto inesistente nella prima. Il penso che non avrei potuto diventa semplicemente dubito; il frastuono della società si trasforma in frenesia del consorzio umano. (Quale sarà la parola originaria? “consorzio umano” ha un che di barocco.)


Scelgo dei periodi a random:


la fissai, mi fissò, o, per meglio dire, tenne appuntato su di me uno sguardo freddo e indifferente, assai imbarazzante e spiacevole.



La guardai, e lei ricambiò il mio sguardo. O meglio: non mi staccò gli occhi di dosso, con un’espressione fredda e sgarbata che mi risultò al tempo stesso imbarazzante e sgradevole.


Anche qui: la fissai, mi fissò dà un’immediatezza che la guardai, e lei ricambiò il mio sguardo smorza. In questo secondo caso, la descrizione appare diluita tanto che la frase successiva specifica non mi staccò gli occhi di dosso, concentrata invece nell’unica azione di “fissare” definita nella prima traduzione.


Una ferocia mezzo incivilita covava sotto le sopracciglia arcuate e negli occhi pieni di un nero fuoco, ma lui la sapeva domare, e i suoi modi erano dignitosi, privi di rozzezza, forse troppo severi però per parer sgarbati.



Sotto le sopracciglia folte e negli occhi di brace s’intuiva una ferocia solo a metà civilizzata, ma ormai domata; ed esibiva un contegno dignitoso e privo d’ogni rozzezza, anche se troppo severo per apparire cortese.


Qui la seconda versione sembra più fluida, la prima ha un incedere ostico, ma cosa spinge due professioniste a tradurre in modo così differente? Che forse una è una traduzione più letterale, l’altra estensiva? perché l’espressione “occhi pieni di un nero fuoco” è onestamente brutta rispetto a “occhi di brace” che mi pare più efficace.


Le traduzioni si riallineano in qualche punto, ma poi di nuovo, i due libri seguono un ritmo che li rende diversissimi.


Credo veramente che lei avesse cominciato ad attendere la mia venuta fin dal mattino. Mentre salivo per il sentiero lastricato del giardino, la vidi spiar fuori dall’inferriata; allora le feci un cenno con il capo, ma ella si ritrasse lesta, come se temesse di essere osservata.

Credo che mi aspettasse fin dal mattino; mentre percorrevo il viale, la vidi che spiava dalla finestra e le feci un cenno; subito si ritrasse, come se avesse paura di essere sorvegliata.
(A proposito di tagli e di economia del testo.)


ATTENZIONE, ma che parliamo a fare noi di frasi fatte! Leggete la seconda traduzione:


Avevo deciso di lasciarli a loro stessi,



Avevo deciso di lasciarli cuocere nel loro brodo.


Quale frase in inglese è stata tradotta conlasciarli cuocere nel loro brodo? La Brontë ha forse usato un’analoga espressione nella sua lingua? Non lo so, intanto la prima traduzione risulta meno stereotipata.


Ovviamente gli esempi sono molteplici (e il finale è di gran lunga più bello in una delle due versioni) ma questo campionario mi ha ampiamente dimostrato che non sbagliava Helgaldo quando diceva che la lettura della narrativa tradotta non favorisce lo sviluppo completo e coerente delle competenze linguistiche, patrimonio indiscusso di chiunque voglia padroneggiare la potenza espressiva della lingua italiana e metterla al servizio della storia.


Forse bisognerebbe indagare su chi siano le due traduttrici e quali esperienze abbiano nel settore (ci ho provato, ma con scarsi risultati), chiedersi chi delle due abbia maggiormente rispettato stile, ritmo e voce dell'autrice inglese. D’altra parte mi dico che il lettore si affida a un solo testo e giudica il valore dell’opera in base a ciò che conosce.


Da questa esperienza, al di là della storia che trovo sempre straordinaria, traggo solo una conclusione.
Nel vecchio post citato, alla fine, mi chiedevo se avesse ragione Helgaldo sul fatto che la letteratura mondiale perfezioni poco lo stile e che lo scrittore italiano debba formarsi sull'esempio dei connazionali, perché solo dalla prosa pensata nella nostra lingua madre si può trarre insegnamento.


E dunque non posso che dire:
sì, caro Helgaldo, avevi proprio ragione.

Commenti

  1. Ma hai una raccolta di Cime Tempestose in casa! 😁
    Io ho la stessa varietà con il primo volume della Recherche di Proust!
    Grazie per avere condiviso il mio post qui da te. 😉

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  2. Grazie a te per averlo scritto^^

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  3. Io feci la stessa cosa con Poe, di cui ho tre edizioni diverse.
    Diciamo che alcune traduzioni risentono anche del periodo in cui sono state fatte, ecco perché sono più "barocche" :)

    Moz-

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