Esercizi letterari...

Leggendo l'interessante post di taccuino dello scrittore ho scritto questo commento:

"Io sono una talentuosa pasticciona, a cui non interessa il successo ma più essere letta.
Non potrei mai ricopiare (un brano letterario come esercizio) perché ci metterei sempre del mio, facendolo divenire appunto "mio".
Ho fatto un esperimento invece, bhe meglio dire tre, ovvero quello di prendere il classico (cime tempestose/ il ritratto di Dorian Gray/Lolita) e inserire una parte mancante, sostanzialmente poco prima della fine. L'esercizio era mantenere lo stile dell'autore completandolo con parole mie. Devo dire che non mi sono dispiaciuti i risultati. Ma forse perché amo quei libri? Non saprei...
Se vuoi posto un post con gli esercizi... 😊"

Il post è questo e i racconti son questi...

Cime tempestose

Il ritratto di Dorian Gray

Lolita (che non ho pubblicato per cui eccolo qua...)

LOLITA

Lo-li-ta... là dove il cuore batte e il pensiero s'infrange.
Lo-li-ta, ultimo mio pensiero che si scioglie e si infiamma in questo mio ultimo respiro terreno.
Io, Humbert Humbert o Arthur, o come più vi piace chiamarmi, adesso non importa più. Sento che la fine mi è vicina. Sento che le mie membra disfatte sono ormai lontane come il ricordo di una vita che a lungo non ho saputo vivere. In mezzo a questa vita tu, mia ninfetta che il sangue infetta, che il cuore brama, che l'anima lentamente uccide.
Tu che nemmeno il tempo ha saputo cancellare. Tu. Un musicale tu.
Buia è la stanza come la notte che non porta consiglio. Buia è la mia anima che si è nutrita di te, mia ninfetta, che ugual al ricordo mio primissimo non fosti mai. Come la mia Annabel non fosti mai anche se il tempo ti fu amico e potentissimo afrodisiaco fu il tuo corpo perfetto.
Ed eccoti qua, mia ninfetta. Vieni per veder le resta del tuo vecchio e malsano patrigno? O per ridere della mia morte come fosse una beatitudine che vale una vita non perdere?
Eccoti davanti a me come sei davvero.
Davanti a me vi è una ragazza sfatta, nulla a che vedere con la piccola e graziosa bionda ninfetta dodicenne. Dimostri molto di più della tua età, ma non sono le rughe, non sono i segni del tempo, ma semplicemente la conta delle avversità, la somma degli ostacoli che la vita ti ha imposto, prima fra tutti me, purtroppo.
Nonostante tu sia incinta fumi ripetutamente, mastichi il chewing-gum a bocca aperta. Il tuo rossetto è di un rosso volgare, spalmato a chiazze senza cura. I tuoi capelli sfibrati, le tue mani corrose dai lavori più umili.
Seduta scomposta sopra questa branda di prigione mi vieni a trovare.
Ti accolgo nell'unica stanza che compone la mia "casa".
Hai accettato questa ultima udienza, forse hai bisogno di soldi? Ma tu scrolli testa e mi sorridi. Di un sorriso stanco e slavato per i tuoi diciassette anni. Mi parli di te, mi parli della tua Dolores Haze, mi parli di quell’arcipelago di case basse coperte perennemente dalla neve che copre fintamente miseria, sporcizia e povertà. Là dove sei andata a vivere con quello che tu chiami marito. Stringi le braccia in cerca di calore. Hai freddo, mi dici che hai sempre freddo, e nulla riesce più a scaldarti.
Vorrei ripropormi, invece esordisco così al tuo lungo cinguettare sgarulo di sempre.
"Allora, Lolita, ne è passato di tempo"
"In Alaska è sempre inverno. L’Alaska gela le mani, e iberna il cuore e i ricordi" ripeti ad occhi bassi.
Esito e chiedo: "Ci pensi ancora a me?" Fremo per la risposta ma pare che il tempo si fermi dinanzi al tuo fumar di sigaretta.
Poi mi dici con voce piatta: "Penso che senza quei tredicimila dollari non mi sarei rifatta una vita. Mio marito fa il manovale e abbiamo sempre bisogno di soldi"
"Sai, io ti avevo dato quel denaro a patto che mi rivelassi il nome di Quilty per poi vendicarmi. L’uomo che era stato la causa della nostra separazione, di cui tu ti eri infatuata sin dai tempi in cui io e tua madre abbiamo avuto una relazione" dico timoroso.
Tu mi guardi senza cambiare espressione e rispondi: "Sapevo che volevi conoscere quel nome per ucciderlo, ma ripeto, io avevo maledettamente bisogno di soldi. E poi Quilty era un poco di buono, mi aveva illusa, ripeteva ogni volta che sarei diventata una star"
Rimango turbato… chiedo: "Ma non hai rimorsi?"
"Assolutamente no! Cosa c’entro io? Io ho solo pensato ai soldi, del resto non me ne frega niente e non mi sento responsabile"
Momento di silenzio fra noi...
"Sai, non ho molto da vivere senza di te" Lei non dubita delle mie parole ma dice lo stesso: "Non ho nulla di interessante da aggiungere alle tue parole. Ero semplicemente una dodicenne che si comportava da dodicenne. Dodici anni, capito? Tu un vecchio professore squallido e patetico, ossessionato dalle tue manie" Mi angoscia sentir parlare la mia Lolita così di me.
Eppure l’ho sempre saputo...
Continui cieca al mio sguardo triste dicendo: "Avevi una predilezione sensuale per le ragazze piuttosto giovani. Credo che nonostante la storia e l'epilogo non mi hai mai amato, mai capita, ma solo adorata come un idolo, una statuetta religiosa che corrispondeva esattamente alla tua fede. Eri malato, avevi un bisogno incessante di guardarmi…" Sbuffa mentre io taccio.
"Ne ho avuto sempre la sensazione, perfino nei momenti più intimi, tu rimanevi legato al suo feticcio ideale, alla ninfetta bambina che popolava i tuoi sogni, e vivevi i nostri rapporti con distacco, come se, invece di fare l’amore, ti masturbassi continuamente. Facevi l’amore con la tua ossessione, io ero solo la rappresentazione grafica, niente di più!"
Le lacrime ormai scorrono ed io sono ai suoi piedi, più pallido e morente che mai...
"Mi hai mai amato?" Ma già sapevo la risposta che avevi appostato fra i tuoi corrosi denti.
Chino la testa come stessi pregando... "No! Eri goffo, squallido, portavi abiti fuori moda, vecchi! E poi eri prigioniero della tua propria mente, non distinguevi il vero dal falso, le minacce reali da quelle suggerite dalla tua paranoia, in termini di possesso e gelosia"
"Mi hai mai odiato?" chiedo d'impulso sollevando lo sguardo sul tuo viso pungente.
"No, perché non ti ho mai amato. Nutrivo nei tuoi confronti una forte repulsione, ma ora non ti porto rancore, in fin dei conti mi hai spezzato la vita, non certo il cuore!"
Lei, giudicata l’emblema di un’adolescenza perversa. Mi guarda e scrolla la testa per l'ennesima volta. Forse prova pena. Forse la proverei anch'io per uno come me.
"Ero soltanto curiosa di sperimentare quel gioco pericoloso. Ma ti assicuro che a quel tempo non ero assolutamente cosciente di ciò che potevo scatenare, non ne conoscevo i contorni, tanto meno i risvolti sessuali. Del resto quando me ne sono accorta non ho esitato un attimo a liberarmi di quella presenza obbiettivamente morbosa, cioè tu"
Si ferma e mi fissa, come se stesse andando indietro nel tempo alla ricerca di qualche dettaglio.
Poi aggiunge gelida: "È indubbio che la considerazione di un uomo maturo, seppure squallido, mi stimolava a marcare atteggiamenti maliziosi che altri giudicavano soltanto infantili. Mi piaceva la parte della seduttrice che ammaliava per il gusto di farlo senza per altro arrivare ad alcuna conclusione"
"Ma tu non eri una sprovveduta ragazzina in balia degli eventi, Lo!" grido io.
Per un attimo perdo la pazienza e la testa mi scoppia.
Ma lei, gelida, mi fissa e poi risponde sicura di sé: "A volte la naturalezza porta morte e rovina. Tu t'incantavi nell'osservarmi, adoravi ogni piccolo dettaglio del mio aspetto e della mia persona fino al punto di celebrare tutti i miei difetti per il solo motivo che appartenevano a me"
Guardandola così da vicino, le dico che assomiglia a sua madre Charlotte.
Ma lei sputa per terra e mi guarda con disprezzo ed esclama: "Poverina! Ha sposato un uomo che amava sua figlia. Questo potrebbe spiegare tutto. Povera mamma! Solo in seguito si è accorta che era solo uno strumento per arrivare a me. Negli ultimi tempi era diventata nevrotica, quasi depressa, non accettava il passare degli anni e soprattutto non capiva come sua figlia, una bimbetta di dodici anni, potesse attirare a sé le attenzioni maniacali di un uomo maturo! Perché mai di fronte a te avrebbe potuto competere con me. Io ero l’oggetto di venerazione, io il desiderio sessuale in persona, io vergine e prostituta insieme. Tutto ciò che lei mai avrebbe potuto rappresentare negli occhi di quell'uomo perverso che eri tu"
Cerco le sue bianche mani ormai rovinate ma lei non me le fa toccare. Continua come se parlasse a sé stessa.
"Mia madre era morta e tu avevi ottenuto quello che avevi sempre desiderato. Ero tua, completamente tua, almeno fisicamente. Nonostante ciò ti comportavi da ossessionato, eri assillato dal terrore di perdermi. Corroso dalla gelosia, vedevi nemici dappertutto. Oggi saresti considerato soltanto un malato, affetto dalla malattia sfibrante della passione che ti rendeva succube di sé stesso, di me e dei tuoi sensi. Clare Quilty aveva il carisma dell’artista ed ha avuto terreno facile. Era semplicemente un genio dalle mille maschere, ma non me ne accorsi subito. Rappresentava per me il futuro, la voglia di arrivare, le luci della ribalta, il sogno di una ragazzina. Al tempo non potevo certo intuire che somigliasse in tutto e per tutto a te. Ma ha avuto il merito di farmi fuggire da te"
Smette per un attimo di masticare il chewing-gum.
Vai così, piccola ninfa, colpisci ancora con le tue parole taglienti questo povero vecchio.
“Humbert!”
Lei svanisce davanti a me ed io chiudo gli occhi incerto fin quando riaprendoli non la vedo...
Come allora... piccola Ninfa...
“…posso ancora parlarti da qui all'Alaska. Sii fedele al tuo Dick. Non lasciarti toccare dagli altri. Non parlare con gli sconosciuti. Spero che vorrai bene al tuo bambino. Spero che sarà un maschio. Spero che quel tuo marito ti tratti sempre bene, altrimenti il mio spettro si avventerà su di lui come fumo nero, come un gigante forsennato, e lo dilanierà nervo per nervo. E non commuoverti per la sorte di C.Q. Si doveva scegliere fra lui e H.H. e si doveva lasciar esistere H.H. per un altro paio di mesi almeno, in modo che egli potesse farti vivere nella coscienza delle generazioni successive. Penso agli uri e agli angeli, al segreto dei pigmenti duraturi, ai sonetti profetici, al rifugio dell’arte. E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita.” Questo lo scrissi io...
Ma tu sorridi e mi accarezzi il viso, senza repulsione, son sicuro, e mi dici cinguettando: "Sì, ma era troppo tardi. Quando ti sei accorto di amarmi come donna anziché come ninfetta, le nostre vite ormai erano sfatte e svanite. Non c’era più speranza. Vedevo la morte nei tuoi occhi per quell'ossessione che non avevi saputo consumare fino in fondo. Non si può recuperare quando gli eventi hanno ormai scavato una voragine"
"Posso dire che vengo sconfitto quando la mia perversione si trasforma in amore" dico.
"Dio mio! Troppo cinica come interpretazione. Tu eri soltanto una persona malata, Lolita o qualsiasi altra ragazzina non avrebbe cambiato la tua vita destinata comunque al fallimento"
Non sorridi più mentre lo dici e la tua mano è fredda come la morte...
"Avrei voluto diventare un’attrice, non ti nascondo che questo anonimato mi pesa. Giro tra la gente illudendomi che qualcuno possa riconoscere in me quella Lolita. Ma come vedi (mi indica il suo seno abbondante) poco è rimasto di quella ninfetta"
Sorrido per la prima volta e mi sfugge un "quindi ti son forse mancato?" Algida è la sua voce e trasparente mi appare la sua pelle.
"Mi manca la luce che mi davi. Mi mancano i sogni di quell'età, per cui non posso non pensare a Lolita quando mi rendo conto di essere rimasta una semplice e anonima Dolores"
Lo si dissolve nell'aria, ed io son sdraiato, contemplando la mia buia stanza, stanza in cui prima c'era il sole e adesso non c'è più.
Prima c'era Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente. Lo la mattina, ritta nel tuo metro e quarantasette con un calzino solo. Eri Lola in pantaloni. Eri Dolly a scuola. Eri Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia eri sempre Lolita. Adesso c'è solo una anonima Dolores.
Adesso sento freddo pure io. Il buio scende e mi afferra le gambe mentre il cuore cessa di battere per sempre. Non prima di un piccolo sussulto. Non prima di pronunciare quel mio amatissimo nome affinché mi accompagni nello sceol più profondo, sciogliendo fra le mie labbra vita, amore, passione, per la mia Lo-li-ta!
Amen e amen, signori e signore.

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