Le sette fasi del dolore

Aprii il mio dolore in due e vi  guardai dentro, assaggiai il suo sapore salato e chiudendo gli occhi vidi il suo gioco. Esso mi faceva paura ma dopo un po' lo riguardai vidi che qualcosa era cambiato. Mi sembrava di conoscere quel mostro. Di giorno in giorno lo spiai sempre un po' di più finché il mostro si ridisegnò sotto i miei occhi e scoprii che era il mio viso che piangeva. Non mi fece più paura ma provai pena, fu quello che mi permise di andare oltre, dall'altra parte, in quel luogo dove non è che non si piange più ma si sorride anche, ed io volevo sorridere, volevo un sorriso tutto per me da potermi regalare, un sorriso da mettere sulla quella mia immagine dell’anima desolata.

Quel mio primo giorno dove guardai in faccia il mio dolore era un giorno di molti anni fa, il dottor Malsa vedendomi piangere seduta nelle panchina del parco mentre aspettavo mio padre, mi disse: «Lo sai che le lacrime, sono fatte della stessa sostanza dei sogni?»

Si era seduto vicino a me, mi aveva guardata dolcemente e mi aveva dato il suo fazzoletto.
Io all’epoca aveva poco più che una ventina d’anni, soffrivo molto per la morte di madre e anche per l’assenza di mio padre.
Io al dottore non avevo risposto soffiandomi il naso sul quel suo fazzoletto bianco come la neve. Il dottore mi aveva lasciato fare.
Poi allora aveva continuato dicendo: «Pensa che le lacrime producono tutte quelle sostanze che il corpo ha bisogno per star bene, proprio quando ne abbiamo più necessità. Per questo piangere il “giusto” fa stare meglio».
«Non so più cosa significhi stare bene…» avevo mormorato io.
Allora mi aveva messo la mano nella spalle e aveva detto: «Stare bene significa anche solo sforzarsi di andare avanti, giorno dopo giorno, credere che tutto può essere. Vedi Charlotte tutto passa nella vita, cose belle e cose brutte. Allora tu puoi fare solo due cose quando senti che davanti a te c’è un baratro e non un sentiero di salvezza: puoi non arrenderti e non smettere di sperare che tutto può essere. Puoi chiedere aiuto, puoi pregare e farti sorreggere da Dio. Sai io cercai la mia personale salvezza dopo la morte di mio fratello nella sapienza umana, lessi una quantità di libri immane, saggi, filosofia, tutto e ancora più di tutto pur di trovare un antidoto che mi facesse sopravvivere a quel mio dolore straziante. Beh ragazza mia infine lo trovai nella bibbia attraverso essa che presi respiro e speranza.»
«Ah sì? E che le ha detto il suo Dio dottore, io sto male …»
Allora mi aveva abbracciata come un padre e accarezzandomi i capelli aveva lasciato che il suo battito del cuore mi tranquillizzasse.
«Mi ha detto che siamo fatti per sopravvivere anche a noi stessi. Che lui è con noi e dalla nostra parte ed è pronto a sorreggerci se noi saremo pronti a farci sorreggerci da lui. Mi ha parlato di una speranza, che un giorno asciugherà ogni lacrima e ogni dolore. Che un giorno se avremo fede rivedremo i nostri cari. Mi ha spiegato cos’è la morte e come non averne paura. C’è tanto da dire se vuoi un giorno di questi te ne parlerò»

Poi mi aveva guardato in modo intenso e lo sguardo sereno mentre parlava del suo Dio ma poi si era fatto ombroso e mi aveva toccato l’esile polso: «Da quand’è che non mangi? Lo stare bene passa anche attraverso una dieta alimentare equilibrata».
Io avevo distolto lo sguardo ansiosa, non volevo essere sgridata o giudicata.
«Se vuoi combattere devi cibarti Charly, forse pensi che solo così puoi sconfiggere i demoni dentro te, prendendo possesso delle tue più ovvie facoltà biologiche. Ma così non è. Tu così soccombi. Devi mangiare, bere, correre e ballare. Devi vivere Charly. Tua mamma ci teneva che lo facessi. Essa vive in te, in tutto quello che fai. Se ora ti arrendi muore un’altra volta.»
«Come passa il dolore?»
«Passa se smetti di combatterlo. Se diventi uno scoglio al suo passare. Passa con il tempo e la ragione. Non ci sono trucchi immediati per star meglio, ci dobbiamo dare solo tempo. Più dai importanza al dolore più esso diverrà importante per te. La tristezza è affascinate, ci avvolge, ci coccola, la odiamo è vero, scappiamo da essa, ma infondo non ci allontaniamo ma da lei perché sappiamo che infondo e in parte ce lo meritiamo e comunque rimane la nostra isola che non c’è perché son lì tutti i nostri ricordi più belli. Il mio mentore all’università un giorno mi disse dopo la morte di Gaetano: «Max, dimentica per prima le cose belle e vedrai che il dolore cesserà di essere un esigenza per la mente. Tuo fratello è in te non se ne allontanerà ma per ora è necessario che tu eviti di rievocarlo per averlo ancora con tete» Con questo non dico che devi dimenticare tutti i bei ricordi che ti legano a tua madre, dico solo che devi imparare a bloccare il meccanismo che ti porta a star male. Sono sette le fasi del dolore, le hanno analizzate e descritte in vari testi scientifici. Ma ti dirò l’ho fatto pure io a mio tempo, mi sono preso del tempo ed ho guardato il mio dolore come se fossi una terza persona a me stante».
Guardai il dottore tutt’occhi, allora non capivo bene cosa stesse cercando di dirmi, lo capii dopo. Con il tempo e la ragione, come aveva detto lui.
Ma non volevo che quella sua bella voce smettesse di parlarmi e lo pregai di continuare descrivendo le fasi.
Mi disse: «Te la faccio breve: Il dolore è un po’ come un’onda che ci affoga, e a noi sembra di non respirare, di morire. Ma proprio come un’onda esso arriva e poi si ritira. All’inizio velocemente ma poi con il tempo sempre meno, sempre meno, fino a divenire un ricordo.»
«Quali sono le altre fasi?» chiesi io.
«prima lo shock; poi la negazione, cioè quel meccanismo di difesa che ci porta a non volere credere a ciò che è accaduto; dopo la rabbia, il desiderio di ribellione; poi la negoziazione, la ricerca di spiegazioni e soluzioni; dopo ancora la depressione, cioè una resa; e infine l’accettazione seguita dalla speranza.»Mi aveva guardata attento, ed io avevo detto: «Continui la prego…».
Max allora aveva continuato dicendo: «Nello studio del dolore si sono evidenziati due processi dello svolgersi delle fasi, il sovrapponimento di una fase con un’altra o di una spirale che porta le fasi a svolgersi velocemente, anche in un minuto, in una sequenza di pensiero o per giorni, tutto dipende dalla persona e dal proprio dolore. Ognuno lo vive a modo proprio. Un po’ come tuo padre, che sta scappando dal dolore stesso. Ma non sa che questo gli prolungherà l’agonia finché non accetterà la perdita e la sofferenza. L’importante ragazza mia è stare ben attenti a quello che si fa durante le fasi. Rinunciare al cibo e fare atti di autolesionismo non aiutano il processo ma lo rallentano».
Mi aveva scoperto la parte superiore del braccio ed erano tutti lì i miei tagliuzzamenti della sera prima. Nell’incavo del mio gomito e nel mio polso. Piccoli segni, linee sottile assieme ad alcune cicatrici più grandi. Perché si sa che solo il sangue lava il disprezzo di sé. Quando la tua anima grida talmente forte che non puoi farla tacere solo con la musica, lo svago o qualsiasi stordimento possibile. Allora non rimane che spezzare il meccanismo facendo sentire dolore al corpo così che il cervello registra il dolore fisico e per un attimo si deconcentra su quello dell’anima, te la silenzia. Al momento era la mia droga preferita, dopo lo scrivere.
Ripresi a piangere, anche un po’ per vergogna.
«Non lo dirò a tuo padre, stai tranquilla, almeno non ora, ma voglio che reagisci Charly, se vuoi ti posso aiutare ma devi essere tu per prima a volerti aiutare.» Due occhi dolci mi avevano dato una pacca sulle ginocchia e poi si era alzato e mi aveva detto: «Charly anch’io ci sono passato con mio fratello, ti dico che ce la possiamo fare se ci crediamo, magari all’inizio meno che meno, solo un pochino ma poi sempre più».
Poi l’avevano chiamato ed era dovuto andare lasciandomi sulla panchina fra l’affascinato e il grato.

Rimuginai parecchio su quelle sue parole quella sera e i giorni avvenire e decisi darmi una possibilità, pregai Dio di darmi la forza di sorreggere il mio debole passo affinché fase dopo fase io raggiungessi la pace e perdonassi me, lui e perfino la mamma perché se ne era andata via. Un po’ alla volta la mia anima smise di tormentarmi e qualche volta vi assicuro, son sicura essa mi guarda e mi sorride davvero.

Tratto da Carlos (in riediting)



Le sette fasi dell’elaborazione del lutto



 
Nel 1969 la psichiatra svizzera Elisabeth Kübler Ross, considerata un dei massimi esperti delle implicazioni psicologiche della malattia e della morte, pubblicava il libro On death and dying. Il libro, uscito in Italia in varie edizioni con il titolo La morte e il morire, è considerato un classico della psicologia contemporanea. Non soltanto per le sue teorie sulla gestione emotiva del fine della vita e delle malattie personali, ma soprattutto per il modello proposto da Kübler Ross per l’elaborazione del lutto in genere. Davanti a ogni grande perdita e dolore, sosteneva la studiosa, le persone attraversano cinque fasi: prima lo shock; poi la negazione, cioè quel meccanismo di difesa che ci porta a non volere credere a ciò che è accaduto; dopo la rabbia, il desiderio di ribellione; poi la negoziazione, la ricerca di spiegazioni e soluzioni; dopo ancora la depressione, cioè una resa; e infine l’accettazione seguita dalla speranza.
Alcuni parlano di cinque fasi, anziché di sette, perché considerano shock e negazione un unico momento, e parlano solo di accettazione, senza includere la speranza. Il modello, originariamente pensato per descrivere la reazione dei malati terminali, è applicabile anche ad altre situazioni, come divorzi o la perdita di un lavoro. All’indomani delle elezioni americane Quartz suggerisce di applicarlo anche alla batosta – anche emotiva – che i liberal si sono presi dopo l’improvvisa vittoria di Trump. E ha pubblicato un grafico ispirato a un’edizione recente dell’opera, curata da Allan Kellehear.
La lezione di Kübler-Ross, ha spiegato a Quartz Dianne Gray, presidente della fondazione in onore della psichiatra Svizzera, è che «la sua ricerca ha dimostrato che la speranza è incorporata in ogni essere umano». La giornalista Sarah Slobin nota inoltre che il discorso con cui Hillary Clinton ha ammesso la sconfitta è proprio un’elaborazione del lutto: «So che questa sconfitta fa male, ma per favore non smettete di credere che valga la pena di combattere per ciò in cui credete».

Commenti

  1. Il dolore si cura con la ragione e con l'amore delle persone che ti stanno vicine. Il dolore si supera quando senti che tu sei importante per gli altri e non puoi piangerti addosso: è un egoismo, un lusso che non puoi permetterti.
    Ciao Anna.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. C'è una tempistica per tutto. Sì, la nostra mente aiuterebbe se gestita a risolvere il 90% dei nostri problemi.

      Elimina
  2. Non credo sia sempre e proprio così meccanico, anzi a volte avviene prima una fase e poi un'altra, altre non compaiono.
    Io, l'ultima volta, ho avuto prima rabbia, per dirti... :)

    Moz-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. No, il meccanisme è questo. Hai sentito la rabbia perché era il sentimento più forte ma questo non vuol dire che dentro te i precedenti non si sono svolti. Magari
      Si sono svolti sEMPLICEMentue più velocemente.

      Elimina
  3. Queste fasi le comprendi appieno solamente quando le vivi, solo allora e purtroppo è proprio così.
    sinforosa

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La forma piu grande e trasformare il dolore in esperienza... Solo così se esce sconfitti a metà.

      Elimina

Posta un commento