La vera storia dell'uomo scrivania

(con la partecipazione di Roverto Serri)
L'importanza di chiamarsi Matteo

Sono un uomo-scrivania, il copia incolla di milioni di uomini scrivania che per scelta o per obbligo hanno smesso i mortali costumi per vestire i panni più anonimi dell'uomo-scrivania. Ogni giorno faccio cose, ascolto persone, scambio persone per cose. Snocciolo grandi sciocchezze in compresse rivestite da grandi verità. Ho un completo economico e una camicia bianca e una cravatta a righe, una anonima scrivania senza foto di passato, presente o futuro.
Da tempo ho capito che le grandi città con i grandi uffici come il mio, le ha create il demonio per privarti della natura e del semplice contatto umano. Ho una vita perfettamente distillata, plastificata al punto giusto, quel non so che di vero fondato sul falso. O meglio, mia moglie è vera, respira e spende soldi come parla. È bella quanto basta per far rosicare i subalterni e non abbastanza per far gola ai miei superiori. Mia figlia no: è bella davvero. Ha quella bellezza dei boccioli in fiore, mi somiglia esteriormente ma non è per questo che dico che è splendida. Lei ama il suo papà, non l'uomo-scrivania o Matteo. Lei mi ama perché sono io. Ed io la amo profondamente. Ed è forse per lei e solo per lei che mi aggrappo a questa vita e vesto i panni dell'uomo-scrivania. Ogni giorno alla solita ora mi desto, non che abbia dormito davvero tutta la notte ma a quell'ora ho sonno davvero per cui come milioni di uomini-scrivania mi alzo sbadigliando, faccio colazione, mi doccio e metto il completo da battaglia.
Perché vedete, nella gerarchia delle cose, l'uomo-scrivania può sembrare che abbia sempre lo stesso completo, come topolino, ma in realtà esso cambia in base a con chi parla. Se parlerà con il capo, il completo splenderà di quella finta sartoria provinciale che non è cinese, badate, ma è di un'onesta sarta italiana: mia madre. Se parlerà con un subalterno mia madre diverrà Valentino all'occorrenza. Allora cosa fa di me un uomo sopraffino? I dettagli. Sì, L'uomo-scrivania in carriera sa che i dettagli sono il sale della vita. E quindi sapientemente venderà un rene per un paio di scarpe, una borsa portadocumenti e un Rolex d'ordinanza. Sui dettagli non si scherza, non si va al mercato o peggio dai cinesi, si va in boutique. Sono i dettagli e il buon gusto a fare carriera. Questo è un sentito e sano senso di bastardaggine intima e istintiva, costruita e affinata nell'arco del tempo. Sto dunque al mio posto: negli anni che furono lo avrei definito il mio quartier generale, ma non oggi, che a motivo del mio ieri ho chiamato la mia poltrona di pelle nera la cuccia del cane. Ovvio una cuccia ambitissima e stramaledettamente meritata, cuccia per cui milioni di colletti bianchi come me farebbero carte false. Io per la mia cuccia ho dato la mia anima, in cambio lei mi ha regalato rispettabilità. Da quella cuccia ho intrepidamente atteso la nascita della cucciola. Ho visto arrivare e andarsene la donna che in un mondo migliore sarebbe stata l'amore della mia vita. Ho sognato dunque dalla mia cuccia, fatto voli pindarici che Icaro fatti più in là. Ma ho sofferto anche. Dalla mia cuccia ho capito di essere arrivato fin dove potevo arrivare, ho attraversato la linea di confine del punto di non ritorno e ho scelto e scelgo ogni giorno fra i miei due mondi paralleli: quello dell'uomo-scrivania e quello di Matteo, che non è il mio nome, ma ha tutta la sua importanza di esistere. Grazie ad esso io vivo e sopporto la realtà che mi è dinanzi. Grazie ad esso, io posso aspirare a una cuccia migliore, quella del gran capo. Quella per cui ho sacrificato l'anima, sdrucito la vita. Grazie a Matteo io posso dire no alla vera felicità che nonostante tutto bramo e merito; ad una felicità diversa, a me non consentita, che manderebbe in frantumi tutto il mio essere un uomo-scrivania. Ma voglio fare un passo indietro ed uno avanti, e vi narrerò la mia vita partendo dalla base, quand'ero il giovane golden boy di casa mia, per poi divenire lo splendido uomo-scrivania che un giorno decise di divenire Matteo.
Sin da piccolo sono stato considerato come un tipo “estroverso”... sulla pagella di seconda elementare ricordo ancora una frase scritta dalla maestra Luini: “Bambino intraprendente, audace”.
Ricordo ancora, come a sette anni avessi messo in piedi un circolo ricreativo, un mio fun-club... va beh, diciamo che rimaneva circoscritto al mio quartiere di via Carlo D'Azeglio. Un plotoncino di associati, che con una quota base di caramelle e figurine aveva la possibilità di accedere con un po' di sconto al mio mercatino. Lo Sguercio di nome e di fatto, fu lui che per un po’ mi foraggiò la mercanzia. Poi qualcuno la ebbe a male e optai per la cantina dei miei nonni, più vicina e redditizia. “Sulla Strada” l'ho scoperto a sedici anni: me l'aveva consigliato un aficionados di biblioteca assieme a “Il Pasto Nudo” di Burroughs e “Viaggio al termine della notte” di Céline. Adoro Céline, quel libro, tutta la sofferenza che ha nelle viscere, tutta la franchezza, l'onestà. In quel periodo ebbi a che fare anche con Miller. I due Tropici sono inarrivabili. Degradazione interiore, marciume, e apoteosi letteraria. Pagine che sviluppano poesia e passione senza eguali. Midollo e sangue. Selvaggia padronanza dialettica e onnipotenza linguistica. Ho sempre amato leggere cose forti. All'università mi ha sempre impressionato la bacheca posta all'ingresso. Carica di strappi multicolori, per compagnie teatrali, spettacoli folk, riviste new age, corsi di chitarra.
La bacheca portava le inserzioni più disparate: da chi cercava una condivisione di stanza a chi si offriva per lezioni di matematica applicata alle funzioni Gaussiane. Incontri di ramino. Oppure chi vendeva libri mai usati!!
Un altro posto in università che mi tirava scemo era la biblioteca. Io la chiamavo la stanza dei pesci. Quando entravi là dentro al minimo rumore che facevi tutti si voltavano, facendoti sentire un vero idiota.
Una volta laureato trovai posto in una multinazionale, e come un bravo soldatino faccio gamba tesa per far cadere altri e tengo la testa china per entrare nelle simpatie di tutti. Avevo intuito e mi piaceva il mio lavoro.
Ero abbastanza bello da far innamorare chiunque, sebbene non abbia mai capito il perché. Conobbi mia moglie Diana al momento giusto di una splendida carriera in ascesa.
Diana si presentò ufficio una mattina cercando i moduli. Appena la vidi mi piacque. Non so spiegare, ma forse c’era qualcosa nel suo modo di parlare, di muovere le labbra… come si vestiva.
Un tempo Diana scriveva. Prima che la frequentassi, prima di sposarla, aveva provato a pubblicare una raccolta di poesie. Segreti da adolescente, paure e passioni. Un po' più grande, si era accostata all'arte figurativa, con i pastelli prima, poi le tempere, infine la sua scelta prese la via dell'acquerello.
Ricordo ancora quel dopocena, sfiorando le sue dita, mettendo il suo palmo sopra a quello mio, giocando, facendolo combaciare, riuscendoci, pur che le nostre mani fossero discordi. Diana mi confessò di essere incinta. Non so bene, ma ricordo di non aver mai provato nulla di più forte dopo quell'istante. Rimasi in silenzio: ricordo che non riuscivo a smettere di baciarla. Lei ricambiava i miei baci come avesse sete, sete di quell'amore compiuto, maturo e sazio di una vita insieme. E che la nascita di un figlio univa ancora di più. Per sempre. Ma niente è per sempre, o almeno niente rimane uguale per come vorremmo noi. Tutto cambia, si dilata in un verso o in un altro. Neanche Diana rimase se stessa, lasciando che la quotidianità le consumasse i contorni, tanto da mettere in risalto una figura a se stante. Rigida e patinata. La moglie perfetta di un golden boy. Così da ritrovarmi demotivato, con un davanti un lungo cammino ed essere privo di forze. La mia mente cominciò a vedere così la realtà: destrutturata, senza valenze, né principi, non più come prima ma in cerca di qualcosa che mi salvasse da essa, da me stesso. La realtà mi stava corrodendo: io non facevo altro che sfuggirle, con il solo risultato che permettevo agli altri di banchettare con le mie carni, con la mia anima. Era una sfida questo dazio di vita. La mia testa, ogni giorno depositata sulla scrivania del capo, e le mie chiappe ben poggiate sulla mia cuccia da cane. Cuccia che ogni giorno diventava sempre più possessiva e avida di vita. Con l'avvento dei social entrai in un flusso nuovo e rilassante. In un circuito dove la mia anima respirava aria nuova e le mie mani rattrappite dallo schiacciare tasti e stringere mani presero più forma e la mia esistenza da golden boy mi sembrò già più leggera.
Con ingenuità non utilizzai nickname e mi cimentai nelle prime interazioni. Feci le prime amicizie e mi sconvolse non poco scoprire il lato osceno di molte donne sul web. Giuro che a ogni frase sconcia mi vergognavo e con altrettanta vergogna arrossivo. Poi la vergogna spariva inghiottita da un'altra frase oscena. Quei gesti, all'apparenza sacrileghi, divennero un'onda di vitalità, di adrenalina. E a motivo anche dell'insonnia questo gioco al massacro mutò in dipendenza. Ovviamente non cercavo la donna della mia vita là dentro. L'avevo già, ed era alta un metro e un tappo, e quando sorrideva ci passava l'autostrada in quella schiera di dentini mancanti. La mia cucciola era la donna della mia vita. La mia Marty era la mia vera bussola della felicità. Sebbene come padre non fossi preparato e il vederla crescere così velocemente mettesse pepe alle mie membra che si sentivano già vecchie. Lei esercitava un effetto equilibrante ed io per il bene suo volevo ancora essere ciò che una vita fa avevo scelto di essere: un uomo di successo. Man mano però che passavano i mesi, mi resi conto che la mia vita social pubblica non poteva coesistere con quella intima. Quindi i miei demoni interiori fecero un patto e colpirono piano piano incuneandosi in anfratti a me oscuri ma presenti. Così che ero sempre lo splendido uomo di sempre, almeno al dire di altri, ma in verità dentro me si fece strada uno strano essere di nome Matteo. Il mio pseudonimo era un altro, ma alla fine nella rete dovetti darmi anche un nome, un'età, un lavoro. Un'altra identità. Ma poi successe quel che non ti aspetti, perché non si programma nulla, né circostanze né incontri... Del futuro si sa non vi è certezza. Così conobbi una ragazza del sud.
Persi peso e iniziai ad avere disordini alimentari, nel senso che non accettavo più il disgregarsi del tempo. Dovevo fare. Non mangiavo e non dormivo e lentamente Matteo entrava nelle mie vene. La mia pelle diveniva la sua e il suo modo di vivere il mio. Ma ogni sogno ha i suoi contrordini speciali ed io, sebbene fossi divenuto già da un po' Matteo e nei panni di Matteo avessi trovato stabilità, conobbi la mia cura e la mia nuova malattia, tutto dentro un aristocratico musetto.
La conobbi seduto nella mia cuccia del cane. Più precisamente in corridoio dove vidi i più dimessi e splendidi opali che avessi mai visto. Una cosetta scialba, dimessa per l'appunto, insignificante e tremendamente sexy sotto quei panni da operaia qualunque. Se io ero un uomo-scrivania, un timbratore di sigle e stupidaggini, lei era un dispensatore di consigli e cattiverie. Una piccola nana da giardino che sotto un tenero sorriso nascondeva un ninja da combattimento pronto ad ucciderti.
Se la vedevi ti faceva tenerezza e simpatia, ma aveva una mancanza totale di parametri e se le davi amicizia, cosa che ti veniva naturale, poi lei la pretendeva davvero, ovunque. Ma sparisci!!! Mi veniva da gridarle, anche se poi in fondo la avrei voluta sempre nella mia vita. Se non al centro, perché non potevo, almeno di fianco, così che lei potesse consolarmi quando ero stanco.
Ho capito già che state pensando: che sono un capitalista snob e narciso. Sì forse è vero. Ma il mio lavoro consiste anche in questo: cercare di portare la gente ad essere affascinata da me per poi spingerla a fidarsi, così che io capitalizzi onestamente i loro beni. Se lei mi mostrava affetto, io dentro ne gioivo ma dal di fuori mi creava problemi, tanti problemi. La mia città è fatta di gente invidiosa e squallida e quel bocciolo che è lei, mica lo potevano amare come me: lo vorrebbero sottomesso e poi annullato. Per la verità un certa sottomissione l'avrei gradita pure io, anzi bramata sotto ogni aspetto. No, gente no, non potevo. Via quegli sguardi tristi che già ci basta il mio. Lei rovinava tutto. Voi non sapete cosa vuol dire cadere di nuovo nel vuoto perché la tua vita non ti piace più. Io ero un padre e un marito. Avrei deluso mio padre e poi cosa sarebbe successo? Sarei divenuto invisibile anche per lei come era successo con Diana? Se io le davo corda, sapevo che mi sarei impiccato. A modo mio ci provai e finii al tappeto. Non direttamente ci provai, diciamo che mi accostai indirettamente, così da poter meglio fuggire. Ma a fuggire fu lei e mi rimase in bocca il gusto amaro delle parole giuste dette al momento sbagliato e dalla persona sbagliata, qual ero io. Una bozza della persona che era imprigionata dentro una calotta di marmo integro. Manca ancora, ma l'uomo-scrivania l'ha vista fallire e non l'ha potuta soccorrere, e anche se Matteo la cerca ancora nel web (non Matteo precisamente, Matteo deve proteggere se stesso da quell'essere fatto di speranza e amore che se dovesse trovarla porrebbe fine alla mia carriera e all'esistenza stessa di Matteo). Ma sebbene tutto gli sia contro, esso la cerca ancora nel deserto della mia vita. Ed eccoci qua: un altro giorno è finito, un giorno qualunque di una vita qualunque.
Il qualunquismo mi assale come un’onda che al suo passare mi lascia pieno di quella sostanza mista di terra e fatta di cose che vorrei fossero accadute. Mi guardo allo specchio dell'entrata. La casa tace, anch'essa oramai mi odia, lo sento. Eppure sono io il padrone. Faccio una doccia. Poi passo più di un'ora ad ascoltare un programma jazz alla radio. Una session live di Duke Ellington registrata nel '44 all'Hurricane di Broadway. Diana mi chiama per la cena e il sorriso birichino della mia Marty mi induce a sedermi accanto e a sorridere di quel che racconta. Questo, mentre Diana medita su altre cose e altri pianeti. Ed è meglio così.
Sono sul divano, ma la la TV è spenta. Marty è andata a letto e Diana si è rinchiusa in camera. Un punto rosso cerchia l'ardere del tabacco. Tiro un paio di boccate. Penso per un momento a quello che farò il giorno dopo a lavoro. Chiudere la pratica per il marchio tedesco resta un obbligo. Tutto questo mi annichilisce. Ultimo la sigaretta tra le dita, poi accendo l'ipad e saluto Matteo. Matteo ricambia il saluto e tutto ad un tratto non sono più nella mia poltrona, ma dentro l'ipad e conduco la mia anima lontano, molto lontano e insensibile al fatto che non saprò più tornare indietro e consapevole del fatto che non m'interessa più farlo. Sono un uomo-scrivania, sono Matteo, questa è la mia storia.

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