psicopativi fissi

26 feb 2018

Il divin palazzo (Vuolsi così colà dove si puote)

Spiegone: Vuolsi così colà dove si puote è una celebre espressione mutuata dalla Divina Commediadi Dante Alighieri. La pronuncia Virgilio, guida di Dante nel viaggio nell'aldilà, per quietare gli spiriti infernali che protestano al passaggio dei due visitatori, in particolar modo contro Dante stesso che è persona vivente; l'accettazione da parte dei diavoli del passaggio dei due visitatori dopo la formulazione. indica anche la loro sottomissione alla legge divina, di cui sono anch'essi esecutori. La perifrasi colà dove si puote ciò che si vuoleindica il Paradiso, dove si trovano coloro che vogliono il viaggio di Dante. Il significato in prosa è più o meno "Questa è la volontà di chi detiene il potere, non chiedere altro" (si vuol così là, dove si può). Nel linguaggio comune l'espressione viene usata per indicare (anche in maniera sarcastica) la volontà di qualcuno che non può essere messa in discussione, cioè l'ordine di un superiore che ha il potere ultimo di decisione, contro il quale ogni lamentela è inutile, sottintendendo quindi a una gerarchiainoppugnabile. Il "colà" inteso come luogo dove si decide, assomiglia per analogia a quello dell'espressione della cosiddetta "stanza dei bottoni". Sul piano filosofico, a cui fa da sostrato la concezione tomistica di Tommaso d'Aquino, indica l'immediatezza con la quale in Dio si identificano la Volontà e la Potenza, e dunque l'assoluta libertà con cui l'Onnipotente attua i suoi propositi: Dio può ciò che vuole, a differenza dell'agire dell'uomo che invece ha bisogno di esplicare nel tempo la realizzazione dei suoi fini, servendosi di qualcosa di diverso da questi, cioè di strumenti intermedi, attuando qualcosa in vista di altro.



Ora, invece immaginate me medesima, che nel mezzo del cammin di mia vita
Mi ritrovai per una selva oscura, e
deviata ora era la via…
In questo strano palazzo che mi trovai dinanzi…



Significa il mio traghettare (a lavoro) nell'inferno per giungere al paradiso. Dio detiene potere e volere e guida me in mezzo al girone dell'inferno.
Quindi la spiegazione della frase di questa mattina di Dante si trova in questo libro!!
In (creazione). 😂.


Vi do dei brevi estratti:



Qualcosa di me

Ok. Nel cammino di mia vita mi trovai a dover scegliere ma qualunque fosse la mia scelta, la vita sceglieva per me.

Volevo fare la mamma e la casalinga e mi ritrovai ad aprire una ditta di pulizie. Volevo dirigerla. Mi ritrovai a fare la direttrice di un caseggiato. Volevo la casa. La persi. Che cos’ho sbagliato in tutto questo? Ho sposato il mio ex marito. L’unica gioia che mi diede fu la mia bambina, ora già grande, colonna portante del mio equilibrio. Ma non mi persi d’animo e giorno dopo giorno mi si aprì un mondo del tutto diverso da quello cui ero abituata. Li volete conoscere i miei compagni di viaggio? Siete proprio sicuri? Allora rimanete con me. Entrate dal cancello e fatevi condurre nel bizzarro mondo del palazzo n. 1.

Donna Assunta & Satanuzzo (La Sacra Triade)

Donna Assunta e don Satanuzzo sono la coppia più giovane del caseggiato, ma inverosimilmente la più arretrata. Lei è una donnina rotonda, capelli corti e biondicci, un limone per intenderci, con le tette basse e la pancia come un’anguria. Lui è ben messo, ma gran parte del corpo è tatuata o è scorticata dall’orticaria undici mesi l’anno. Il suo vero nome è Santuzzo ma dopo che trovai libri satanici vicino al cassonetto della carta, recanti il suo nome e cognome, per me fu sempre e solo don Satanuzzo. Qualche giorno dopo lo vidi scendere con la macchina nel garage con la musica metal a palla. Poi ci fu silenzio e parcheggiò. Si sentì una risata satanica a tutto volume amplificata dal silenzio dei garage. Dopo qualche secondo spense la musica metal e tutto soddisfatto chiuse il garage e salì in casa. Io ero nel bagnetto e vi posso dire che mi passò la stitichezza. Dentro di me confermai il soprannome: Satanuzzo. Sì, Satanuzzo il pazzo!...
(continua)


Gigin e Nineta (Cicì e Cocò)

Lui Gigin e lei Nineta, lei a sentenziare la qualunque e lui dietro a fare finta di ascoltarla. Sempre gli stessi, due pinguini monocromi che percorrono sempre il solito tragitto. Dove c’è Cicì c’è sempre Cocò. Insieme per la vita, due corpi e una sola anima, quella di lei con il portafoglio di lui. Devo dire che anche fisicamente si somigliano e si appartengono come il pane e la nutella; quelle rare volte che li ho visti separati sembravano quasi dispersi e impauriti, ma questa è solo una mia impressione. Lei ha un carattere forte ma allo stesso tempo sensibile e vive nel motto: “Io posso, quindi voglio, ergo ottengo!”. Ma è anche fragile. Ha i capelli stile casco di un colore arancio smorto e porta sempre la stessa piega; credo che se dovesse piovere non si bagnerebbe neppure, talmente sono cotonati. Penso che abbia litigato fin da piccola con lo stile a fantasia o geometrico, perché l’ho sempre vista con maglie a tinta unita e pantaloni neri. Le scarpe e la borsa ogni tanto vanno per conto loro; anche se lei indossa tutto come se portasse lo scettro e la corona. Sì, la regina del vapore. A lui invece basta fare le sue battutine, che capisci che sono di spirito solo quando lo vedi ridere; allora lei lo asseconda e ridacchia facendo una specie di risatina predefinita. In fondo non lo ascolta quasi mai, ma questo lui non lo ha ancora capito. Anche lui ha un vestiario standard: berretto e camicia per l’estate, coppola e cappotto per l’inverno. Lui non si fa problemi con i colori perché mette sempre gli stessi. Certe volte penso che abbia cento vestiti tutti uguali come Topolino e che a noi appaiano sempre gli stessi anche se sono diversi. Pare che gli piaccia leggere manoscritti antichi, anche se in fondo tutta questa sapienza se la tiene per sé. Lui è molto mammone. Perché dico questo? Be’, a quanto mi raccontò una loro amica di famiglia, la mamma di lui era ligia nel suo ruolo; infatti fino all’età di quindici anni gli faceva il bagno. Ogni sera. Non state subito a pensar male, lo faceva senza nessuna smania e poi ci teneva che il suo bambino fosse sempre pulito. Sennonché un giorno, quando erano al ristorante, lui uscì dal bagno rosso e sudato, si sedette, mise le mani sulle gambe e tacque. La mamma sul momento lo ignorò continuando a parlare, ma lui dopo un po’ sbottò: «Mamma. Voglio andare a casa, non mi sento bene.» La mamma lo guardò, gli chiese che cosa avesse e lui sviò il discorso diventando sempre più rosso. Allora, dopo un’infinità di domande, il padre interruppe entrambi e decise di rimanere un’altra mezz’oretta perché erano quasi al dolce. Ma lui si girò arrabbiato verso il padre e gridò: «Ma io sono malato. Non posso stare qui con voi!» Il padre, non abituato a questo modo aggressivo, lo fissò sorpreso e per ben cinque minuti lo valutò come si giudica un frutto maturo. La madre aprì la bocca per difendere il figlio ma il padre la zittì: «Non hai niente, piantala con 'ste fantasie.» Allora lui partì in quarta. «Sì che ho qualcosa… ho un pelo.» I genitori trasecolarono ma non dissero niente, tranne l’amica di famiglia che aveva domandato maliziosa: «E dove?» Lui la guardò fiero di sé. «Nel pipino.» L’amica chiese perplessa: «Nel pipino? E sarebbe?» Il padre si alzò e ormai allo sbando gridò: «Il conto!» La cameriera fu mandata via in malo modo dalla madre, l’amica aveva mal di pancia dal ridere e il padre… be’, il padre pensava che all’età del figlio scopriva la sua prima sigaretta mentre il figlio scopriva il suo primo pelo sul pipino. Ma poi perché chiamarlo pipino?... (continua)




Oh pover Fiè (tre capezzoli)


Oh pover Fiè… perché lo chiamo così?
Essere il figlio della babbiona era già un motivo, poi se ci aggiungiamo che mangiava sempre risotto e non ha mai capito perché, se ne potrebbe avere un’idea. Ma non basta… c’è dell’altro… un terzo altro particolare… che i medici chiamerebbero… terzo capezzolo!
Sì, aveva tre capezzoli e non si poteva operare in quanto era altamente intollerante all’anestesia ed era pure allergico al dolore, il suo tasso del dolore è proporzionato ai suoi capelli ergo zero!
Questo particolare era fonte di stress mentale e gli aveva procurato molte ma molte pene.
Era un tipo alto e magro come un traliccio della luce ma fra tutti era il più umano, poi era sempre di buon umore, ti sorrideva e ti salutava con la sua ossuta manina, facendo le sue battute sincere e spontanee, non aveva preso dalla madre questo era certo.
Sua moglie era anch’ella simpatica, solo che era leggera come una carta velina, lei parlava e volteggiava nella sua dimensione, finché si parlava del fatuo ella rispondeva correttamente, ma poi quando si entra nel leggermente “pesante”, s’inceppava come un pc impallato, e tu la vedevi che dopo un paio di tentennamenti, si spegneva, si riavviava, ti salutava e via che andava.
Fu lei comunque a raccontarmi del terzo capezzolo, mi fece morire con la sua vocetta nasale che partiva lenta nel "oh"poi schizzava di due ottave sul "pover", fino a morire in un soffio sul "Fiè".
In italiano significava: oh povero ragazzo, lei lo diceva spessissimo, ormai per lei era un intercalare solo che se parlava del marito aveva un suo perché se lo diceva per altri diventava fastidioso.
C’è chi chiama il marito trottolino, chi pucci, lei no: pover Fiè! Ma lui a modo suo si vendicava, infatti, chiamava lei: Fracchia. Il vero nome è Francisca, ma lui diceva che quando pensava a lei, gli veniva di chiamarla Fracchia. La mia Fracchia qui, La mia Fracchia là, e lei rideva, beata lei!
C’è da dire che si amavano davvero, e in quella gabbia di matti non era poco.
Il loro fidanzamento, sempre per confessione di lei, aveva avuto molti alti e bassi e una rottura seria, dovuta alla madre di lui e alla confessione del terzo capezzolo.
Lei mi disse che una sera il figlio andò dalla madre e disse con voce sicura: «Mamma stasera non so se rientro, voglio fare la proposta a Francisca, ho qui l’anello, fammi gli auguri mamma!».
Aprì le braccia ma la mamma lo guardò paralizzata, le cadde perfino la rivista, allora il figlio la scrollo e lei in un gesto repentino, gli prese il braccio ed esclamò:
«Noo! Non puoi! Io non posso permetterlo.»
«Perché?» chiese il figlio perplesso e agitato.
La madre rispose scrollando le antennine dei capelli.
«Perché tu sei fatto di perché, è ancora presto! Troppo presto! E poi tu sei gay!»
«Io cosa?» Ormai il pover Fiè aveva gli occhi fuori dalle orbite, le vene del collo era tutte viola.
«Sì!» disse riprendendo fiato la Babbiona e tenendo fermo il figlio esclamò:
«Sei gay, tu non lo sai ma lo sei!»
«Mamma!» urlò lui per la prima volta sconvolto e aggiunse: «Uno lo sa se è gay! Dimmi che non ti piace Fracch… cioè Francisca ma io la sposo lo stesso!»
«Ma lei lo sa che sei vergine? Lo sa della tua terza dote?» continuo la madre accarezzandogli il braccio ma lui si svincolò e disse: «Stasera gliene parlerò! Sta tranquilla!».
Allora lei si parò davanti alla porta e abbraccia conserte, la vestaglia tutta storta e un bigodino che pendeva di lato e sibilò: «Eh no! Io sono vedova da poco e poi tu non puoi spezzare il cuore di Pietruzzo, il figlio del bancario! Lui ti ama! L’ha confessato a me! Vi mettete assieme, e lui ha detto che ci porta sul lago di Como a vivere! Non vuoi che la tua mamma viva gli ultimi giorni in un bel posto devo morire qui?!».
Occhi a palla puntati, piedi saldi per terra, sembrava perfino più alta, il povero figliolo chinò la testa e disse: «Mamma io non sono gay! Come potrei?».
«Come ho fatto io! Fingi!»
«Ma tu non amavi papà?»
«Certo! Ma tu poi l’amerai con il tempo, come me!»
Si fissarono sfidandosi con lo sguardo ma poi lui con una forza che nasceva da dentro disse: «Vado da Francisca! Mamma oggi vedo che deliri.»
La spinse e usci con la babbiona che gridava: «Mi ucciderai così lei non è come credi, lei non è vergine! Chiediglielo! Vedrai invece Pietruzzo è dolce e come tu vuoi…». Le parole gli morirono in gola quando lui scese le scale correndo.
"Questo era troppo rubarle il figlio così e distruggerle la vita, doveva agire, agire, agire!"penso scuotendo la testa e mescolando il risotto sul fuoco. (Continua)






























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Ma alla fine si è ciò che la vita t'insegna ad essere.”

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