psicopativi fissi

9 gen 2018

Ferdinando Catalano #articoli #intervista #antieviluzuonismo

Tutti i libri d Ferdinandoi Catalano pubblicati

Una seconda persona che ho avuto il piacere di conoscere è il professore Ferdinando Catalano. Fisico e professore nonché scrittori di vari libri.

Intervista a Ferdinando Catalano su Radio Globe One

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Noi sappiamo tutto (?)

E’ appena uscito nelle librerie (Marzo 2013) il saggio scritto a due mani da Paolo Flores D’Arcais e Vito Mancuso “Il caso o la speranza? Un dibattito senza diplomazia“.
Vito Mancuso è un noto teologo cattolico che già in precedenti pubblicazioni ha difeso le ragioni dei credenti, Flores D’Arcais è invece un filosofo, esponente di spicco del fondamentalismo ateo in Italia. Coerentemente con il sottotitolo del libro, i due intellettuali affrontano senza diplomazia la madre di tutte le questioni: l’esistenza di Dio.
Sono rimasto basito leggendo alcune dichiarazioni di Flores d’Arcais che riporto integralmente dal testo insieme al mio personale commento
  1. (pag. 27) “Per quanto riguarda Dio , allora. Noi sappiamo tutto (il corsivo è mio). Dal primo istante , o meglio dall’istante immediatamente successivo al Bing Bang , fino alla comparsa di Homo sapiens e alla sua avventura che anche tu e io stiamo ora vivendo: ciò che è avvenuto con il Big Bang , le galassie , il sistema solare, la nascita della vita ( il corsivo è mio) , l’evoluzione dai procarioti ai mammiferi , fino alla <<scimmia nuda>> che tutti noi siamo , contraddistinta dalla neocorteccia e dal cammino eretto , è spiegato dal sapere scientifico. Ignoto rimane ancora solo quel frammento di frammento di istante , un secondo alla meno 33, che è talmente infinitesimo che in realtà non riusciamo neppure a pensarlo , a immaginarlo. Che prima o poi la scienza ci sveli cosa è esattamente accaduto in quell’attimo talmente impalpabile che lo possiamo chiamare attimo-zero , nulla toglie al fatto che comunque l’intero svolgimento del cosmo e della storia del pianeta Terra è stato indagato e spiegato prescindendo da Dio . Insomma, come rispose il grande astronomo Laplace a Napoleone, Dio è un’ipotesi superflua….]
Commento di Ferdinando Catalano :
Ho sempre pubblicamente sostenuto, in tempi non sospetti, la sterilità di certi argomenti cari agli evoluzionisti sulla divisione dei saperi e delle competenze accademiche. Secondo loro io non avrei titolo a parlare di evoluzione perché non sono un biologo .Non voglio qui rinnovare la polemica a volte stucchevole, dirò semplicemente che un filosofo come Flores D’Arcais può parlare di tutto anche di cosmologia e biologia, ciò che si richiede è che le sue argomentazioni siano documentate, documentabili e verificabili.
Orbene, quando scrive che “ noi sappiamo tutto “ Flores D’Arcais si genuflette con pia devozione davanti all’altare dello scientismo, uno dei falsi miti del XX secolo, secondo cui la scienza è in grado di cogliere e spiegare ogni aspetto della realtà. Vorrei ricordare al prof. Flores che proprio da quell’altare uno dei suoi sacerdoti (Heisenberg) ha enunciato nel 1927 il principio di indeterminazione che sancisce un limite invalicabile alla conoscenza scientifica e non già per l’incapacità attuale (ma non futura secondo Flores ) della mente umana, ma per un’impossibilità intrinseca alla natura stessa dei fenomeni, in re ipsa, che stabilisce nei processi di misura il confine oltre il quale non ci si può spingere ora e per sempre. Se fosse ancora vivo Laplace, il padre del determinismo, non ci dormirebbe la notte per il dispiacere.
Dunque “noi sappiamo tutto“ scrive Flores D’arcais anzi no, ci manca la conoscenza di cosa sia successo in quell’intervallo di tempo che va dall’istante zero fino a 10 alla meno 33 secondi, un’inezia temporale, e che comunque, lascia intendere Flores, prima o poi gli scienziati riusciranno a penetrare. Colgo in quest’affermazione non solo una presunzione di onniscienza ma anche mancanza di approfondimento: certo, rispetto ai 14,3 miliardi di anni circa ( età cosmologica stimata dell’Universo fisico) l’intervallo di 10 alla meno 33 sec. è davvero come un battito di ciglia ma la questione è decisamente diversa : non si tratta, per fare un esempio, dell’ultimo millimetro di uno stesso filo di cotone lungo centomila kilometri, in perfetta continuità con la natura e la sostanza della parte “ rimanente”. Assolutamente no. Oltre il cosiddetto “Muro di Planck“ ci è preclusa ogni possibilità di conoscere cosa sia accaduto, perché al di là di quel muro tutte le leggi di natura cessano di essere valide , la nostra fisica non esiste più. Affermare come fa Flores D’Arcais che “prima o poi sapremo cosa è accaduto“ significa disconoscere l’esistenza di questo limite invalicabile , un po’ come affermare che prima o poi i matematici riusciranno a risolvere un sistema in cui il numero delle incognite sia maggiore del numero delle equazioni. Ma non basta. E’ proprio in quell’intervallo di tempo la cui storia inconoscibile è in totale discontinuità con la successiva, che vengono fissati i valori delle costanti fondamentali dell’Universo, valori raffinatissimi dai quali dipende l’intera storia del Cosmo e dell’umanità ,compreso me che vi scrivo. In breve, l’Universo è così com’è e non altro, proprio in virtù di quei valori raffinatissimi. Cambiatene uno anche solo nella quarta o quinta cifra decimale e non saremmo qui a parlarne. E allora : se il cosmo che ci circonda (e di cui facciamo parte) ha un senso, è perché contiene in sé, sin dall’origine, un’informazione incredibilmente complessa, un’essenza non fisica che lo elabora, lo orienta, lo realizza.
  1. All’interno di quel “ noi sappiamo tutto “ il prof. Flores D’Arcais ci mette dentro anche la nascita della vita.
Commento di Ferdinando Catalano :
Ma davvero il prof. Flores D’Arcais è in grado di spiegarci l’origine della vita? Davvero la biologia del XXI secolo sarebbe venuta a capo del mistero dei misteri? Per favore, può dire qualcosa di più specifico a noi poveri ignoranti che su questo argomento brancoliamo ancora nel buio ? E se non è troppo disturbo, potrebbe informare anche il prof. Edoardo Boncinelli, genetista di fama mondiale e docente universitario al San Raffaele di Milano che su questo argomento è evidentemente poco informato ?
A riguardo riporto un estratto dell’intervista e-mail concessa dal prof. Boncinelli in occasione del Festival della Scienza di Genova in data 26/10/2011
Domanda :
Secondo gli ultimi studi, pubblicati su Nature Geoscience nell’agosto 2011, le prime forme di vita comparvero circa 3,4 miliardi di anni fa, “solo” 400 milioni di anni dopo la fine del bombardamento da meteoriti: ritiene che sia un tempo accettabile per la nascita della vita secondo i meccanismi conosciuti, o ritiene invece che possa essere plausibile l’idea di Francis Crick e Fred Hoyle della “panspermia”?
Risposta del prof. Boncinelli (estratto)
la vita è un fenomeno, per così dire, strano, per non dire unico“.
“…o 3 miliardi e mezzo, o 6-7 miliardi, non è che faccia una grande differenza…”
In definitiva possiamo dire che non sappiamo come è nata la vita.
A proposito del “desiderio di religione” insito nell’uomo, ecco come ne spiega scientificamente l’origine il prof. Flores D’Arcais ( pag. 39 – 40 ):
“ Nella nostra neocorteccia di sapiens l’evoluzione ha infatti radicato una predisposizione all’animismo, come è raccontato magistralmente in un recente e bellissimo libro di Telmo Pievani, Giorgio Vallortigara e Vittorio Girotto intitolato Nati per credere […] La propensione (al desiderio di religione, ndr ) che nell’evoluzione infantile del singolo ripercorre quella della specie, viene fatta risalire ad un vantaggio evolutivo: credere che dietro ogni fenomeno naturale si celi una << volontà >> animata aumenta le probabilità di sopravvivenza nelle condizioni di vita primitive. Detto in soldoni : fra un gruppo di sapiens <<illuministi >> convinti che dietro lo spezzarsi di un ramo c’è solo un fenomeno naturale, per esempio, tanto la forza del vento quanto la presenza di un predatore,e un altro certo invece che dietro ogni fenomeno che noi chiamiamo naturale vi sia sempre un’entità << intenzionale>> , e dunque minacciosa (il corsivo è mio), il livello di attenzione e allarme sarà molto diverso, garantendo un differenziale di sopravvivenza a vantaggio del gruppo più << allarmato>>.

Non sono sicuro di aver compreso bene: dire come fa Flores che l’evoluzione ha radicato una propensione all’animismo significa affermare che per una accidentale alterazione del codice genetico, ciò che chiamiamo in breve una mutazione, è apparso sulla scena dell’evoluzione un mutante dotato di propensione all’animismo che nella lotta per la sopravvivenza dovrà competere e infine vincere contro chi questa mutazione non l’ha subita, è così? Questa affermazione ha il supporto di una prova scientifica o è solo un’ipotesi di ricostruzione storica del cammino di Homo Sapiens nel solco dell’evoluzione?
Ma rimaniamo all’esempio del ramo proposto da Flores per farci capire meglio da dove arriva la nostra vocazione alla fede : dunque c’è il ramo di un albero che sta per spezzarsi (presumo nella foresta) e nei paraggi si aggirano due Sapiens , uno << illuminista>> cioè guidato dalla sola ragione nella sua interpretazione dei fenomeni naturali e uno invece mutante cioè accidentalmente dotato di una predisposizione all’animismo (non è spiegato nell’esempio se il mutante ha intanto perduto la ragione).
Ad un certo punto il ramo si spezza. L'<<illuminista>> è convinto che ciò può essere causato dalla forza del vento o dalla presenza di un predatore e , visto che è dotato della sola ragione, che fa? Sta per essere travolto dalla furia degli elementi o sbranato da una tigre e rimane tranquillo a fumarsi una sigaretta . L’altro invece, l'<<animista >>, è convinto che “ non si muove foglia che Dio non voglia “ ma si tratta però di un Dio cattivo , minaccioso e quindi se la dà a gambe. Da qui il differenziale di sopravvivenza.
Scusate ma continuo a non capire :
– dove sta scritto che questo Dio che spezza i rami degli alberi debba essere “minaccioso“? Nei geni? C’è qualche prova? E com’è che questo Dio un tempo minaccioso e crudele, un Dio da cui scappare per sopravvivere si è trasformato, nella mente del Sapiens mutante nel Dio della fede, un Dio che ama ed è amato? Un’altra mutazione genetica?
– oggi nel 2013 al termine (o quasi) del percorso evolutivo cosa succederebbe a me e Flores D’Arcais davanti ad un ramo che si spezza per la furia del vento o la presenza di una belva?
Io, ex mutante <<animista>> favorito dall’evoluzione, penserei adesso che si tratta della manifestazione di un Dio buono e rimarrei lì impalato a farmi travolgere o sbranare? E lui che invece la ragione non l’ha persa cosa farebbe? Resterebbe insieme a me o se la darebbe a gambe con tanti saluti per la teoria dell’evoluzione? E soprattutto: visto che si è creato un “differenziale di sopravvivenza“ a favore degli <<animisti>>, che ci fa Flores D’Arcais nel 2013 insieme a me a guardare un ramo che si spezza?
Ferdinando Catalano

La formula dell’evoluzionismo?

Nel suo saggio “In principio era Darwin” (Longanesi, 2009) il noto matematico Piergiorgio Odifreddi , punta di spicco dell’ateismo radicale made in Italy, dedica un capitoletto (cap.10 pagg 78 – 83) a ciò che lui stesso definisce come la formula dell’evoluzionismo. Nell’introdurre l’argomento l’autore spara una bordata contro il suo arcinemico Antonino Zichichi, fisico italiano di chiara fede cattolica, di cui sottolinea l’ignoranza (almeno in materia di biologia) quando definisce la teoria dell’evoluzione come non scientifica in quanto priva di carattere predittivo (A. Zichichi, Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo, Il Saggiatore, 1999). In buona sostanza, per riassumere il pensiero dello scienziato siciliano, tra le proprietà di una teoria scientifica ci deve essere quella di riuscire non solo a spiegare un fenomeno che evolve sotto i nostri occhi ma anche di saper prevedere in che modo, in quale direzione il fenomeno evolverà nel tempo. Così quando la teoria dell’evoluzione stabilisce che i tempi naturali dell’evoluzione sono lunghi perché in diecimila anni non sono state osservate variazioni nella specie umana, lo fa non perché ciò sia una diretta verifica di una legge formale, di un’equazione matematica, ma solo di un’abile quanto sottile tautologia che rischia di sfuggire ai più: i tempi dell’evoluzione sono lunghi perché sono lunghi.
All’ignorante Zichichi risponde dunque Odifreddi informandolo che in biologia una formula dell’evoluzionismo esiste da più di cento anni e tira in ballo la legge di Hardy e Weinberg. Per capire di che cosa si tratta e non essere tacciato a mia volta di ignoranza, cercherò di illustrare alcuni concetti base: il lettore non me ne voglia se non potrò sorvolare su alcune elementari questioni di algebra.
Il padre della moderna genetica, G. Mendel, aveva compreso incrociando i piselli (Saggio sugli ibridi vegetali, 1866) che i caratteri originari di una popolazione madre si trasmettono invariati alle generazioni successive e si distribuiscono sempre nella proporzione 3:1. Il monaco boemo definì dominanti i caratteri che si presentavano con maggiore frequenza e recessivi gli altri.
Come mai, si chiese qualcuno a quel tempo, i caratteri ereditari dominanti nel lungo periodo non finiscono per far sparire quelli recessivi stante la proporzione 3:1?
La spiegazione la diedero in modo indipendente Godfrey Hardy e Wilhelm Weinberg nel 1908 ed è nota come Legge dell’equilibrio di H. e W.
Avete letto bene, proprio così, dell’equilibrio. Con le attuali conoscenze di genetica si può spiegare in modo semplice ricorrendo ad un breve calcolo matematico: ciascun carattere ereditario è presente nei geni nelle due varianti (alleli): dominante A e recessiva a
Nella riproduzione sessuale ciascun genitore è portatore delle due varianti A e a e nella meiosi (il processo di divisione delle cellule sessuali che porta alla formazione dei gameti cioè cellule il cui corredo cromosomico è aploide ovvero metà del corredo cromosomico caratteristico della specie) metà dei gameti avranno l’allele A e l’altra metà avrà l’allele a.
Si supponga adesso che in una popolazione biologica sia d la percentuale di individui che presentano un certo carattere dominante (ad esempio occhi castani ) e sia r la percentuale di quelli che presentano il carattere recessivo (ad esempio occhi verdi).
Se la riproduzione sessuale avviene all’interno di questa popolazione liberamente e secondo le leggi del caso, si potranno verificare le seguenti combinazioni : Aa, AA, aa , aA. Ciò equivale a dire che il portatore del carattere dominante potrà incrociarsi o con un altro dominante (AA) o con un recessivo (Aa). Pertanto la presenza dell’allele dominante nella generazione figlia sarà d. A sua volta il portatore del carattere recessivo potrà incrociarsi con un altro recessivo (aa) o con un dominante (aA) e la percentuale totale dei recessivi sarà r. Infatti la somma delle percentuali (d+r) deve valere il totale generale della popolazione cioè 100/100 =1
La conclusione è evidente: nel corso della riproduzione sessuale, di generazione in generazione , le percentuali della variante dominante e recessiva relative a uno stesso carattere rimangono inalterate. Ecco perché questa legge è detta dell’equilibrio.
E sarebbe questa la formula dell’evoluzionismo? E l’evoluzione dov’è? A me sembra semmai molto simile ad un principio di conservazione. Ma non solo a me sembra così e a togliermi il dubbio di non aver capito niente ci pensa lo stesso Odifreddi il quale immediatamente dopo la clamorosa scoperta aggiunge: “Poiché l’evoluzione avviene quando le cose cambiano, essa è possibile soltanto quando non si verificano almeno alcune delle condizioni che portano all’equilibrio di Hardy e Weinberg…” (pag.82).
Ma qual è la legge matematica che formalizza e regola il cambiamento? Silenzio. Dunque se e quando le cose cambiano allora si verifica un salto evolutivo. Questa più che la formula matematica dell’evoluzionismo mi sembra la formula della speranza dell’evoluzionismo.
Tutto qui. Se non fosse per la buona fede che l’insigne Odifreddi mette nel suo scritto, direi che si tratta di una colossale presa in giro.
Confortato da un così illustre precedente avrei deciso anch’io di rivelare una sensazionale scoperta: il moto non rettilineo di un corpo in caduta libera.
Un corpo in caduta libera descrive una traiettoria rettilinea lungo la congiungente con il centro della Terra ma se e quando è investito lateralmente da un altro corpo allora la sua traiettoria diventa una spezzata. Dite che posso aspirare al Nobel per la fisica?
Ferdinando Catalano

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