psicopativi fissi

5 gen 2018

Amoressia ( #hallo)

Ciao, sono io, mi chiedevo se dopo tutti questi anni volessi incontrarmi per parlare di tutto quanto. Dicono che il tempo dovrebbe guarire ma io non sono guarita un granché. Ciao, riesci a sentirmi? Sono in qui a sognare quelli che eravamo quando eravamo più giovani e liberi. Ho dimenticato come ci si sentiva prima che ci cadesse il mondo addosso. C’è una tale differenza tra noi come un milione di miglia.

C’incontrammo lì nel crocevia delle anime, un’autostrada fatta di incontri di passaggi e rette parallele che mai si incontreranno ma con altri si intersecheranno. Due anime dello stesso ossimoro mondo.
C’incontrammo là, dove le anime si danno la pace con la vita. Al cimitero.
Ero seduta nella fredda lapide di mia madre, o meglio di quella che doveva essere mia madre. In realtà era un tizio che si era bevuto la vita barbera dopo barbera. Non l’ho mai conosciuto davvero ma ne avevo sentito parlare la donna che gli puliva la tomba. La mandava la moglie che non si faceva mai vedere. Come so queste cose? Semplicemente perché io passo tutto il mio tempo al cimitero. Parlo con la gente, e se è viva o morta non fa differenza. Non lo facevo per lavoro. Scontavo così la vita e ne assaporavo i migliori dettagli.
Quindi ti dicevo, ero lì, a riparo sotto un pino, quando la tua immagine mi colpì fugacemente. Tolsi gli occhiali da sole e le auricolari e seguii il tuo percorso, fin quando non capii che ti eri perso allora decisi di darti una mano per farti perdere completamente. Avevi uno sguardo stanco quanto il mio. Ma pensai che una gran bella personcina non poteva essere così stanca. Così triste. Il tuo viso bianco come queste lapidi e freddo come la vita che qui perde il suo proprio respiro. Avrei dato respiro al tuo respiro, vita alla tua vita, sempre se ne avessi avuto abbastanza anche solo per me.
“Ciao, chi stai cercando?” chiesi già stanca ma decisa.
“Posso trovarla da solo” rispondesti.
“È un labirinto questa nostra vita! Sei sicuro di non saperti perdere?” ti guadai ironica e tu sorridesti a quelle mie partole ma non mi rispondesti e ti incamminasti lungo il viale est. Sapevo tutto di quel posto e sapevo che i nuovi acquisti del luogo erano dall’altra parte. Sempre se di nuovi acquisti si trattava. Decisi di seguirti in silenzio. Inforcando occhiali da sole e mettendo le auricolari.
Dopo una decina di tombe ti girasti e mi chiesti se ti stavo seguendo. Io negai facendo una smorfia con la testa e poi dissi: “Se sapessi dove stai andando tu però potresti seguire me!”
“Perché dovrei?” eri sulla difensiva e allora io dissi continuando a masticare la mia cicca: “Perché fra poco il cimitero chiuderà e tu davvero non credo voglia stare qui tutto da solo con noi?” lo guardai in modo strano pensando che capissi che scherzavo ma tu mi guardasti male e voltandoti continuasti a camminare, sempre per la parte sbagliata, e in quel momento ne fui sicura.
Avevi una camminata risoluta, eretta e fiera, con quelle belle gambe lunghe. Non camminavi, volavi a bassa quota, un Icaro pronto a fare il salto nel cielo blu.
Con le labbra feci il verso della civetta, e del topo e quando ti voltasti di scatto ci mancò poco che non mi mettessi a ridere. Poi iniziai a fare tic tac con le labbra ma tu niente. Poi ci fu un bivio, che da una parte di avrebbe portato dove volevi e dall'altro dalla parte opposta. Se ti avessi fatto sbagliare saresti rimasto con me, ancora di più…
Stavo pensando a questo, quando ti fermasti, e io mi fermai. Mi guardasti incerto poi facendo una smorfietta chiedesti: “Avanti, dove devo andare?”
Io feci qualche saltello e fui da te e mani dietro la schiena chiesi: “Perché dovrei dirtelo?”
“Perché lo vuoi?” di rimando mi rispondesti con lo sguardo ironico, inarcando un sopracciglio.
Da quella risposta vidi le tue smorfie, e fu come raggi di sole che sguerciano le nubi. No, insomma qualcosa di assolutamente migliore, qualcosa di bello ma che diventa ancora più bello.
Giuro che m'innamorai delle tue smorfie prima ancora che te. Era come se una tela perfetta si squarciasse all'improvviso e da quello squarcio si vedesse il caos fra l'ordine e il preordine. Un brillante universo nascosto. Poi era anche infinitamente interessatane come la natura ricuciva quello squarcio, talmente per bene che sul suo bel viso non si vedeva più nessun segno dell'anarchia precedente. Di solito l'universo lo puoi intravedere nelle fessure degli occhi. I tuoi erano pianeti messi lì con le sue stelle e il suo sole. Ci vuole un’anima potente per governare tutto questo, ed un grande mente che la gestisca.
Le smorfie vanno portate come si deve se non si vuol diventare joker. Che orrore.
Ora più vedo insulsi visi e più mi chiedo dov'è finita la mia meraviglia. Dove sei finito? Mi mancano, Oh Dio se mi mancano quelle tue smorfie, non mi sembra di respirare se ci penso. Sento di affogare nelle sabbie mobili della banalità. Non mi mancano solo le tue smorfie ma mi mancano anche tutte le pieghe del tuo viso, che sapevano di vissuto ma al contempo erano morbide e piene di vita. Mi piaceva allora anche la sua noiosa perfezione, il tuo modo di fare perché era come decriptare quello che facevi superficialmente in quello che eri realmente. Mi piaceva il tuo porti elegante, sì quello mi piaceva più di tutto, perché andava a toccare e riempire il mio senso estetico e di buon gusto. Mi rasserenava questo, mi rasserenava gli occhi, la mente, ma mi eccitava l'anima che si riempiva di te e si trasformava in arte, in qualcosa da creare. Qualsiasi cosa. L'amicizia non conosce bellezza o altri attributi, ci vuole animo lo so. Ma certe volte non basta ci vogliono anche le smorfie, determinate smorfie, se poi mi sembrano dei draghi quando sorridono mi inquieta la mia natura stessa e non mi sorride più il cuore, e poi rimarca le tue smorfie mancanti perché solo pensando a loro e a te, tutto mi ridiventa di nuovo sopportabile.
“Supposizione errata mio giovane illustre sconosciuto” ti risposi vogliosa di rimetter le mani sulle tue pieghe del viso, ma che adesso erano sparite, ridiventando liscio.
“Grazie per il giovane” alzando gli occhi in su, lo mormorasti quasi a te stesso, poi distogliesti la tua attenzione da me e allora ti dissi sospirando: “A destra tutti i nuovi acquisti, a sinistra solo l’uscita laterale”
“Grazie, giovane stramba ragazza” m’incamminai sinuosa e dopo un po’ mi voltai e ti chiesi: “Maschio o femmina??”
“Femmina” dicesti un po’ accaldato.
“Ah lei…” dissi un po’ delusa. Questa risposta ti destò l’interesse e mi guardasti forse per la prima volta.
“Come ‘ah lei’? la conoscevi? Co-conoscevi la mia ex moglie?” io non mi fermai neanche per risponderti. Ero pervasa da un senso di gelosia sconosciuto. Quindi il biondo nuovo acquisto era la sua ex. Storia ordinaria quella della sua bionda ex moglie. Ordinaria ma con un straordinario ex marito. Poi però ti chiesi come mai tu non eri venuto al suo funerale ma tu non rispondesti chiudendoti dentro quel ricordo così brutto.
Mi fece arrabbiare questo tuo chiuderti nel tuo dolore. Non doveva andare così la vita. Allora mi parai davanti a te e proponendo un gioco di prestigio.
“Mano destra o mano sinistra?” tu dubbioso scegliesti la sinistra e dalla mia mano aperta comparve il tuo portafoglio. Tu rimanesti sorpreso e te lo riprendesti al volo. Ma le chiavi della macchina della destra me le tenni in serbo per dopo.
“Sei una piccola ladra da cimitero” dicesti ironico e io risposi che potevo essere ciò che volevo, dal vento fra le lapidi al calore del sole su di esse.
Ti fermasti perplesso e io ti chiesi se non mi credevi. Allora ti afferrai da dietro e ti soffiai sul collo facendoti venire la pelle d’oca. Ti dissi che questo era il vento. Avevi la pelle stazionariamente morbida e profumata. Non lo avrei mai detto, da un tronchetto della felicità come te. Poi correndo avanti e togliendo gli occhiali da sole li feci splendere sui raggi e dissi: “Questo è il sole” sorridendo.
Ma tu correndomi vicino dicesti sorridendo timidamente: “Bhe forse sono tuoi occhi il vero sole. Perché li copri sempre con quegli occhiali?” Mi rimisi gli occhiali. I giochi erano finiti. La lapide della moglie era dietro a me.
“Perché le cose belle vanno protette o finiscono così” mi scostai e lui vide la tomba di lei. Mi pervase di nuovo la rabbia per quegli occhi così dolci e tristi. Mi mancò il respiro che ti mancò.
“Non dovresti rovinare le buffe pieghe del tuo viso per il passato. Ciò che è passato è passato. Può far male ma può anche essere un modo per ricominciare”
“Ma che ne sai tu?” mi rispondesti quasi feroce, improvvisamente arrabbiato con me.
“Forse niente o forse più di te! Allora perché vieni a piangere un morto quando la potevi amare da viva?” gli lanciai le chiavi della sua macchina e corsi via non ascoltando il tuo aspetta.

Ciao, come stai? È così tipico di me parlare di me stessa. Mi dispiace, spero che tu stia bene, sei poi andato via da quella città dove non succedeva mai niente? Non è un segreto che non è più tempo per noi due. Ciao dal lato opposto devo aver chiamato mille volte per dirti che mi dispiace, per tutto quello che ho fatto. Ma quando ti chiamo sembra che tu non sia mai a casa.

E quella non fu l’unico giorno che ti incontrai, fuori e dentro a quel cimitero facemmo amicizia, giorno dopo giorno. Attimo dopo attimo. Respiro dopo respiro ti raccontai di me e tu di te. Fu un bel modo di tornare a vivere. Assieme. Un giorno mi feci trovare in cimitero vestita da sera con un bellissimo abito che avevo trovato in giro per la città. Aveva una radio e mettendo una canzone ti invitai a ballare fra le lapidi. Tu ballasti ridendo poi tuto serio chiedesti: “Ma perché stai qua? Perché non ti fai una vita fuori dal cimitero?”
Io avrei voluto che terminassi la frase ‘con me’ ma tu non lo dicesti e io presi la radio arrabbiata e me ne andai via fra le lapidi e tu non mi fermasti o corresti dietro. Tu, semplicemente tornasti da dove eri venuto.
Assieme, non era una bella parola per me. Io scappavo, io ero gelosa, io ferivo me e te.
Come quando mi trovasti nella lapide di mia madre, quella vera,  in trance i tagli sul braccio e tu non mi dicesti una parola andando via. Tu non avevi il mio stesso modo di vedere la vita e le differenze crearono spazi e poi crepe che il tempo inizio a far divenire rotture.
Un giorno ti incontrai nei pressi del cimitero, c’era la luna e tu eri tutto sulle tue e allora ti presi e ti baciai.  Le mie labbra sulle tue. Un bacio lieve, dopo un lieve sguardo. Un millesimo di infinito. Ma tu mi spingesti via dicendo che non era così che andavano fatte le cose. Non potevo essere sempre così prepotente. Non era giusto. Punto.
Come quell'altra volta che passeggiando per le vie della città vecchia un farabutto ci venne incontro e nel cercare di afferrarti io presi le mie chiavi e glieli conficcai nel collo. Un gesto secco e il malvivente cadde per terra, in un torrente di sangue e tu chiedesti aiuto mentre io avrei voluto scappare. 
Poi mi dicesti: "Sei una pazza criminale Ecco che sei dannata ragazza" 
"Nella vita è così" dissi con le lacrime agli occhi. Aggiunsi: "Nella vita è così. Ti devi saper difendere e devi saper difendere chi ami."
"Tu sei malata, anzi no tu non sei malata..." mi gridasti mentre iniziò a piovere. Grandi gocce d'acque ma che tu non sentivi nemmeno.
"Tu non sei malata, tu alla malattia ci porti da sola, perché infondo il tuo ruolo ti piace" mi gridasti ancora scuotendo la testa.
Ma quelle parole non mi piacquero, io non le potevo capire, sopratutto dette da te e io scappai via da te, piangendo via il dolore di sentirmi sempre sbagliata.
Quando vivi sulla pelle, il dolore, la lama della vita, impari ad usarli prima che essi usino te. Ma ci sono anime che non conoscono questo e mai ti potranno capire. Semplicemente questo.
Dopo quel giorno non ti vidi più al cimitero, né altrove. Sembravi sparito. Che senso aveva avuto riportarmi in vita per poi farmi morire un’altra volta? Mi sembrò di precipitare sempre di più, ma non c'era un fondo al quel mio precipitare. Non c'era una fine.
Ti cercai ancora e ancora ma alla fine capii che tu non avevi risposte da darmi. Non avevi nemmeno uno stramaledetto Happy End da darmi. Non avevi niente, più niente da offrirmi. Neppure il tuo dolore. Non ero più la tua guarigione. Forse ero davvero malata.
Sì, malata ma per davvero. E sai come ci si ammala? Quando hai fame e sete e non c'è cibo che possa saziarti e bevande che possa dissetarti. Nemmeno persone, se non quella persona, quella sua essenza, quella sua presenza. La mia malattia si chiama: Amoressia e non c'è nessuna cura tranne te. Adesso lo so.
Non andai neppure io più al cimitero. Non era più luogo per me. Oramai era contaminato da te. Me ne stetti a casa mia cercando di uscire da quella che fino ad ora era stata la mia bara; ovvero me stessa. Guardai come se vedessi per la prima volta la mia casa, e mi ricordai quando te la feci persino vedere un paio di incantevoli volte prima della fine e ciao.



Ciao da qui fuori almeno posso dire di averci provato a dirti che mi dispiace di averti spezzato il cuore ma non importa, chiaramente questo non ti addolora più. Non più.

2 commenti:

  1. Il racconto è molto bello. Ho letto di fretta perché sono impegnato a cancellare le sporcizie di Larissa.
    Ciao.

    RispondiElimina
  2. Mi fa piacere che ti piace. Se non gli rispondi prima o poi si stufa. Comunque il racconto è sempre qui quando vuoi^^

    RispondiElimina

Pagine

“Vorrei avere avuto più fiori che cicatrici nel cuore.
Ma alla fine si è ciò che la vita t'insegna ad essere.”

Italiani, popolo di commentatori, tuttologi, blogger e sognatori^^

Scarica Curriculum