Tecnologica.mente #1 karmiilla (l'app del pensiero)

KARMILLA (L'APP DEL PENSIERO)

La genesi
Il suono della campanella mise fine al tono angosciante del professore di lettere. Il suo ci vediamo a settembre si perse nel fruscio e disinteresse generale.
Carlo Alberto la individuò subito e con passi veloci le si parò davanti. Fissandola ironico e divertito.
Camilla aveva una testa rotonda ma piccola. Una luna ovale circondata da una selva di capelli selvaggi lunghi e tendenti al rasta. Era magra e vestiva sempre di nero. Non era bella ma aveva due piccoli e splendenti pianeti per occhi e un bocciolo di rosa per labbra.
Sentendosi osservata volse lo sguardo su di lui con la sua solita freddezza. Carlo Alberto non se ne sentì particolarmente turbato. Ormai erano mesi che si frequentavano e ormai sentiva che Camilla fosse un po’ sua. Nel senso che la capiva di più. La percepiva in senso fisico molto di più. Questo gli dava un po’ fastidio a dire il vero. Gli dava fastidio perché non voleva avere una storia con Camilla ma aveva bisogno del suo aiuto per il progetto che lui e Diego avevano in essere.
L’aveva conosciuta solo un anno prima, quando si era trasferito nella città studi di Milano. Biochimica molecolare. Era lì che il padre, l'insigne rettore, l’aveva spedito dopo il pasticciaccio con Serena nella sua università di Bologna. Il caso di Serena era ancora una cicatrice mal gestita.
Il primo sguardo a Camilla era stato di fastidio e irritazione. Una che voleva prendere sempre dieci non è che ti può star simpatica istantaneamente. Ma un paio di mesi dopo il primo esordio a scuola, in Chocoteca, nascosto dietro uno dei tanti separé aveva sentito una risata cristallina seguita da un discorso interessante su cosa pensa davvero la gente che era trasceso via via sui vari articoli letti e poi era finito sui neuroni e il loro uso. Carlo Alberto era con un suo amico. Ma quel discorso era così interessante da indurlo a fare finta di andare in bagno pur di scoprire chi lo stesse facendo. E così la vide all'angolo del divanetto, con un tablet in mano, che faceva stupidi test con le amiche. Le splendide gemme dei suoi occhi si tramutarono in due buchi neri appena si vide guardata da Carlo Alberto. Incoraggiato dal suo ciao, stava per sedersi per parlare di quantistica, dimenticandosi del suo amico seduto un separé più avanti. Solo che in quel frangente passò una bionda e così perse l'occasione poiché la comitiva di ragazze si era già avviata alla cassa.
Quella notte stessa sognò una frase detta da Camilla e il giorno dopo chiamò per due ore Diego, suo ex compagno di stanza a Bologna.
Carlo Alberto aveva un’idea in testa ma avvicinare Camilla non era come dirlo. Era un muro di gomma dai voti alti e i silenzi chiassosi. Così le tentò un po’ tutte, ma nulla gli riuscì davvero per farlo entrare nelle simpatie di lei. A scuola aveva iniziato a chiamarla Camilla Bensa di Cavour; per via della somiglianza del padre al conte di Cavour unita al nome di lei e al suo carattere freddo. Ma più di un “Garante, che vuoi?” o “Ma finiscila” non riceveva. Allora un giorno, oliando il sentimentalismo di una professoressa, si fece assegnare un compito da fare insieme a lei come squadra.
Subito, sulle prime, lei fece mille facce scontenta, ma poi acconsentì a vedersi con lui il pomeriggio stesso. Prima facevano e prima finivano. Era roba facile, un’intervista con grafico sulla percezione delle persone su vari aspetti della vita. Lui a Bologna aveva già fatto una cosa simile e lo avrebbe fatto pure da solo o tuttalpiù collegandosi via Skype con Diego in dieci minuti. Ma trattandosi che c’era lei doveva giocarsela al meglio. Venne fuori che abitava in un paesino limitrofo a Milano. Quindi era impensabile che andassero a casa di lei. Si rifugiarono allora nella stanza di lui adiacente all’università.
Carlo Alberto era seduto alla scrivania e Camilla era seduta sul letto, persa in qualche suo pensiero. E vedendola così indifesa e triste, Carlo Alberto si sentì intenerito ma la tenerezza durò poco perché quando lui si avvicinò un po', il muro ripiombò su loro. Allora tornò di corsa alla scrivania e stava per iniziare il discorso sul suo progetto quando suonò il cellulare di lei e dalla voce di lei non era una bella notizia.
Camilla ballettò che doveva andarsene perché suo padre non si era sentito bene. Allora Carlo prese la moto e l'accompagnò all'ospedale, dove il suo vetusto genitore stava. Quando entrarono nella stanza, il padre era sulla poltrona di quella stanza singola, ma da come poté vedere Carlo Alberto, non era lui il malato ma la moglie che era in coma artificiale con prognosi riservata. Il padre, un ometto corpulento ma delicato dalla ben nota somiglianza al conte Cavour, alla vista della figlia si incupì e le chiese cosa fosse venuta a fare.
"Mi hanno chiamato, papà! Sei svenuto ancora?" Il padre abbassò lo sguardo visibilmente imbarazzato e cambiando atteggiamento si passò la mano callosa sulla fronte larga e rispose: "Oh Karmilla! Che vuoi che sia... Ora, figliola, lasciami un po' in pace. Non vedi che io e tua madre stiamo bevendo il the delle cinque?" Effettivamente sul tavolino c'erano due tazze di the, una delle quali non sarebbe stata come sempre bevuta. Il padre non dava già più retta alla figlia e aveva iniziato la sua solita litania fatta di vecchi racconti e ricordi, parlava alla moglie e nel suo sguardo non vi era più l'ospedale ma vecchi luoghi che il tempo aveva cambiato ma che nel suo racconto erano eterni. Questo suo raccontare aveva luogo ogni tardo pomeriggio e sembrava renderlo felice.
Camilla lo guardava senza dire una parola, baciò la fronte del vecchio padre e prese la mano di Carlo e si avviò alla porta. In quel gesto Carlo lesse tutta la sua rassegnazione mista a dolore. Si lasciò condurre dove ella voleva e non disse una parola aspettando che lei si riprendesse.
Infatti non tardò molto e lei si riprese le distanze di sicurezza ma seduti al bar fuori dall'ospedale, pareva leggermente più sollevata. Guardandolo disse: "Avanti, Carlo Alberto Garante, dimmi quale è il progetto su cui vuoi che io lavori..."
Carlo aprì la bocca e per un momento non riuscì a formulare nulla. Com'era possibile che sapesse?
Lei fece una breve risatina allo sbigottimento di lui, poi aggiunse divertita: "Uno come te tampina una come me e due domande non te le fai? Credimi, è bastato poco che il tuo amico parlasse alla mia amica. Certo non sapeva per cosa, ma sicuramente sapeva perché tu mi stavi dietro"
Carlo riprese il controllo dei propri pensieri e abbassando la testa disse ironico: "Karmilla, Karmilla, mi sa che tu sei una di quelle che si sottovaluta sempre! Se dunque sapevi perché mi ignoravi?"
"Garante, mi stai facendo perdere tempo..." disse lei mescolando il suo caffè. Ovviamente c'erano discorsi, pensò Carlo Alberto, che non gli avrebbe detto ma che erano già stati fatti innumerevoli volte.
Carlo appoggiandosi al tavolino disse gesticolando con le mani: "Pensa, Karmilla, un’App che ti permette non solo di mappare il tuo cervello ma di seguire il flusso neurale dalla nascita alla morte. Le potenzialità sono multiple… e si va dallo scrivere con il pensiero al semplice controllare che tutte le funzionalità vengano compiute" Prese fiato e la fissò ma dallo sguardo di lei non vi fu nessuna manifestazione.
Allora Carlo Alberto proseguì un po' più esitante: "Senti, sembra una cosa pazzesca ma si può creare! Io e il mio amico Diego, che questo fine settimana conoscerai, stiamo costruendo il prototipo che non funzionerà con fili o roba tipo come nei telefilm ma via onde di una certa frequenza. Tua madre è in coma e da quel che io ho letto non si sa cosa la blocca. Con questa App lo potremo scoprire!"
Allora Camilla fece una smorfia e disse: "Ancora non ho capito a che ti servo io" Carlo Alberto sorrise, comprendendo che aveva fatto bingo, ora Camilla lo guardava con più attenzione.
"Un giorno in Chocoteca dicesti alle tue amiche: Cosa pensa davvero la gente? Cosa vuole davvero? E poi finisti per parlare di quantistica. Io allora ebbi la folgorazione da quelle tue parole. Studiai con Diego il progetto e ne nacque questo..." Prese una chiavetta dal giaccone e gliela porse. "Qui ci sono dentro tutti gli studi di questi mesi. Ricerca e supposizioni. Rimane solo che non abbiamo il test decisivo... che saresti tu! Vorremmo esplorare il tuo cervello per poter vedere se funziona il prototipo innanzitutto e tutte le varie dinamiche.
Hai un cervello, ragazza, con connessioni veloci ma queste sono influenzate da stati d'animo. Vogliamo mappare tutto questo e studiare la formula migliore per creare un programma che possa comprendere tutte le personalità" Tacque e incrociando le braccia aspettò che lei parlasse. Ma lei prese la borsa e sibilò: "Tu sei pazzo!" E se ne andò via. Carlo Alberto sorrise e capì che aveva bisogno di tempo per razionalizzare le sue parole ma che presto sarebbe tornata da lui.
Erano già passate due settimane da quel giorno, ora Carlo Alberto aveva un piano b per convincerla. Dalla tasca tirò fuori due compiti in classe in cui aveva preso una A senza lode e una A con lode. Sventolandoglieli davanti le disse: "Karmilla Bensa di Cavour, le vedi queste due verifiche? Sono buone entrambe, sono simili, ma in una hai preso la lode e nell'altra no! Perché? Lo puoi scoprire stasera a casa mia"
"Non ho tempo, Garante! Mi devo laureare prima dell'anno prossimo!"
"Lo so! Ma potresti farlo se il tuo metodo migliorasse! Ma lo potresti scoprire solo con una mappatura attraverso la nostra App, che a proposito si chiamerà Karmilla come te!"
Camilla respirò ma non fece una piega. Allora Carlo incalzò dicendo: "Useresti il laboratorio di mio padre!"
A quelle parole Camilla alzò lo sguardo di scatto, ma poi puntando lo sguardo disse: "Non ti darà mai il permesso!"
“Già concesso!" Sorrise Carlo.
"Ti ammazza se scopre che gli hai hackerato la porta del laboratorio!" Ora lo guardava con sfida, ma Carlo rispose: "Mio padre rimarrà tre mesi in America. Il tempo necessario per il nostro processo d'inizio..."
"E se non finiamo?"
"Troveremo il modo di finire altrove" Poi con lasciva lentezza le mise davanti le sue verifiche e disse: "La scelta è solo tua! Sapere e non sapere..." Poi se ne andò ben sapendo che lei lo stava fissando con serietà.
I minuti passavano lenti, mentre Diego si trastullava con il cellulare, Carlo Alberto passava dall’essere euforico al nervosismo. Erano già le ventitré e di Camilla nessuna traccia. Diego ogni tanto alzava lo sguardo dubbioso ma taceva, non aveva mai visto il suo amico così preso da un progetto e nemmeno da una persona. Aveva molta stima e affetto per lui ma stava iniziando a pensare che la storia di Karmilla gli stesse sfuggendo di mano. Il campanello suonò alle ventitré e un quarto e il sollievo fu rapido quando vide la faccia di Camilla che a passi rapidi entrava con il suo borsone.
“Questo fine settimana dormo qua. Non posso fare avanti e indietro. Ho la tesi da sottoporre al mio mentore lunedì” mormorò in tono ferreo.
Diego si avvicinò a passi veloci e con un sorriso largo le porse la mano.
“Buonasera Camilla o Karmilla che sia…” disse ironico Diego facendole il baciamano. Camilla rispose con un lieve inchino.
A Carlo quel gesto diede fastidio ma per reazione buttò il borsone di Camilla sul suo letto e presa la sedia di Diego la porse a Camilla; messosi davanti a lei, le porse un questionario per avere un quadro clinico primario. “Se sei disturbata mentalmente lo dobbiamo sapere prima! Ti mapperemo lo stesso il cervello ma terremo conto dei tuoi disturbi” disse asciutto Carlo.
“Non sono disturbata o almeno non penso di esserlo! Più gentilezza, Garante, se no me ne vado…” Carlo Alberto non le diede risposta, iniziò a tirare fuori un casco come quello dei ciclisti, pieno di fili, che dipanò con calma e delicatezza.
“Ma non doveva essere tutto hi tech?” chiese ironica Camilla alzando il sopracciglio. Questa volta parlò Diego che le spiegò che il casco era essenziale in quella prima fase, perché dalle informazioni che il casco avrebbe prodotto avrebbero modificato il programma, che poi sarebbe stato trasformato in app in seconda battuta.
Camilla guardava ipnotizzata il casco, come se non avesse mai visto niente di più bello. Diego era tronfio di piacere, essendo opera sua tutta la parte meccanica del progetto. Il casco era giallo e i cavi erano stati collegati da Carlo ad una specie di stampante laser.
Carlo le porse il casco e Camilla ebbe qualche remora e chiese: “Non è che mi brucio i neuroni?” Ad un metro di distanza da Camilla, Carlo non poteva non percepire i dubbi tutti nascosti nelle iridi splendenti di lei.
“La salverai, Camilla, e ti laureerai. Le frequenze sono basse sebbene una certa minima parte di radiazioni esista, tenendo conto che è una macchina fatta in casa. Ma non tale da correre rischi fisici” Camilla prese il casco e se lo mise dicendo: “Solo perché mi hai chiamato per una volta Camilla e non Karmilla!” Carlo sorrise lievemente arrosato.
L’aria si fece tesa e gli occhi dei ragazzi erano sul casco e su Camilla e soprattutto sul possibile fallimento. Ma la macchina dapprima muta iniziò a vibrare e una luce passò varie volte sul capo di Camilla. Dopo vari e incalcolabili istanti anche la stampante iniziò a ronzare e a emettere vari suoni. Nel giro di dieci minuti tornò il silenzio nella stanza e dalla stampante uscì un grafico che Diego le strappò immediatamente. Se lo passarono di mano in mano con Carlo ed erano visibilmente turbati. Allora Camilla saltò sulla sedia e prese il suo screen. Erano una serie di codici e simboli. Una zona nera però prendeva un quarto del grafico.
“Non mi sembra riuscito. Rifacciamolo! Domani avrei da fare. Poi c’è una cosa a cui devo partecipare e devo iniziare a preparare il discorso” disse seccata.
“Pure io” disse Carlo Alberto. La scuola aveva invitato i suoi allievi più meritevoli a una serata blindata, in cui nomi prestigiosi avrebbero preso parte. Questo sperando in donazioni cospicue.
“Devo fare il primo discorso” disse ad occhi bassi Camilla come se ne vergognasse.
“Io l’ultimo e so già di cosa parlerò! Di Karmilla!”
“Ma è fra tre settimane!”
“LO SO! Ma una piattaforma così autocelebrativa non ci ricapiterà più!” Camilla si era rimessa il casco e fu rifatta la mappatura, con lo stesso risultato della zona nera. Camilla, improvvisamente a suo agio, prese il borsone e prese possesso del bagno. Mentre era in bagno, Carlo e Diego parlottarono animatamente. Per Diego la zona d’ombra non era un errore della macchina ma era qualcosa che la macchina aveva visto nell’encefalo di Camilla. Per Carlo non era possibile perché Camilla non poteva avere una massa tumorale così estesa o qualunque essa fosse. Stabilirono che uno dei due si mappasse l’encefalo, e la scelta ricadde su Diego perché Carlo doveva gestire il software dal pc. La mappatura era pulita. Il grafico era simile a quello di Camilla ma più ordinato. Con le striature delle connessioni quasi trasparenti. Quello di Camilla era un garbuglio di linee chiare e scure. Un caos pazzesco dove si percepiva chiaramente come lavorava in fretta la mente della ragazza. Troppo in fretta, in effetti.
“Sembri quasi scemo, amico, in confronto al suo!” disse per sdrammatizzare Carlo Alberto.
“Ma piantala! Falla tu, adesso!!” disse Diego ironico.
“Cosa?” chiese Camilla uscendo dal bagno con un pigiama dai fiori blu.
“Niente! Karmilla Bensa di Cavour dal pigiama fiorellato blu!” disse Carlo mettendosi il responso in tasca.
Diego prese la giacca di pelle e disse che andava a dormire dalla sua ragazza e che sarebbe tornato il giorno dopo, anzi tecnicamente qualche ora dopo. Visto che erano già le due passate. A Carlo parve strano visto che la ragazza di Diego stava a Bologna. Ma sulla porta, fu attraversato da un pensiero, corse da Diego sulla porta e gli chiese se invece aveva intenzione di andare da suo zio, un oncologo che lavorava nell’ospedale di Milano. Se Camilla aveva davvero un tumore era un problema per tutto quanto oltre che umano.
“Ti sta sfuggendo di mano la cosa, amico! Ma io non voglio avere quella ragazza sulla coscienza!”
“Non puoi aspettare almeno tre settimane?? Non può fare una diagnosi su uno stampato!”
“Non so, amico. Ho bisogno di pensare. Non puoi lavorare su un encefalo malato! Solo perché quella cosa che ha nel cervello le fa partire miriadi di connessioni e a noi quelle connessioni servono. A parte che è moralmente scorretto e poi necessita di cure! Il suo cervello finirà per fondere o che ne so io. Potrebbe morire Camilla per quello che ne sappiamo noi. Non essere come tuo padre! Sii meglio di lui”
A quelle parole Carlo deglutì e lasciò il braccio dell’amico che scese dalle scale veloce come un gatto. Chiusa la porta, si sentì chiamare da Camilla che aveva preparato in cucina una tisana con un dolce che aveva trovato in credenza. Si ritrovò a tavola con Camilla e non poteva non pensare se quei occhi così belli non fossero solo frutto di terminazioni neurali causati da un tumore.
“Che mi guardi…” chiese Camilla per spezzare il silenzio.
“Hai gli occhi come il tuo cervello. Uno spettacolo” mormorò talmente piano che Camilla non ne afferrò il senso. "Perché ti devi laureare entro quest'anno? Non è per tua madre, lo sento!"
Gli occhi di Camilla se possibile persero colore e rimasero spenti per un tempo che a Carlo parve infinito. Lo avvolse il dubbio che Camilla sapesse di essere malata. Ma la tristezza improvvisa di lei lo imprigionò in un silenzio tormentoso. Lei senza rispondere si alzò e prese a sparecchiare il breve pasto. Anche Carlo Alberto si alzò con lei e l'aiutò.
Esserle vicino e intuire così tanto di lei lo mise in imbarazzo, i suoi capelli profumavano di the verde. I suoi polsi erano piccoli e la pelle trasparente. Carlo pensò all'avorio oppure ai petali di un fiore chiaro che aveva visto in un documentario. La guardò e le sorrise schizzandola con l'acqua e quando lei si mise a ridere provò un piacere sottile ma intenso. Iniziò a farle il solletico e lei si divincolò finché non si ritrovarono sdraiati sul pavimento della cucina. Camilla smise di ridere e lo guardò intensamente. Lui le accarezzò i capelli che al tatto erano morbidi. Non lo avrebbe mai detto. Poi però all'improvviso ebbe bisogno di aria, e di non averla accanto. L'imbarazzo si era tramutato in disagio dovuto all'attrazione che si stava insinuando fra loro o solo in lui. Non voleva essere infedele a Serena eppure in quei minuti insieme in cucina tutto gli era sembrato così naturale. Così giusto. Così come la sua vita sarebbe dovuta andare, ed essere. Forse L'esperimento Karmilla avrebbe davvero cambiato la sua vita. Sperava solo in bene.

La verità
Le prime ore del mattino passarono in fretta, troppo in fretta, per l'ecosistema di Carlo Alberto che amava l'armonia di ogni mattino. Da che aveva memoria, e se non in casi di malattia, si svegliava all'alba per vedere il mondo svegliarsi. In quei frangenti, si diceva fra sé, era come se la natura gli parlasse e gli sussurrasse i propri segreti nel silenzio generale.
Era in cucina con il suo caffè nero bollente e il sodoku di Diego come tavola da disegno. Stava pensando alle ore precedenti e qualcosa gli rimordeva dentro. Non sapeva definire la sensazione e sebbene la volesse rimuovere, essa ripiombava sempre, come un numero periodico fisso. Sapeva che se voleva andare avanti doveva dargli un valore e un significato ma questo proprio non gli riusciva.
Guardò l'ora e si stupì che Camilla non si fosse ancora svegliata. Aveva detto che aveva impegni fra ospedale e tesi. Si sentiva preoccupato per lei e questa era una sensazione nuova per lui. Essere preoccupato per qualcuno che non fosse sé stesso o sua madre. Ma come se l'avesse chiamata dopo aver formulato questo pensiero, lei sbucò dalla sua cameretta, aveva due occhi gonfi e talmente rossi da sembrare pieni di sangue. La pelle era trasparente e bianca tranne che per la zona occhi che era violacea.
"Cos'hai, Camilla?" chiese Carlo che si sentì male per lei.
"Niente" sussurrò lei appoggiandosi al bancone della cucina.
"Ti ho preparato la colazione..." disse lui, ma le parole si persero nelle sue labbra, quando lei corse in bagno a vomitare. Questa cosa lo spaventava assai, e anche questa sensazione lo spaventava, il sentirsi spaventato da una faccenda di cui non aveva nessun elemento in mano per poterla decifrare. Non vi era abituato, semplicemente.
Uscì dal bagno che sembrava se possibile ancora più piccola. Si diresse verso la zona del progetto. Disse con voce flebile ma ferma: "So di avere una grave malattia all'encefalo. No! Non è una malattia, è una malformazione. In pratica questa malformazione fa lavorare talmente tanto le sinapsi e i neurotrasmettitori che l’encefalo collassa e centimetro dopo centimetro muore. La cosa meravigliosa è che quando non prendo le medicine che servono a intorpidire il mio cervello sono un genio della natura o forse per meglio dire uno scherzo! Vado in ospedale tutti giorni proprio per assumere il medicinale. Me lo sparano direttamente nel cervello, per avere un’efficacia diretta. Ho le pastiglie ma sono acqua in confronto alla puntura" Era dunque questo quello che avevano visto, lui e Diego, nel primo screen. Ed era comunque intorbidita dalla cura. Senza che lui chiedesse niente, lei accese tutte le macchine, anche se lo aveva visto fare una sola volta. Si mise il casco e disse: "Fammi un calcolo matematico più difficile al modo" Le fece una domanda che aveva letto su focus qualche giorno prima. La sua risposta era così fulminea che la macchina non riuscì neanche a catturare il passaggio neurale. Alla terza domanda Carlo Alberto smise perché un rivolo di sangue le uscì dal naso. Chiaramente il corpo entrava in conflitto con quel genere di potenza. Gli venne in mente il motore di una Ferrari montato su una Cinquecento. Seppur di ultima generazione, il motore della Ferrari avrebbe consumato la Cinquecento in breve tempo. Una cosa così. Altri termini non gli venivano.
"Quindi tua madre è in coma per questo tipo di "anomalia"? Ed è anche per questo che tu ti vuoi laureare entro quest'anno?" chiese Carlo Alberto ansimando un po' per la gravità della faccenda.
Dopo un breve momento che a Camilla parve un'eternità in cui Carlo Alberto si ostinava a guardare fuori dalla finestra disse: "Intendo usare il mio dono per Karmilla"
"NO!" gridò Carlo. Lo gridò così forte che per un attimo gli mancò l'equilibrio. In quel momento sopraggiunse Diego, che aveva le chiavi di casa. Guardò tutti e due interrogativamente ma gli bastò guardare Camilla per capire e precipitarsi alla scrivania.
"Che diavolo è questo?" chiese sventolando il nuovo screen di Camilla.
"Il reale cervello di Camilla senza betabloccanti o cosa diavolo assume per intontire il cervello" rispose acido Carlo Alberto come se la cosa lo ripugnasse. In realtà era nel panico più totale. Non riusciva neppure a respirare tanto il conflitto lo agitava. Da una parte quella cosa avrebbe dato risvolti mai sperati per il progetto Karmilla, ma dall'altro avrebbe potuto significare morte cerebrale come era già successo alla madre di lei. Camilla ruppe il silenzio dicendo: "Potremmo trovare anche una cura per mia madre! ... o per me! Sentite, ci ho pensato... ho fatto i calcoli... io arriverei al limite fisico solo dopo un certo tempo. Sì, forse perderei l'uso di molte cose ma a quel punto sareste in grado di aiutarmi a ristabilirmi"
Diego fece una smorfia e le rispose: "Noo! Le cellule del cervello non rinascono se sono morte. Possono rinascere dove c'è vita. Non so come spiegarla questa cosa. Se ti freghi il cervello possiamo solo dare vita a Karmilla o a tutto quello che vuoi ma non al tuo cervello. L'uomo non è in grado e noi siamo solo dei ragazzi. Santo Iddio, noi siamo solo dei ragazzi!!!"
"MA IO SONO GIÀ SEGNATA! NON LO CAPITE CHE NON AVRÒ MAI UNA VITA VERA? MIA MADRE NON È IN MORTE CEREBRALE MA SOLO IN COMA. C'E' SPERANZA PER LEI!" gridò a gola strozzata  Camilla.
"Camilla, basta!! Sei fuori dalla squadra. Non insistere! Non posso! ... io semplicemente non posso..." Detto questo, Carlo Alberto preso il giaccone prese la via della porta. Aveva bisogno di pensare o per meglio dire di allontanarsi da quella decisione già presa.
Camilla cadde in ginocchio in preda alle lacrime e Diego l'abbracciò imbarazzato e confuso allo stesso tempo. La decisione di Carlo Alberto era l'unica cosa saggia da fare. Non potevano sacrificare Camilla in nome di un altare ignoto. Ma un pensiero faceva capolino nella sua mente e infatti chiese: "Camilla, rispiegami tutto dall'inizio, non ho capito una cosa..." Camilla annuì e le raccontò la sua breve storia clinica. Diego di tanto in tanto annuiva rimanendo in silenzio mentre un’idea prendeva forma nella sua testa.

La scelta
Le giornate a venire passarono lente senza che Carlo Alberto sapesse niente né di Diego e né di Camilla. Dentro sé sentiva il peso sofferto della rinuncia e dell’ingiustizia ma si diceva che era la cosa migliore. Per allentare l’atmosfera fece venire da Padova Serena con il piccolo, che fin a quel momento lo aveva visto come un estraneo nella sua vita. Il piccolo Andrea gli somigliava molto ed era molto simile a lui pure nelle più banalissime espressioni del viso.
Mancavano quindici giorni alla gran cena a cui avrebbero potuto far conoscere al mondo dei più Karmilla, ma il progetto era già saltato. Neppure Andrea lo distoglieva dall’ansia dello scorrere nel tempo, di tutto quel tempo che passava inutilmente. Serena con lui era più gentile del solito, aveva smesso di dargli contro e dall’alto della sua algida bellezza vestiva i panni della più tenera fidanzata. Non sembrava neppure lei. Carlo Alberto lo sapeva che quella farsa non sarebbe durata ma aveva pensato che forse ci stesse davvero provando a far rifunzionare le cose fra loro.
Poi una mattina lo chiamò Diego e dalla voce già prometteva guai. Se lo immaginava già l’amico il cui labbro avrebbe iniziato tremare e la vena della tempia destra pulsare violentemente, come se di lì a poco gli dovesse scoppiare.
“Carlo… amico! Camilla è in coma e ha bisogno di te!”
“Che è successo??” A Carlo quelle parole rimbombavano dentro come un’onda che lo attraversava e lo lasciarono tramortito. Corse in ospedale più velocemente che poté. Serena non disse niente e lo lasciò andare. Nella testa di lui il volto della compagna e di tutto ciò che avrebbe potuto essere. Rabbrividì a quel pensiero e smise del tutto di pensare. Entrò nella camera paonazzo dall’ansia e dal troppo correre e la vide lì, fredda e bianca come quasi fosse morta davvero. Guardò la cartella clinica ma il suo cervello non aveva ancora ripreso a elaborare il più minimo dei pensieri. Diego abbassò la testa e poi disse: “Abbiamo lavorato al progetto, senza il tuo aiuto, lo ha voluto lei con insistenza. Abbiamo concluso la nostra parte. Ora manca la tua.” Diego lo guardò con indecisione. Ma Carlo non smise di guardare Camilla distesa sul letto. La voce gli tremava e gli mancavano le parole. Tranne forse: “Pazzi! Pazzi! PAZZI!” l’ultima parola la urlò tanto che un infermiere lo ammonì con lo sguardo.
Diego, senza colpo ferire, alla sfuriata dell’amico rispose: “Laboratorio di tuo padre. Stasera. Glielo devi”
“Io non devo nulla a nessuno!” lo guardò furioso Carlo.
“Ti ha scritto questa lettera” rispose di rimando Diego con un bisbiglio. Carlo prese la lettera e uscì dalla stanza. Non aveva mai fumato ma se mai ci fosse stato un giorno ideale per iniziare, quello sarebbe stato il giorno giusto. Diego lo seguì in corridoio e disse solo a mo’ di saluto: “Dio solo sa quanto il mondo ha bisogno di pazzi come noi” e poi se ne andò rimarcando il bisogno che lui ci fosse quella sera.
La lettera diceva:
Carlo, amico mio. So che in questo momento sarai furioso con me e con Diego, in quanto se Diego ti ha consegnato questa lettera, io sarò in coma e il progetto è stato terminato. Non è stato facile portarlo avanti senza la tua mente illuminante, ma grazie forse al periodo senza medicinali ci siamo riusciti! Capisci? Karmilla è pronta, sotto forma di dati. Adesso manca solo che tu li raccolga e faccia il miracolo, li metta nel tuo database e li tramuti in un’applicazione che poi diverrà: Karmilla. Lo so che starai pensando che ho buttato via la mia vita, ma invece io penso che invece grazie a Karmilla ne avrò una nuova. Grazie a te io vivrò ancora. Ho solo bisogno che tu raccolga la sfida e mi ridai la vita. Mancano un paio di settimane alla famosa cena. Se ti applichi puoi farcela. Diego ti aiuterà se glielo permetterai. Sai, è stato bello conoscerti, signor Carlo Alberto Garante!!
Lesse quella lettera non una ma almeno dieci volte. Poi entrò nella stanza e la vide sul letto. Era ancora arrabbiato con lei e con Diego, anche per il tradimento di aver fatto le cose di nascosto. Ma man mano che passavano i minuti, la rabbia scemava fino all’insorgere delle lacrime. Si avvicinò al letto e le prese la mano libera dai tubicini che la collegavano ai macchinari. Ma riuscì solo a dirle: “Mi mancherai, Camilla. Questa cosa l’avrei voluta fare con te. Non per te” e le depose un bacio nella tempia e uscì dalla stanza senza voltarsi più.
Di ritorno a casa, Carlo Alberto vide che Serena lo aspettava arrabbiata sul divano dell'entrata.
Non fece un passo in casa che si sentì dire: "Per cosa ci hai chiamati a fare? Non siamo giocattoli! Se vuoi una famiglia te la devi saper curare! Smetti di fare il bambino viziato! Domani porto via Andrea, torniamo a Padova, dove io ho una vita!" A quelle parole Carlo Alberto fu trafitto dalla rabbia e dal risentimento per quella ragazza insensibile, pensare che una volta era stata l'amore vero della sua vita.
"Andrea non me lo porti via. Ha bisogno di suo padre per crescere!"
"ALLORA FAI IL PADRE" gridò Serena correndo in camera a piangere. Carlo le corse dietro ma realmente non seppe che dirle. Allora prese dunque la sua giacca di pelle perché in moto avrebbe avuto freddo e si avviò verso la porta, questa volta fu lei a corrergli dietro e gli gridò: "Dove vai adesso?"
"Esco. Vado al laboratorio di mio padre. Ho da fare"
"Se esci adesso... Non mi troverai al ritorno. Né me né Andrea"
Sotto queste parole cadde il silenzio e il gelo e improvvisamente Carlo Alberto seppe cosa fare.

Il tradimento
Diego girava per la stanza insicuro. Se conosceva bene Carlo, sarebbe venuto, ma al quel punto non ne era più sicuro di niente. La ricomparsa di Serena, misteriosamente voluta da lui e l’allontanamento da quel progetto a cui teneva tanto. Diego ripensò alle settimane precedenti, erano state un delirio di onnipotenza. Certo, Camilla si era ridotta maluccio parecchie volte ma aveva dato ottimi risultati. Quella ragazza era stupenda. Si mise seduto e chiuse gli occhi ripensando a quell’ultima sera in cui si erano parlati. Aveva i capelli raccolti e la maglietta leggera che lasciava intravedere il piccolo seno chiaro. Aveva già vomitato un paio di volte e le vene chiare erano già divenute rossastre. Mancava il test finale con il macchinario e poi tutta la parte di Carlo Alberto. Diego sapeva che non poteva farcela ancora per molto Camilla ridotta così. Temeva che sarebbe svenuta un’altra volta. Ma quella sera non erano a casa sua ma erano entrati di soppiatto nel laboratorio del padre di Carlo Alberto, per cui sarebbe stato un casino chiamare l’ambulanza. Entrare era stata una violazione, era vero, ma avevano bisogno dei macchinari del “vecchio becero” come lo chiamava il figlio nei periodi bui. C’era poco da fare, in quella storia, l’onestà e la moralità andavano messe da parte. Camilla aveva rischiato troppo per perdersi in sciocchezze simili. Camilla era sdraiata in un lettino ed era collegata ad un computer enorme. Se i suoi calcoli erano precisi, il risultato di quella specie di tac sarebbe dovuto essere simile al loro piccolo casco. Se il loro casco funzionava, sarebbe poi partita la parte dell’app, parte a cui avrebbe dovuto partecipare per forza Carlo Alberto, in quanto unico programmatore ed esperto informatico. Diego era un matematico e all’occorrenza un meccanico ma di programmare un così delicato software non era in grado in così poco tempo. Ci voleva il genio di Carlo Alberto, ne era troppo sicuro. Anche se dopo quelle ultime settimane, i sentimenti per l’amico erano mutati e alle volte aveva desiderato escluderlo anche dalla seconda parte. Aveva provato un nervoso simile alla gelosia quando Camilla continuava a nominarlo, specialmente all’inizio. Ma poi aveva smesso e si era placata. Camilla quella sera aveva guardato Diego più intensamente del solito e aveva detto: “Se il Casco funziona, devi promettermi che metterai questi file nell’app che Carlo creerà. Sono una parte di me. Sono già crittografati, pronti ad essere inseriti in un’intelligenza artificiale”
“Cosa intendi per parte di te?” chiese Diego lievemente ingelosito.
“I miei pensieri crittografati. Non posso spiegarti. Ho troppo mal di testa. Facciamo sta cosa e usciamo da qua. L’ansia peggiora la nausea” Le era sceso un rivolo di sangue dal naso. Diego l’aveva tamponata e lei fermandogli il braccio aveva detto: “C’è poco tempo, Diego. Tu mi devi promettere che aiuterai mia madre. Ho calcolato che mi manca poco dal punto di non ritorno. Questa sarà l’ultimo test. Dai i file a Carlo e usate l’app su mia madre. Potete salvarla”
Erano talmente vicini che Diego poteva sentire il leggero respiro di lei. Sapeva di menta ma aveva striature chimiche dovute ai medicinali. Siccome lei non gli mollava il braccio, lui acconsentì. Aveva gli occhi più grandi e lucidi del solito e Diego si sentì spinto a baciarla. Non gli era mai capitato un impulso simile con nessuna, eppure ora con il senso di leggero addio nelle parole di lei, era tramortito dal desiderio di non cambiare nulla della loro quotidianità. Erano state divertenti e allucinanti le ultime loro due settimane insieme. Avevano alloggiato a casa sua a Padova. Si erano scoperti amatori degli stessi film e della stessa marca di vino. In quell’istante capì cosa poteva avere spinto Carlo Alberto a rinunciare al progetto ma ormai erano troppo avanti e tutta la storia doveva essere portata fino alla fine.
Lei non disse nulla, chiuse solo gli occhi. Non era stata granché come reazione, aveva pensato Diego, ma non c’era troppo tempo per stare a decifrare le reazioni femminili. Spinse la leva e il colosso di spie e bottoni prese vita. Quando la macchina smise di ronzare e la stampante iniziò a stampare il tracciato, Diego andò da Camilla che era ancora sdraiata ad occhi chiusi. Era sudata e arrossata e le mani avevano leggeri spasmi. Il tracciato era simile a loro. Il casco ufficialmente funzionava.
Camilla tremava e rideva e Diego in modo diverso anche lui tremava e rideva. Erano emozionati come due bambini. Una felicità simile non l’avevano mai provata. Mise Camilla in macchina e poi chiuse il laboratorio dopo che riordinò tutto con meticolosità. Ora dovevano solo convincere Carlo Alberto a collaborare e Camilla gli aveva confidato un piano.
Il freddo della sera aveva dato una sferzata alla rabbia di Carlo Alberto, ma sebbene un certo senso di colpa si insinuasse in lui, la moto schizzava verso il laboratorio del padre. Diego era lì che lo attendeva ma non aveva più lo sguardo aperto e solare di sempre, era uno sguardo più vecchio e consumato. Questa fu l'impressione di Carlo Alberto quando si salutarono come avevano fatto un miliardo di volte alla maniera di Spock di Star Trek. Diego stava dicendo a Carlo Alberto in modo tutto concitato che la tac e la risonanza magnetica fatta qualche giorno prima avevano dato gli stessi risultati, dunque il casco funzionava. Gli mostrò gli esiti di Camilla, sia della macchina sia del casco. Ma lui non disse nulla. Nel suo cervello mille voci gridavano insieme, e non ultima quella che gli gridava di tornare da Andrea, suo figlio. Ma con gli esiti in mano e Camilla in coma, nulla sembrava avere importanza. La prima parole che rivolse a Diego furono: "Ma uscirà mai dal coma?" Diego abbassò gli occhi e disse che non lo sapeva ma intuiva che non era un vero coma, era solo un Black out temporaneo che ovviamente presagiva quello permanente se la ragazza una volta sveglia avesse continuato la sua attività celebrale in modo intenso e continuo. Con intenso e continuo i dottori tenevano un ampio margine e auspicavano che interrompesse ogni attività universitaria e di studio.
"Hanno detto che per certo periodo dovrà fare vita da pensionata" disse Diego per spezzare il silenzio.
"E la sua laurea?" chiese Carlo di colpo, di nuovo furente. Diego in risposta gli diede la chiavetta con i file da inserire nel programma. "Questa è lei, ha detto, inseriscili in Karmilla" Adesso avevano tutte e due gli occhi rossi ma nessuno dei due permise all'altro di piangere.
Il vecchio becero aveva un mega pc, che un tipo gli aveva passato per conto di certi favori che lo studioso aveva svolto per loro. Sebbene fossero passati due anni, era ancora un modello che il mercato si sognava. Il vecchio lo aveva tenuto lontano dal suo pc quasi con violenza e non solo dal pc. Carlo Alberto a sua insaputa lo aveva hackerato non molto tempo dopo per scoprire che il padre non era il benefattore che tutti credevano ma un omuncolo che speculava sul prossimo e soprattutto sui giovani neolaureati. Il ricordo di quei giorni aumentò la nausea che sentiva crescere di minuto in minuto. Tutto ad un tratto disse guardando il vuoto: "Il Porco ha venduto il caso di mia madre a una multinazionale farmaceutica e con il tempo che ha sprecato ad imbrogliare il prossimo poteva guarirla, sai? Aveva trovato la cura ma invece di iniziarla ha voluto il solito palcoscenico e intanto mia madre è morta. Che sia maledetto. Da quel giorno ha smesso di essere mio padre"
"E sei andato via da Padova. Quindi non sei fuggito da Serena ma da tuo padre..."
"Già un porco pure io... Tale padre tale figlio" Diego sapeva qualcosa, perché in passato gliene aveva parlato, ma rimase lo stesso destabilizzato dal vedere l'amico così aperto e sincero anche se in maniera aggressiva e spietata. Allora gli poggiò le mani sulle spalle, lo fece girare verso di lui e gli disse: "Tu non sei tuo padre. Smettila, amico, di distruggerti con questo pensiero. Tu sei meglio perché sei sopravvissuto a lui"
"E che ci faccio qua, Diego? Un BUON padre a quest'ora starebbe con suo figlio. Mio padre starebbe qui..." Nel dirlo mostrò tutta la sua afflizione.
"Perché la donna che ami ha bisogno di te e tu e Serena avete smesso di amarvi molto tempo prima che nascesse Andrea" Sorrise autoironico alle sue stesse parole, che erano un bell’autogoal ma era anche l'amicizia che li legava a parlare. Lui non aveva mai avuto affetto per Serena e ora meno che meno. Serena era la stessa donna che da una parte gli aveva impedito di stare con la madre morente con le paranoie da gravidanza e dall'altra, quando lui era sfuggito più per il padre che per lei, non aveva alzato un dito per farlo ragionare e restare. Lei non lo voleva a Padova e nemmeno a Milano. Lo voleva solo castigare per averla messa incinta. Come se il sesso non si facesse in due. Era sempre tutta colpa di Carlo Alberto. Sempre. Lei voleva lavorare in tv, ora non poteva fare altro che la madre. A quelle parole si riscosse e si rigirò davanti al pc mormorando un grazie. Non c'era tempo da perdere ma dopo che ebbe avviato il potente pc, Carlo Alberto sentì Diego armeggiare con le chiavi e il giubbotto. Si girò di scatto e gli chiese dove stesse andando. Aveva preso per scontato che sarebbe rimasto lì come aveva sempre fatto. Evidentemente le cose erano cambiate fra loro fino a quel punto. Diego rispose imbarazzato che stava tornando in ospedale da Camilla, che tanto in laboratorio non sarebbe servito a nulla, nemmeno in ospedale a dir la verità, ma si sarebbe sentito meglio a stare accanto a Camilla caso mai si svegliasse. Carlo Alberto si riavviò i capelli nervoso, ma non poté fermarlo, perché anche se Diego gli aveva detto che Camilla era la donna che amava, Camilla non poteva esser sua comunque. Lui aveva Serena, e in fondo non lo sapeva se amava davvero quella ragazza o l’esperimento nel suo insieme. Di vero c’era solo che Diego ne era preso al tal punto che aveva preferito stare al suo fianco che bearsi dell’esperimento che prendeva effettivamente vita. Eppure la cosa gli dava un fastidio infernale. Ma man mano che inseriva i dati e le stringhe, i simboli e i comandi e che configurava pacchetti di software diversi fra loro ma tutti collegati a Karmilla, la musica dei Pink Floyd gli scivolava dentro e gli scavava l’anima intorpidendolo così che passarono le ore e i giorni e non vide né sole e né buio, bevve tanto caffè e mangiò solo quello che Diego responsabilmente gli portava una volta al giorno. Dormì innumerevoli volte alla scrivania, tanto che un paio di volte cadde dalla poltrona girevole. Ma alla fine ci riuscì a finire, e mentre stava per chiudere si ricordò della chiavetta con i file di Camilla. Era un pacchetto di file crittografati e a giudicare dal tipo di crittografia, di tipo quantistico, per decriptarli ci sarebbe voluto un sacco di tempo che non avevano perché ci voleva una chiave che trasformasse il cifrario di Vernam nel testo originale. Sebbene avesse la curiosità alle stelle, dovette rinunciarvi e inserì i file così come erano; sarebbe stato il programma stesso a decriptarli e trasformarli in file utili per il sistema. L’immensa perdita di testa stava nel cercare nel sistema la chiave. Cosa possibile ma faticosa e lenta. Lo aveva fatto apposta, lo sentiva, ma perché? Cosa contenevano quei file?
Il mattino successivo, all’arrivo di Diego, fecero la prova “app” pre-conclusiva anche perché quella definitiva sarebbe arrivata molto tempo dopo perché il beta è sempre più semplice del programma che poi va effettivamente sul mercato. Innumerevoli parametri mancavano ancora per dargli una linea professionale accattivante. Per ora Karmilla aveva una linea semplice e monocolore. Con comandi basic, quelli giusto per dare l’idea che l’app funzioni. Volare basso per poi sorprendere tutti in secondo tempo. Questa era l’idea di Carlo Alberto, ma Diego non era molto d’accordo su tutta quella semplicità. Ebbero un battibecco in cui Diego accusò Carlo Alberto di non essere mai stato così minimalista in tutta la sua vita. In effetti era vero, Carlo Alberto era molto portato a mostrarsi, era glamour, dandy, ma in quel caso sapeva che la linea a bassa quota era meglio che a gamba tesa. Il grido tipo “adesso vi faccio vedere come spacco il mondo” non poteva funzionare con quella gente che se la credeva da una vita. Lui c’era nato, ci voleva una sottile umiltà e poi Karmilla avrebbe fatto il resto. Diego fece spallucce e non insisté oltremodo. Si fecero un beta-test a vicenda e nel suo insieme e a menti normodotate nulla suscitava interesse seppur tutto funzionasse dovutamente. A quel punto sarebbe servita Camilla con il suo speciale encefalo per attirare l’interesse. Diego la buttò lì così come idea. Ma a Carlo Alberto non piacque minimamente. Rispose che un cervello in stato comatoso non era il massimo da far vedere a una platea “pagante” e poi chiese d’istinto: “Come sta Camilla?” La risposta dell’amico fu: “Sta” e poi nulla più. Ma non ebbe il tempo di chiedere altro perché Diego disse che Carlo Alberto doveva riposare in quanto quella sera c’era la loro serata. A Carlo Alberto parve ragionevole e si diedero appuntamento quattro ore dopo. Scivolò in un sonno senza sogni a parte due pianeti che avevano la forma di due occhi che nel sogno lo vegliavano.
Serena era tornata a Padova e non gli rispondeva al telefono, si disse che se l’era meritato ma che a tempo dovuto avrebbe appianato le cose fra loro. Si fece questa promessa mentre si metteva lo smoking dopo la doccia. Esitò davanti lo specchio domandandosi se farsi la barba o no, ma poi se la fece perché un giorno Camilla gli aveva detto che era più bello senza barba che da senzatetto e da quel giorno senza rendersene conto se la faceva sempre. Prese il prezioso cellulare che conteneva la sua preziosa app e il casco e uscì di casa.
Un bip attirò la sua attenzione ma non riusciva a capire da dove venisse, erano ormai dieci giorni che lo sentiva ma la fretta lo distolse, prese un taxi e si avviò al locale, che in realtà era un grande hotel, dove si svolgeva la serata. Carlo Alberto si era appena seduto nel taxi quando un altro bip ruppe il silenzio dell'abitacolo. Il tassista guardò appena Carlo Alberto, perso nei suoi pensieri e dalle sue profonde rughe che gli solcavano il viso traspariva che doveva avere tanti di pensieri. Invece Carlo Alberto si fece prendere dall’agitazione, ora non erano nel laboratorio dove aveva pensato che il bip provenisse da qualche macchina messa in standby dal padre. Lì nel taxi aveva solo il suo cellulare dove non vi era nessuna notifica, la ventiquattr'ore con le scartoffie legali di Karmilla, che essendosi appoggiata in alcune funzioni a terze parti per motivi pressanti di tempo, dovevano essere accompagnate da varie licenze e contratti tutti rigorosamente stampati. La maggioranza scarica un’app e valuta anche abbastanza superficialmente il suo contenuto. Basando il proprio giudizio sulle proprie necessità e su quello che visibilmente vede. In realtà anche solo far rotolare un topo con una palla è un comando lunghissimo da inserire, senza usare piattaforme e moduli altrui. Senza pensare all'interfaccia che dovrà avere con un layout preciso, colore e carattere e un programma che li disponga. Poi bisognerà dire al topo come rotolare, a quale velocità, a quale comando ubbidire e quale no. Un domani, nei pensieri di Carlo Alberto, Karmilla sarebbe stata interamente sua, ma quel primo beta doveva entrare in scena essenzialmente così. Conosceva la sua scuola e in quel mondo se l'idea era buona tentavano di bloccarti su qualcosa, per riuscire a prendere tempo e pensare a come fregarti, possibilmente legalmente, la tua invenzione. Suo padre avrebbe agito così. Lo aveva visto all'opera più di una volta.
Carlo Alberto aveva in mano il telefono con l'app quando da essa partì un bip nel momento stesso in cui il tassista frenò di colpo e Carlo andò a sbattere sullo schermo del telefono. Nulla di grave, solo un lieve rossore accompagnato da fulmineo dolore. Ma Io schermo del telefono prese a vibrare e lo schermo si illuminò con la scritta in giallo: Connessione remota attivata.
Connessione remota? Lui non aveva inserito nulla di tutto questo. Quindi il bip era una ricerca di connessione e ora lui involontariamente gli aveva dato l'ok... ma a cosa? Per cosa? Questa era senza dubbio opera di Camilla, di quei file, ma non riusciva a capirne la motivazione.
Un breve fruscio di frenata e un mormorio del conducente gli fecero capire che erano arrivati. Pagò la corsa ma non fece nemmeno in tempo a entrare che il rettore e i suoi leccapiedi gli vennero incontro. Il rettore sarebbe stato anche una persona gradevole se non fosse stato tanto amico del padre. Chi era amico del diavolo tanto santo non poteva essere. Con i suoi soliti modi ossequiosi gli disse che la scaletta per evidenti motivi era cambiata e quindi avrebbe dovuto fare il primo discorso.
Carlo Albero chiese chi avrebbe fatto quello di Camilla; un lieve imbarazzo passò negli occhi degli astanti, ma in risposta ebbe una risatina academica e una pacca sulla spalla e poi si dileguarono in fretta e furia. Carlo Alberto, ancora più destabilizzato, cercò nell'atrio Diego ma non lo vide, lo cercò per via telefonica ma c'era ancora la segreteria inserita. Voleva aggiornarlo sul cambio e gli sembrava ancora più strano che il suo più che puntualissimo amico non fosse già lì. Diego era irrimediabilmente cambiato. Andò in bagno per schiarirsi le idee e riformulare il suo discorso, che adesso doveva prendere tutto un altro carattere. Il suo incipit doveva avere la forza necessaria per catturare e lasciare in bilico il pubblico. I presenti dovevano aspettare l'ultimo discorso... anzi tecnicamente il dopo ultimo discorso. Sarebbe entrato in scena di prepotenza comunque, e avrebbe presentato Karmilla nella sua essenza. Volenti o nolenti. Si specchiò dopo essersi sciacquato il viso e con l'indice sfiorò lo schermo per darsi coraggio. Sennonché, dopo un breve istante, sentì una voce dire: "Respira, ce la farai" Attonito, si guardò attorno ma c’era solo lui nel bagno. E quella voce era di Camilla. Guardò l'app ma non dava segni di vita finché non si rianimò ancora alla pressione del suo indice e con voce stridula Camilla diceva: "Quello è suo padre... Il Dottor Garante è qui... Carlo Alberto, tuo padre è qui..." Poi più nulla. Uscì di corsa dal bagno, ora l'atrio era pieno di persone ma di Diego nessuna traccia. L'istinto di Carlo Alberto iniziò ad avvertire che qualcosa non sarebbe andata come avrebbe dovuto. Camilla era lì? Era uscita dal coma? Probabile perché era solo temporaneo. Perché Diego non glielo aveva detto? L'istinto da guerriero fu seguito da quello matematico e quindi la prossima domanda che si fece strada in lui fu se c'era una connessione fra la venuta del padre e la mancanza di Diego. Probabilmente anche Camilla era lì e lo stava avvisando. Uscì fuori e premendo l'indice disse e pensò: "Camilla, dove sei?" Ma nulla pervenne dal telefono. Una mano, nel mentre, richiamò la sua attenzione, doveva andare dietro le quinte. Fra poco sarebbe toccato a lui.
Fece un sospiro e dall'app, con una flebile voce, Camilla disse: "Ho mal di testa. Gli occhi presto sanguineranno ancora..." Per Carlo Alberto fu agghiacciante, era la conferma che Diego aveva portato lì Camilla... ma con l'autorità di chi era uscita dall'ospedale? Con l'autorità di suo padre! All'istante Carlo Alberto capì che Camilla era lì senza betabloccanti e suo padre avrebbe fatto l'ultimo discorso. Suo padre o Diego. L'amarezza del tradimento non lo fece respirare. Ma durò poco, era troppo figlio di suo padre per perdersi in quel momento in simili pensieri. Avrebbe pagato poi... d'istinto capiva che per Diego l'autorità e il rispetto di cui godeva il padre erano essenziali. L'appoggio del vecchio becero gli avrebbe garantito il successo sull'impatto dell'interesse academico. Non aveva ancora capito che Pier Paolo Garante non avrebbe portato mai nessuno alla gloria se non lui stesso? Aveva sacrificato la donna che diceva di amare per il suo ego. E aveva anche defraudato i suoi giovani pupilli delle migliori idee impossessandosene e facendole divenire sue. Ma oltre la scelleratezza di Diego, il problema rimaneva un altro... cosa avrebbe fatto ora lui? Quale contromossa avrebbe attuato in così breve tempo per salvare Camilla?

La metamorfosi
Di Camilla al padre non fregava niente ma conoscendolo sicuramente aveva indotto il risveglio solo da poco... forse da quando aveva iniziato a sentire i primi bip che tentavano una connessione con lui. Ma ora era in piena attività... Sicuramente il disagio e lo stress, se non anche il timore, la stavano rapidamente consumando. Mentre si avviava verso il proscenio, schiacciò con l'indice l'app e disse: "Karmilla Bensa di Cavour, questa cosa è una diavoleria che mi dovrai spiegare prima o poi... Però adesso smetti di aver paura. Smetti di pensare. Ti fa male. Io sono con te. Segui me. Chiudi gli occhi e ascolta me. So che ti è difficile ma se non rilassi il cervello ti si brucia entro poco. Mi servi, Camilla... mi sei importante. Non mi interessa l’app.… voglio che tu sopravviva almeno un altro po' con me. Allora Karmilla... rosso mal di testa forte. Giallo si sta attenuando. Verde stai meglio"
Guardò il display e pensò che quella nel suo mondo era la più grossa dichiarazione d'amore che aveva fatto. Di Diego nessuna traccia e neanche di suo padre. Toccò il display e una vocina gli disse: "Amaranto" Che razza di colore poteva essere? La solita fissazione delle donne nel complicarsi la vita, che partiva già dal mettere stupidi nomi ai colori base.
Amaranto... quindi rosso...
"Karmilla, parla da uomo... rosso, giallo, verde. Ok?"
Un respiro di risposta e poi un annoiato rosso di risposta.
Glielo doveva dire anche se stava male... che si chiamava fuori dal progetto... "Camilla... lo so che stai male ma ti devo dire che oggi mi chiamo fuori dal progetto. Nella squadra con mio padre non ci sto..."
"Giallo" rispose Camilla, che significava che approvava.
"So che ti deluderà la mia scelta... è solo che... che..." le parole non volevano uscirgli dalla gola.
"Rosso" Camilla non approvava. Era dalla sua parte. Il sollievo era quasi imbarazzante. A quel punto sapeva cosa fare.
"Karmilla, adesso ascolta la storia che sto per raccontarvi e poi ti prendo e ti porto via" Un verde come risposta fu il massimo che poteva sperare. Con passo elegante e felino percorse il breve tratto dalle quinte al microfono. In prima linea, come era prevedibile, Diego e suo padre e Camilla, impeccabilmente vestita. Diego aveva la faccia scura e il padre invece tronfia e compiaciuta. Un odio viscerale gli mescolò le budella. Se non fosse stato per Camilla non si sarebbe trovato sul podio con loro davanti a parlare di un progetto che era matematico che di lì a poco non sarebbe stato più loro. Con la sua voce equilibrata iniziò: "Buonasera signori e signore, stasera inizierò la kermesse raccontando un aneddoto sul mio illustre padre, qui oggi presente fra noi..." Il padre smise di sorridere e lo guardò con i suoi piccoli occhi da squalo.
"C'era una volta un filosofo che si chiese cosa fosse nato prima, se la gallina o l'uovo... tuttora il dubbio è fra noi... ma c'è chi per scoprilo vivisezionò sia l'uovo che la gallina per scoprire che forse dopotutto risposta ancora non c'era... ma la storia prosegue così..." Il suo discorso era improntato su suo padre e non citò mai la sua invenzione. Le sue parole erano incentrate sul far ricadere una luce oscura su di lui. Tanto che riuscì a spegnere il sorrisetto del padre e accendere quello di Camilla. Uscito di scena, si trovò davanti Diego furente.
"Che ti è preso?? E di Karmilla??"
"Lascio a voi l'ultimo discorso. Ma se credi che mio padre ti lasci la gloria e il merito ti sei giocato il cervello oltre che l'amico"
"Non stai iniziando una guerra con me o solo con tuo padre ma con loro?" Tremava nel dirlo. Aggiunse: "Loro credono che non solo si può mappare il cervello ma attraverso determinati stimoli mandargli impulsi con determinate informazioni... a livello terapeutico... e... e molto di più di quello che avremmo fatto noi... avevamo bisogno di tuo padre per questo..." Diego gli teneva il braccio ma con uno strattone si liberò. "Loro chi?? Vogliono influenzare la massa tramite Karmilla e tu lo chiami terapeutico? Ma lasciami andare..." Carlo Alberto lo spinse via, dopo quelle parole era preoccupato per Camilla, seduta nei primi tavoli. Doveva portarla via da lì assolutamente. Ma non arrivò in tempo. Lei non c'era già più. Né lei né il padre. Ritornò dietro le quinte e cercò il direttore di scena e gli chiese di chi fosse l'ultimo discorso... egli rispose che era del rettore.
Questa notizia poteva avere due significati: o il padre aveva deciso che non era più il momento giusto oppure anche il rettore era complice.
Cercò nei camerini ma niente. Di loro nessuna traccia, perfino Diego era sparito. Improvvisamente ripensò al laboratorio e a tutte le informazioni che vi aveva lasciato. Si era detto che quella notte dopo la serata avrebbe ripulito tutto, ma era stato un grave errore aver rimandato. Corse a prendere un taxi ma quando arrivò non c'era più niente da fare, il potente pc non c'era più. Adesso il mal di testa iniziava ad averlo lui. Ma poi si ricordò quello che gli aveva insegnato un vecchio tibetano, la regola della respirazione con la pancia.
Chiuse gli occhi e ispirò a fondo, fino a sentirla a polmoni pieni fin quasi nella pancia, appunto. Poi espirò con lentezza ascoltando il suo ritmo cardiaco. Lo rifece tre volte e in quel momento non pensò a nulla se non ad un profumo di sua madre, che era simile a quello di Camilla. E una musica di un carillon con una ballerina che danzava. Sentiva la voce di sua madre che dondolava nella sedia a dondolo canticchiando: Ballerina son io che nel cielo svetto. Ballerina son io che son fatta di aria e vento.
Ballerina son io che in punta di piedi volgo, volteggiando, il giorno con la notte. Ballerina son io che...
"che aspetto il mio schiaccianoci con cui mi è dolce danzar, vivere e amar" completò a voce Carlo Alberto. La cosa grottesca era che lei amava davvero suo padre, e credeva davvero che un giorno sarebbe guarita per mano sua. Povera anima buona. Carlo Alberto sospirò ma ricominciò a pensare lucidamente.
Doveva sentire Camilla, per prima cosa ma doveva capire in che modo lei comunicasse con lui... telepaticamente? A voce? Se voleva salvarla doveva capire in fretta come funzionava la loro comunicazione. Pensò ancora una volta ai file crittografati da Camilla. E con sua somma sorpresa trovò la chiavetta dove l'aveva lasciata per sbaglio. Nel portacenere, sommersa dalle bucce dei pistacchi. Qualche volta il disordine pagava. Sorrise.
Decise di riprovare comunque a comunicare con lei.
Avrebbero usato Dante come chiave di lettura.
Mise l'indice sull'app e disse: "Camilla, usa Dante per rispondermi. Dove sei? Stai bene?"
Dopo poco rispose lentamente: "Un mare nero m'inghiotte"
Questo non era sicuramente Dante... pensò accigliato Carlo Alberto... ma poteva voler dire qualcosa lo stesso...
Risposta incongrua ma pertinente poteva voler dire che... Non potesse parlare? Questo l'aveva già escluso qualche ora prima. Anche perché tipi intelligenti come Diego o suo padre l'avrebbero già sgamata se l’avessero vista parlare da sola.
In cervello fosse in esaurimento? Cosa poco compatibile con il tipo di risposta.
L’avessero sedata? La cosa più probabile.
Aveva concluso, anche, senza avere certezze ovviamente, che i suoi neuroni tramite i neurotrasmettitori mandassero degli impulsi ad un chip posto chissà dove e questo chip poi li avrebbe ritrasmessi all'app che in base ai file crittografati li avrebbe tramutati nella sua voce. In caso contrario sarebbe stato app-chip-neuro trasportatori-neuroni.
Decise di tornare a casa propria per farsi una doccia, levarsi lo smoking e decidere il da farsi sui file. Doveva trovare quella benedetta chiave di lettura anche se non era neanche sicuro che una volta decriptati gli potessero essere davvero utili. Magari erano solo file di servizio utili all’app.

La caccia
Dopo un paio di messaggi a vuoto propese per la sedazione che era in fondo il male minore. Ripensò a quello che nei tempi morti fra un’istallazione e un'altra aveva letto sulla malattia che aveva creato la malformazione sull'encefalo di Camilla, malattia che inserivano nella categoria morbo, raro ma letale, e girovagando sul web in siti medici veniva specificato che far dormire il paziente non era di nessun sollievo, anzi dormendo il cervello lavorava ancor di più, senza che nessuno lo fermasse tra l’altro. Quindi si era riscontrato che solo una forte dose di betabloccanti di un certo livello, che venivano venduti su ordinazione di uno specialista, e somministrati direttamente in loco, poteva portare un vero ma palliativo sollievo. Si era anche riscontrato che il soggetto lasciato libero nel sonno aveva picchi altissimi di attività cerebrale che davano luogo a sogni e che più che sogni erano vere realtà alternative, visioni futuristiche e creazioni di complessi progetti come metropoli se non veri e propri mondi paralleli. Le visioni oniriche andavano da soggetto a soggetto e in base al vissuto e le caratteristiche singole. Si era anche evidenziato che fra i già rari casi, erano ancora più rare le manie suicide. Nota strana finora, per quanto letale potesse essere, poche erano le morti comunque pervenute. L'ultima nota gli era rimasta sospesa, come fosse una chiave di lettura di altri ulteriori ragionamenti, ma l'ipotesi complottista gli risultava tuttora azzardata o esagerata. Ma qualcosa c'entrava...
Erano tutti pezzi di un puzzle che al momento aveva tutti i dettagli che sembravano anacronistici fra loro ma che sapientemente ricollegati davano origine al quadro generale.
Povere stelle senza cielo, ripensò tristemente, come facevano ad avere un futuro questi soggetti? Una famiglia, anche solo un equilibrio… poi ripensò a Camilla a scuola e si ridisegnò nella sua mente in una veste struggente ma anche di meraviglia per il modo in cui per anni aveva celato a tutti il suo segreto. La propria malattia, quella della madre, il padre ormai mentalmente andante… e adesso questa cosa di Karmilla. Sentì di nuovo prepotente il bisogno di trovarla e salvarla. Anche se al momento non sapeva né come dovesse salvarla e né da chi…
Non convincersi di niente, tenere presente tutto. Ritornò mentalmente al presente.
Cercò di ricontattare Diego ma aveva il telefono spento, su WhatsApp l'ultimo accesso era antecedente alla serata. Poi più nulla. Allora aveva provato a geolocalizzarlo ma niente e ad entrare usando l’ip dell’amico con un exploit apposita alla versione del sistema operativo di Diego e attraverso il comando nmap, così da poter avere il completo controllo sul suo cellulare. Ma il risultato era stato negativo, in parte perché il suo migliore amico aveva dei firewall che Babilonia da conquistare fatti più in là... Poi li aveva creati appositamente lui stesso per l'amico, erano di tipo speciale. Ed era talmente efficiente che lui stesso non era in grado di disinserirli. I suoi firewall non solo facevano da muro ma spiavano chi tentava di spiare o mandare virus. Comunque cominciava a sospettare che il telefono fosse stato abbandonato chissà dove... Iniziava anche a temere per la vita anche di quello scellerato di Diego.
Allora era passato al cellulare del padre e le cose erano andate diversamente, altra generazione, la geolocalizzazione lo dava nel suo laboratorio lì a Milano ma attraverso il suo cellullare si vedeva il buio di un cassetto e zero rumori, manco coi booster degli altoparlanti potenziati a manetta si sentiva la più piccola vibrazione.
Carlo Alberto appoggiò i piedi sulla scrivania e si massaggiò depresso le tempie. Quando fu attraversato da un pensiero… pensò di aver tralasciato l'unica più visionaria ed evoluta del quartetto: Camilla! Certo come non aver provato prima con lei...? In passato stalkerarla non era stato difficile, ma forse probabilmente perché Camilla stessa voleva essere trovata e permetteva di essere spiata. E oggi ancor di più... certo, le informazioni passate erano state misere e noiose ma quelle di oggi forse no. Lei in fondo lo doveva aver previsto un piano b. Il padre, anche prevedendo un attacco hacker, non poteva prevedere una Camilla visionaria che aveva previsto già tutto in qualche sua lunghissima notte. E comunque ci sperava.
Geolocalizzazione: Laboratorio Milano. Dimenticanza? Non credeva proprio...
Telecamera a infrarossi con microfono multidirezionale attivato, in pratica ovunque dirigevi il raggio potevi guardare tutto ciò che il raggio attraversava. Genialata pura. I risultati finivano davanti ad una porta schermata.
Mai esistita prima. O no?
Tutto molto interessante ma relativo... Nei tempi della sua ira contro il padre, post morte della madre, aveva bypassato la videosorveglianza interna del laboratorio dirigendola su una fittizia immagine, un classico. Quando si era insediato nel laboratorio, l'aveva premeditatamente riinserita. Ora lo aveva sbloccato ma ciò che vedeva non era diverso dalla sua immagine. Un laboratorio buio e silenzioso. Si capiva che tutta l'attività si svolgeva dietro la porta schermata. Tutto molto semplice, eppure qualcosa non gli tornava lo stesso. Presagiva che in qualche modo quella porta fosse uno specchietto per le allodole per fargli perdere altro tempo.
Pensò invece di nuovo ai file e si convinse che se davvero Camilla aveva un qualche chip addosso e l'app continuava ad essere connessa anche se assente, la mossa più intelligente e inaspettata sarebbe stata quella di tramutare il chip in una sorgente GPS. Aveva tentato per prima cosa con i metodi tradizionali perché ne conosceva i margini di rischio, ma usare Camilla invece comportava un alto tasso di variabili negative soprattutto perché non aveva nessuna coordinata, se non conoscere Camilla e avere i suoi dannati file indecripatibili. Tutto quel tempo e ancora il suo software non aveva trovato nessuna chiave compatibile. Il nervoso era perché darglieli se non poteva comunque usarli?? Sapeva e si era parecchie volte ripetuto che se quei file la macchina li usava era perché nel sistema una chiave c'era. Sì, ma dove? Sapeva che accanirsi non lo avrebbe aiutato ma nemmeno mettere da parte la questione.
Chiuse un attimo gli occhi per riposarli. Quando gli tornarono in mente le parole che lesse in un libro tempo prima...
Quando vuoi nascondere un qualcosa, è sotto gli occhi di tutti che lo devi mettere. Non lo vedranno nemmeno.
Ok, aprì immediatamente gli occhi e guardò meglio la chiavetta e poi i file che erano allineati in una certa sequenza... prese la sequenza, che corrispondeva a dei numeri binari... E fece un’indagine incrociata su ciò che sapeva di Camilla che poteva essere tramutato in numeri... Altezza, età, numero civico, compleanno... Che altro?
Dopo poco però si arrese, non concludeva nulla così… allora decise di agire per priorità. Prima avrebbe tentato di trasformarla in GPS, se questo non avesse funzionato sarebbe andato all’ospedale dalla madre o a casa di Camilla.
Intanto chissà lei dov’era… come stava? Si sentiva molto responsabile e in colpa per tutta quella perdita di tempo, forse altri sarebbero stati più lesti a stanarli… ma in fondo era passata solo un’oretta scarsa.
Guardò di nuovo l’app, era connessa ma assente. Sempre meglio di niente, pensò. Si chiese che modello di chip si fosse potuta innestare, sul web vi erano diversi modelli, per diversi scopi. Parlando con un suo amico hacker della California, senza dargli troppe informazioni, era stato indirizzato a un negozio on line dove si potevano ordinare. Erano quelli che le agenzie americane usavano per controllare le persone o gli agenti. Poi non aveva voluto dire più nulla. Ma a Carlo Alberto non interessavano le teorie di complotto del californiano, interessava avere un chip per poterlo studiare, possibilmente in tempo reale. Il negozio, ad ogni buon modo, gli mandò un pdf con le credenziali sul suo prodotto. Aveva dovuto mentire un po' sulle sue generalità, ma alla fine l’importante era studiare il chip.
Il loro prodotto aveva un complesso ma fluido meccanismo, non usava le onde radio convenzionalmente usate di solito dai suoi simili, questo modello per inviare e ricevere dal pc al chip o viceversa usava una serie di applicazioni a matrioska, difficilmente controllabili poiché fatte di codici e di codifiche usa e getta. Ma, fatto interessante, aveva un segnale che Carlo Alberto poteva seguire attraverso un piccolo virus che si confondeva dentro il segnale. Doveva solo inserirlo dentro il sistema di Karmilla. Ricevendo Camilla il messaggio, riceveva anche il virus che avrebbe mandato un segnale GPS di dove era. Sempre ammesso che Camilla avesse scelto quel tipo di chip perché anche solo inferiore sarebbe stato quasi impossibile da intercettare in quanto non era una potenza governativa ma un singolo ragazzo. Disse all’app: “Karmilla Bensa di Cavour, sto per arrivare da te, devi solo fare in modo di farti trovare” Il suo indice lasciò lo schermo e il messaggio vocale fu inviato dentro la testa di Camilla o almeno questo sperava Carlo Alberto. I minuti passavano ma dall’app il silenzio era assordante per la testa di Carlo Alberto. Per ottimizzare il tempo decise comunque di andare all’ospedale dalla madre di Camilla. Magari il padre era preoccupato, ammesso che se ne fosse accorto. Ma prima di andare passò da un suo amico detto il calabrese per farsi prestare il rilevatore di "cimici". Chissà perché aveva la sensazione che anche la madre ne avesse una in testa.
L'ospedale era abbastanza deserto per quanto fosse orario di visite. Arrivare alla madre non fu difficile, grazie alla sua memoria fotografica. Il padre sonnecchiava sulla poltrona come allora e la madre era lì piena di tubi, apparentemente addormentata anch'essa. Camilla assomigliava più al padre che alla madre, ma questo fattore non poteva dirsi favorevole o sfavorevole. Ora che aveva avuto tutto quel vissuto con Camilla, ai suoi occhi non erano più estranei. Non certo amici o famigliari ma qualcosa di vicino ad entrambi. Rilesse la cartella clinica ma ovviamente ciò che cercava lui non era lì e comunque non vi era peraltro scritto alcunché di interessante. Si avvicinò alla donna facendo ben attenzione a non fare alcun rumore. Passò il piccolo aggeggio vicino alla testa e poi lungo il corpo. E ve ne trovò ben due. Una nel polso e una nella zona bassa della testa. Il microchip del polso, a giudicare dalla ferita, poteva avere all'incirca da una decina d'anni in su. La pelle era liscia e compatta. Dove c'era la microspia vi era solo un leggero ponfo e senza macchinetta non avrebbe mai capito che nascondeva un microchip. Probabilmente la madre si era inserita o fatta inserire il chip e poi lo aveva fatto inserire a sua figlia. Forse nell'ipotesi di un dialogo cerebrale? Chissà se avesse mai funzionato...
Per istinto puntò l'app sulla madre e il cellulare la collegò come secondo contatto. Premendo l'indice disse: "Mi può sentire?? Sono un amico di sua figlia... Mi serve il suo aiuto" E invio. Ormai erano ai confini della realtà e forse li aveva anche superati. Da quel momento Carlo Alberto non si sarebbe più sorpreso di niente. Un lampeggio sul cellulare e una voce nasale che chiese: “Dove Camilla?"
Dove Camilla? Bella domanda!! Sa, non saprei, so per certo che sta con mio padre che è megalomane, cinico, menefreghista, ma io niente paura, io ho l'app...
"In questo momento purtroppo non lo so neppure io” ammise lui abbattuto. "Sei Carlo Alberto... Giusto? La troverai e la salverai..."
A Carlo Alberto quelle parole parevano claustrofobiche.
Non aveva parametri di riuscita...
"Come affidarmi tutta questa fiducia?" mormorò il ragazzo.
"Perché Karmilla ha avuto fiducia in te e noi le crediamo..." Era il padre che aveva parlato con gli occhi lucidi della sincerità.
"Spero di non deludervi... Ma io ho bisogno dei codici" disse con convinzione, intanto il vecchio si era alzato e gli era venuto vicino e disse porgendogli un'altra chiavetta: "Il paradiso perduto... Ultima pagina... mi fai mandare un messaggio a mia moglie?"
Non fece in tempo ad annuire che il suo telefono era nelle sue tremanti mani e premendo tasti a caso disse: "Tesoro, mi senti? Mi manchi... io ti aspetto seduto qui" Dopo poco dal cellulare la moglie rispose che lo sapeva e che un giorno si sarebbero abbracciati di nuovo. Siccome la discussione era un interminabile "mi manchi" "ti amo" "ti aspetto", dopo poco Carlo Alberto diede segni di impazienza, il padre di Camilla, commosso, lo abbracciò e lo baciò sulla guancia e con i lacrimoni gli mormorava infiniti grazie. Finché Carlo Alberto non ricambiò il suo abbraccio e non gli disse: "Le prometto che le riporto a casa sua figlia” e lui tremante di gioia annuiva e piangeva. Carlo Alberto dovette letteralmente scappare dalla stanza, a un certo punto si mise a correre non tanto per l'ansia di arrivare a casa ma da quella dolorosa tenerezza che gli procurava quell’uomo grande e grosso che piangeva per aver sentito la voce della moglie. Una volta sotto casa sua, asciugò le lacrime che sentiva lungo il volto.
Per il padre che non aveva mai avuto... e il padre che lui stesso non sarebbe mai stato in grado di essere... Per quel tipo di amore che non avrebbe conosciuto...
Per la felicità che non sarebbe stato in grado di dare a quella famiglia...
Pianse tutte le lacrime che da una vita si teneva dentro.
Ancora scosso, si sedette sulla sua poltrona da lavoro ma appena ebbe inserito la chiavetta e codificato i file, il suo cuore entrò in modalità nirvana. Una strana pace si fece strada in lui, appoggiandosi allo schienale visionò i famigerati file. I file con la vita di Camilla erano lì davanti a lui e a Carlo Alberto non poteva che battere forte il cuore per l'emozione.
Erano dispiegati in maniera simmetrica e ordinata. Da una parte i file di servizio e dall'altra i giornali di bordo. Nei file di servizio venavano divise le varie attività in cartelle con un’immagine adatta all'uso e alcuni file avevano un’estensione diversa dal normale. Mai vista un’estensione simile, ma questi file si autogestivano da sé ed erano un’ulteriore protezione al programma. Almeno così aveva ipotizzato lui.
Con proprio rammarico dovette abbandonare la cartella dei file di servizio che se visionata come avrebbe meritato una notte non sarebbe bastata.
Aprì il giornale di bordo che ripercorreva giorno per giorno la creazione del programma, dalla genesi alla rivelazione. Ogni giorno aveva una cartella con dentro video, audio e immagini, diagrammi, note e appunti. Da quel che ne capì, così a pelle e in modo fugace, doveva essere stato un tormento per lei lavorarci. Poteva benissimo immaginarla a occhi insanguinati dal mal di testa mentre creava tutto questo senza che nessuno la fermasse. Avrebbe potuto andare in coma in qualsiasi momento in quei tremendi giorni. La cosa grottesca era che li stava creando mentre lui cercava di circuirla.
Gli scappò una breve risata quando capì che lei stava solo aspettando di finire il suo per poter iniziare il loro.
Dopo che aveva aperto i primi due giorni e senza aprire nessun file audio e video, aprì l'ultimo che era molto leggero come cartella, infatti conteneva solo un file doc dalla brevissima dicitura: Programma Finito alle 3:34 am, non ancora testato ma attivo.
Test casco app Karmilla: Esito positivo. Operazione perfettamente riuscita.
Test programma file del progetto del pensiero: Non ancora testasti o consegnati.
In caso di pericolo usare chiave di violino.
Copia File inseriti nel ftp C.A.Garante.Karmilla.org
Camilla gli stava chiedendo di distruggere i file con un virus chiamato chiave di violino. In pratica i file con l'estensione strana. Meno male che non li aveva toccati nella curiosità generale.
Distruggere quei file era davvero una cosa straziante per lui... Ma poi diceva che esisteva un ftp a nome suo in cui poteva trovare i file precedentemente caricati.
Prima quindi avrebbe controllato la reale esistenza del ftp e poi si sarebbe fustigato nel cercare di distruggere i file di Camilla.
Camilla aveva scritto pure... file del progetto del pensiero... Ma che voleva dire? Forse che Karmilla aveva un’opzione con chip per leggere nel pensiero?
Mentre Carlo Alberto meditava e metabolizzava le informazioni e creava una scala di probabilità e opzioni variabili, vibrò il cellulare Karmilla e una voce gridò: "Non fategli del male"
La voce era di Camilla o la madre? Carlo Alberto non lo aveva capito e nel cellullare non veniva visualizzato se il primo o il secondo contatto.
Immediatamente piantò il caffè in cucina e andò al pc a schiacciare la chiave di violino.
Presto sarebbero arrivati... ne era sicuro. Il virus tramutò in tanti spartiti i file e gli audio in mp3 con musica vera, i video furono oscurati con altra musica da camera. Ovviamente la scelta dei pezzi non poteva essere casuale ma in quel momento gli andò bene così com'era. Anche l'ultimo giorno era divenuto uno spartito e del ftp nessuna traccia.
Per istinto prese il suo telefono per registrare il contatto che avrebbe girato in versione email ma poi, nel dubbio che lo stessero spiando, prese il cellullare con Karmilla e inserì il contatto chiave di violino. Con sua somma tristezza ripulì il suo pc, ma prima trasferì anche i suoi file in spartiti e mp3. Karmilla intera, e tutti i file inerenti, furono messi in chiavetta musicale e messi assieme in altre cinque sei chiavette usb. Nel pc non vi erano più file Karmilla o in giro. Carlo Alberto pensò che se qualcosa fosse andato storto aveva appena distrutto anni di lavoro per una voce nel cellulare. Ma sebbene loro avessero i suoi file, si diceva, a loro interessavano quelli di Camilla liberi dalla crittografia. La crittografia usata da Camilla aveva una peculiarità, la chiave poteva essere usata solo una volta e poi se ne doveva creare un'altra. Quindi tanto valeva infettare tutto quanto e sperare che Camilla avesse predisposto chissà come e chissà dove una codifica del virus. Anche se Carlo Alberto sapeva che Camilla avrebbe potuto rifare tutto in un paio di notti e che l'ipotesi che aveva intenzionalmente voluto lo stesso il suo aiuto non era tanto un’ipotesi azzardata.
Carlo Alberto si diresse all'ospedale dalla madre di Camilla, anche perché non sapeva comunque dove fosse Camilla e così gli avrebbe anche dato modo, al padre o chi per lui, di controllargli casa per cercare i file.
Stava diventando ossessivo, se ne rendeva conto, ma contro suo padre tutto e il contrario di tutto doveva essere usato.
La fuga
L'uso della moto fu escluso dalla pioggia. Allora Carlo Alberto decise di chiamare un taxi. Non era il solito che aveva la sua zona. L'uomo disse che il collega era malato. Dopo un paio di chilometri il tassista fermò la macchina davanti ad un autolavaggio e disse che andava a comprare le sigarette. Mentre l’uomo scendeva, dagli auricolari bluetooth la voce di Camilla gridò all’orecchio di Carlo Alberto: "Scendi da quella macchinaaa" e dopo poco il taxi esplose.

"Il tuo amico è morto" disse Pier Paolo a Diego che era legato ad una sedia.
"Era suo figlio, dannazione. Come ha potuto?” gridava fra le lacrime Diego.
"Per merito tuo. Se non avessi avuto così brama di successo, non mi avresti contattato. La colpa è tua, ragazzo" Pier Paolo lasciò che le sue parole calme gli entrassero nel cuore e lo demolissero come aveva fatto per anni il figlio con lui. Con la morte di Cecilia aveva perso per sempre anche suo figlio. Le grida di Diego durarono un po' ma poi un colpo in testa mise momentaneamente fine alla sua angoscia.
Il dottore si avvicinò a Camilla, distesa su un lettino. Aveva il viso bianco su chiazze rosse. Aveva ancora poco da vivere quella ragazza. Ne stabilì una decina d'anni a vita tranquilla ma in quello in cui lui la stava trasformando un mese era tanto ma gli avrebbe regalato gloria eterna. Le accarezzò il viso, compiaciuto. Senza badare se fosse sveglia o no le disse: " Il mio veleno è in te, presto sarai la figlia che la mia Cecilia non mi ha potuto dare" Stava per lasciare la stanza quando la voce strozzata di Camilla gli rispose: "Un padre ce l'ho ed è anni luce migliore di lei"
Pier Paolo fece una risatina in risposta e poi aggiunse chiudendo la porta: "Sei propria sicura di avercelo ancora?" E poi gli scatti metallici misero fine alla discussione.
L'allusione del veleno e alla morte del padre misero in moto la mente di Camilla. La breve pausa causata dai potenti farmaci usati dal padre l'aveva bloccata da una parte ma fatta riposare dall'altra. Non sapeva se Carlo Alberto avesse fatto in tempo a uscire dalla macchina prima che scoppiasse ma si sentiva ancora connessa all'app e al momento questa era l'unica realtà che voleva accettare. Anche perché doveva uscire da quella specie di prigione con Diego e non poteva permettersi di stare male per lui. Era dannatamente debole e gli occhi vedevano poco attraverso lo strato di sangue. Era al massimo della potenza che non sarebbe durata per molto, lo sapeva.
Per prima cosa doveva scendere dal letto e riprendere la posizione eretta. Vincere la marea della nausea e avere una diversa prospettiva. Incautamente l'avevano lasciata libera da legacci e le avevano momentaneamente tolto gli elettrodi pensandola addormentata. Presto sarebbero tornati a monitorarla. Scese tremante e il pavimento gelido le diede un brivido che la destò ancor di più. Si aggrappò alla ringhiera e si prese due secondi, doveva riprendere coscienza di sé in piedi. Chiuse gli occhi. In un vecchio manoscritto una volta aveva letto che in caso si confusione si doveva chiudere gli occhi e lasciare che la mente si aprisse affinché le scie chimiche conducessero la mente alla verità. Con scie chimiche aveva pensato che intendesse forze spirituali ma aveva posposto il concetto a momenti migliori che non si erano ancora verificati. Ma il resto del testo le era stato subito chiaro, era come quando per trovare nuovi elementi dovevi buttare all'aria il tuo ordine e trasformarlo in caos e poi in un nuovo ordine, dove nuovi elementi sarebbero saltati fuori. Non è detto che però ciò ti porti sempre alla riuscita ma è comunque uno scavo in più perché si sa che ogni falsità ha in sé una parte di verità nascosta.
Bene, il quel frangente fece la stessa cosa e nella sua mente smolecolizzò tutto ciò che sapeva della stanza e poi aprendo gli occhi la rimolecorizzò in cerca di una via d'uscita. Vide grate alla finestra che prima non aveva visto ma anche una fessura sul controsoffitto che sembrava un condotto per i cavi o per l’aria. Bisognava scoprirlo. Con le gambe che sembravano di piombo, arrivò da Diego ma siccome non aveva la forza necessaria per scrollarlo come si doveva, riguardò la stanza e vide che era una specie di infermeria... Un laboratorio??... Non voleva nemmeno pensarci. Prese un contenitore e lo riempì d’acqua e glielo buttò addosso. Quando si stava per riprendere, gli tappò la bocca e gli fece segno sul soffitto.
Lui annuì e Camilla lo liberò. Misero dei macchinari pesanti davanti alla porta e presero il letto e vi salirono, con i piedi di una sedia di legno scoperchiarono il condotto e Diego fece salire Camilla con abilità per quel che pesava. Lui invece salì sulla sedia posta sul letto e strisciando si infilò nello stretto cunicolo.
Mentre la porta veniva spalancata e la placca veniva rimessa al suo posto.
Camilla era più agile per via del maggiore spazio ma più debole in paragone a Diego. Non aveva idea della geometria di quel luogo e nemmeno di dove fossero diretti. Poteva solo indovinare in base ai rumori delle stanze sottostanti. Senza dubbio era un ospedale privato, e visto che li aveva chiusi a chiave, di proprietà di Garante. Su quella base si era data un margine di 20 minuti per capire da dove erano passati e blindare tutte le porte. Rimaneva però il fatto che era comunque una struttura operante con pazienti e visitatori, dottori e infermieri. Questo giocava a loro favore. Quel cunicolo serviva sia per i cavi della corrente sia per un riciclo d'aria calda d'inverno e fredda d'estate. Infatti faceva molto caldo e presto sarebbero dovuti uscire se non volevano morire disidratati oppure se per disgrazia la caldaia fosse entrata in funzione sarebbero morti per monossido di carbonio unito al calore asfissiante.
Avevano appena passato le cucine e dopo le cucine, pensò Camilla, arrivano i…? Ripostigli? Spogliatoi? Sale d'attesa? All'improvviso un soffio freddino e ristoratore le fece capire che erano all'entrata. Anche il rumore si fece leggermente più elevato. Si girò verso Diego, gli chiese all'orecchio in che via fossero e gli disse che quando sarebbero scesi dal soffitto davanti a tutti, dovevano correre senza mai fermarsi. Camilla sperava di esserne capace. Era già esausta così, il mal di testa iniziava ad essere insopportabile.
In quel cunicolo sapeva di per certo che non potevano essere localizzati con il gps e francamente dubitava che al padre di Carlo Alberto passasse in mente di farlo. Era di una generazione indietro non avvezza a quelle diavolerie. Ma ammesso e non concesso che gli potesse essere suggerito, disse a Diego di metterlo in modalità aereo. Diego disse di averlo già fatto. A Camilla venne in mente che recentemente Diego aveva comunicato con Garante senior e tramite quel numero si sarebbe potuto monitorare il vecchio. Ma prima bisognava uscire da lì.
Scoperchiarono la placca di plastica che per loro fortuna non era avvitata, prima Diego e poi lei saltarono giù nella confusione generale. Meno male che Diego la prese al volo attutendo l'impatto perché conciata com'era, in qualsiasi modo fosse atterrata, una frattura multipla era il minimo.
Diego le prese la mano e come due furie iniziarono a correre mentre voci allarmate si intensificarono dietro di loro. Dopo cinquecento metri e un paio di cadute, Diego prese Camilla sulle spalle prima che svenisse e, atletico com'era iniziò a correre più di prima.
Diego avvertì che Camilla aveva appoggiato la testa sulla sua e la presa si era allentata. Nel risistemarsela si era ritrovato le mani insanguinate.
Camilla riuscì solo a dirgli: "Non ce la faccio più. Portami al cimitero. Carlo Alberto ci aspetta lì. Cappella di famiglia Garante"
"Come lo sai che verrà lì?" riuscì a dire con il fiatone Diego.
"Non lo so. Lo spero" Poi perse i sensi e Diego, nella paura che fosse entrata in coma, corse ancora più in fretta.
Arrivarono al cimitero dove Carlo Alberto aveva la cappella di famiglia e Diego vi trovò dentro un sacco a pelo e uno zaino, che sicuramente dovevano essere di Camilla.
Adagiò Camilla nel sacco a pelo e vide che il sangue fuoriusciva dal naso. Cercò di pulirla con un fazzolettino umido preso dentro lo zaino di Camilla. Era così pallida e anche così fragile. Meravigliosa. Gli ritornò la voglia di baciarla ma nel mentre lei gli disse ad occhi chiusi con fatica: "Carlo Alberto?" A quel punto perse entusiasmo e si spostò di lato ferito.
"Non c'è" mormorò scocciato. Nella cappella faceva freddo. Si fece più vicino a Camilla nel sacco a pelo. Lei gemette e dagli occhi scesero due rivoli di sangue.
Disse in un fil di voce: "Zaino… nello zaino prendi mp3 e premi play..." un altro gemito la interruppe.
Diego ubbidì e lei riprese dicendo: "A tutto volume... devo stordirmi... Sento la fine vicina" Una musica classica esplose anche fuori dalle cuffie protettive. Diego sospirò, sarebbe diventata sorda ma sempre meglio che vegetale.
Camilla iniziò a fare gorgheggi con la voce e il suo viso si era ridisteso, segno che il cervello era stato rallentato dalla musica.
Diego pensò che, protetta nella cappella di marmo e legno, nessuno l'avrebbe vista se non attirato dalla musica. Ma da fuori si sentiva appena. Mise una scopa e un secchio trovati lì in giro come a testimoniare che dentro stessero pulendo e decise ugualmente di andare a cercare Carlo Alberto, sempre se era ancora vivo.
Pensò che l'unica soluzione alternativa sarebbe stata quella di riportarla in ospedale dove veniva giornalmente curata. Questo avrebbe però determinato la fine della loro amicizia già destabilizzata dall’entrata in scena del padre di Carlo Alberto. Non aveva fatto loro un voltafaccia e a tempo debito glielo avrebbe dimostrato.

La clessidra
Solo l’abitudine, la voce di Camilla e l’abitudine gli avevano salvato la vita. Carlo Alberto fin da piccolo aveva la mania che quando la macchina si fermava lui doveva scendere per forza o anche solo aprire la portiera se non poteva scendere. A suo dire respirava meglio. Infatti Carlo Alberto, quando Camilla mandò il messaggio, stava già uscendo dalla macchina. Lo scoppio lo aveva spinto dall’altra parte della strada procurandogli un dolore alla caviglia destra, già fragile di suo, e graffi vari. Ma l’unica cosa gli era venuta in mente in quel frangente fu: “A questo punto mio padre è ufficialmente senza un figlio” e il fatto che suo padre avesse voluto ucciderlo non gli parve più tanto devastante, come aver preferito la sua gloria alla salvezza della madre. Respirò a fatica e si mise in piedi con una certa lentezza. Per istinto, appena vide i pompieri e i poliziotti, si nascose nella sterpaglia e poi con calma si rimise in cammino. La calma cessò quando Camilla gli mandò un messaggio con cui gli chiedeva i betabloccanti e la siringa. Doveva quindi andare all’ospedale dove la curavano e rubarli… e comunque sarebbe dovuto andarci lo stesso per controllare i genitori di Camilla. Si disse che se il padre aveva fatto del male a loro due, sarebbe morto lui e per sempre. A quel pensiero serrò i pugni e trascinò ancora più velocemente la caviglia che ormai sapeva fratturata.
L’ospedale in quel punto era ancora lontano e la pioggia se possibile era aumentata, ma in quel tipo di condizioni il cervello di Carlo Alberto invece che stressarsi aumentava la forza e volava in tutta la sua potenza. Per le anime come Carlo Alberto era la noia il nemico numero uno che le avrebbe potute uccidere.  In una valutazione della situazione non poteva più usare il suo cellulare, che a quel punto era sotto controllo. Quindi arrivò a una fermata del bus e lo aspettò nella panchina mentre dentro di lui un piano prendeva forma. Scese dal bus di linea, a pochi metri dall’ospedale, e dal suo aspetto non biasimava gli sguardi penosi che lasciava dietro di sé. Nel bagno dell’ospedale si diede una risistemata. Lavò via il sangue rappreso delle escoriazioni e tolse tutta la terra che poté dal giaccone e dai pantaloni. La prossima mossa era rubare un camice e assumere un atteggiamento da dottore e possibilmente anche le sue generalità.
Essere di bell’aspetto a quel punto giocò a suo favore, in quanto abbordò un’infermiera e poi una dottoressa e in poco tempo ebbe tutte le informazioni che gli servivano. Anche se era decisamente fuori orario non aveva importanza perché era divenuto il dottore Ferdinando Rossellini, professore dell’università di Padova e operante nell’ospedale della città come primario e, cosa più importante, al momento fuori sede e quindi non rintracciabile in quel momento.
La stanza della madre di Camilla era tranquilla, la madre era al suo posto, e il padre mancava. Puntò Karmilla su di lei e le chiese se era tutto ok ma non ebbe risposta. Sebbene mancasse di esperienza medica pratica, diede un occhio al monitor collegati a lei e non vide segni particolari sui tracciati. Allora perché mandargli quel messaggio di paura molte ore prima? Aveva presupposto che intendesse il padre, che in effetti non c’era al suo posto, ma poteva anche essere stato lui stesso quello in pericolo, ipotesi che poi si era avverata. Ciò indicava che suo padre era stato lì e aveva parlato davanti a lei. Ad ogni modo, non trovando risposte sicure ma solo supposizioni, si mosse rapidamente, caviglia permettendo, verso l’infermeria e in breve si fece dare le medicine di Camilla. Insistette per averne almeno otto dosi ma se ne recuperò cinque fu già un successo. L’infermiera non era per niente convinta sul dargliele ma poi era intervenuta la dottoressa di prima e le cose erano filate lisce. Già che c’era si fece fare un’iniezione alla caviglia che si era gonfiata a dismisura e il dolore si placò un poco. Ora doveva arrivare al cimitero da Camilla, che tanto per cambiare era molto lontano da lì. Era preoccupato per Camilla e la sensazione che sarebbe arrivato tardi non lo abbandonava, anzi diveniva sempre più pressante. Poi c’era la questione di Diego da definire, era vero che aveva chiamato suo padre ma era anche vero che aveva aiutato Camilla nella fuga, quindi questo non lo metteva fra i nemici ma non poteva neanche
metterlo di muovo fra gli alleati. Si disse “una questione alla volta” mentre scendeva dal terzo bus. All’entrata del cimitero non vi era nessuno, si chiese dove potesse essere la loro cappella di famiglia da quella entrata laterale e man mano che consumava vialetti il dolore lo spingeva dalla parte giusta. Capì di essere arrivato quando in lontananza ne vide una con scopa e secchio vicini, e infatti avvicinandosi vide che era la sua. Dentro vi era musica. Cantici? Di che genere? E dentro un sacco a pelo una voce stonata li cantava. Entrò ma la visione del sacco a pelo con Camilla dentro ebbe precedenza su tutti gli altri sentimenti. In quel posto tornava sempre ad avere quindici anni, il cuore spezzato e zero futuro davanti. Aprì con delicatezza la zip e il viso spettrale piano piano prese luce. Lei lo guardava spaventata ma dalle sue labbra smorte non usciva nessun suono. Le levò le cuffie e disse spontaneamente: “Camilla Bensa di Cavour, che razza di musica ascolti?” Lei non rispose ma le labbra ebbero una curva all’insù. Preparò la siringa ma al momento di fargliela ebbe esitazione. Allora lei gliela prese dalle mani e con fare deciso se la ficcò in una zona della testa che Carlo Alberto non vide perché istintivamente chiuse gli occhi. Dopo poco lei respirò e poi lo abbracciò; lui non riuscì a decifrare il sentimento dietro quell’abbraccio, ma lo ricambiò. Una tenerezza lo pervase, e anche un sollievo che non lo fece respirare per qualche secondo, sentiva persino le lacrime di felicità cercare di fuoriuscire dagli occhi serrati. Camilla era salva. Era solo questo l’importante. Poi la strinse un po’ più forte e un gemito sciolse l’abbraccio. Si guardarono in viso e qualcosa in quello di lei non lo convinse. Era troppo cadaverica. Cosa le era potuto succedere per arrivare a quel punto? La malattia era degenerata dallo stress o semplicemente suo padre aveva spinto per degenerarla? Il dilemma divenne forte e pressante. Camilla aveva bisogno di essere ricoverata, non poteva lui pensare di campare rubando betabloccanti.
“Voglio andare a casa tua” disse a mezza voce stringendogli la mano. Carlo Alberto pensò a quell’ipotesi e ne valutò i pro e i contro. Pensò che per almeno 2 giorni Camilla aveva le medicine. La prese in braccio e in quel momento seppe che quel profumo non lo avrebbe più scordato. Fece qualche passo quando la porta della cappella si aprì e si trovò di fronte suo padre che arma in pugno li guardava da squalo.
“Lasciami passare, padre” disse Carlo Alberto freddamente.
“Non con quella ragazza” rispose il padre spostandosi in avanti.
“Vuoi togliermi anche lei? Dopo mia madre?? Allora dovrai uccidermi!” gli gridò Carlo Alberto, la cui rabbia era divenuta fuori controllo. Strinse Camilla più stretta a sé.
“Ho smesso tempo fa di giustificarmi dalle tue accuse false e inopportune. Santo cielo, è morta la donna della mia vita, e oltre il dolore le tue accuse!!”
“E questa è la mia!!! E tu me la vuoi portar via” disse a voce alta Carlo Alberto con determinazione.
Camilla si irrigidì un attimo ma poi si ridistese. Questo Carlo Alberto lo avvertì, ma era troppo preso con suo padre. In quel momento sopraggiunse la guardia del cimitero, richiamata dalle voci, e il padre dovette nascondere la pistola e avviarsi con il figlio con Camilla in braccio fuori dal cimitero. Purtroppo per Carlo Alberto erano appiedati e dove vi era la fermata era un luogo isolato ancor di più del cimitero. Visto il luogo, il padre si fece ancora più agguerrito, mentre una auto nera si avvicinava loro. Carlo Alberto rimase imperturbabile con in braccio Camilla, quando sopraggiunse dal cimitero Diego da dietro al vecchio, che lo spinse per terra e gli prese la pistola. Scesero gli uomini del padre per aiutarlo mai lui li spinse tutti via, mentre Diego gli puntava la sua calibro, deciso a farlo fuori al minimo segnale di pericolo.
Si pose davanti a Carlo Alberto e Camilla in segno di difesa e il vecchio mise le mani in alto quando da dietro di lui partì un proiettile in loro direzione. Fu allora che Diego sparò mettendosi in direzione del proiettile. Caddero entrambi a terra e una volante della polizia sopraggiunse in quel momento. La macchina nera immediatamente lasciò il vecchio professore per terra e si volatilizzò nella nebbia. Carlo Alberto adagiò Camilla per terra e corse dall’amico. Il proiettile lo aveva colpito zona costole e fuori usciva molto sangue. Cercò di tamponare con la sua sciarpa fradicia di pioggia e intanto fra le lacrime sorreggeva Diego che gli chiedeva scusa per non aver avuto completa fiducia in lui. Ma Carlo Alberto lo aveva completamente perdonato e lo rassicurava.
Le ultime parole che pronunciò prima che lo portassero all’ospedale furono: “Prenditi cura di Karmilla” poi un nuvolo di infermieri e paramedici lo portarono via con loro, assieme alla salma del padre, a cui aveva rifiutato di dire addio. Dopo aver risposto alle molte domande dei poliziotti per il verbale, Carlo Alberto e Camilla riuscirono a tornare a casa accompagnati da un gentile poliziotto impietosito da Camilla. Camilla aveva preso la parola con il poliziotto a cui aveva detto con la sua solita voce musicale che voleva essere portata a casa del suo fidanzato. A quel punto Carlo Alberto si era imbarazzato tantissimo ma non aveva aggiunto nulla all’occhiolino del poliziotto e alla vista della sua faccia rossa. Arrivati alla porta, Camilla stava iniziando a dire che sapeva camminare, segno che il mal di testa si era bloccato. Ma Carlo Alberto, sordo, riuscì ad aprire la porta e poi l’adagiò sul suo letto. Le disse con tutta dolcezza di cui non sapeva di essere capace: “Dormi ora, è tardi. Farai domani la doccia. Rimandiamo a domani tutti i discorsi che non lo vedo l’ora di affrontare”
Carlo Alberto si riferiva a Karmilla, la loro app, ma Camilla aveva un’idea diversa e disse che la doccia se la voleva fare subito. Infatti stranamente lesta si infilò in bagno dove Carlo Alberto le portò il suo zaino da cui tirò fuori l’intimo. Gli chiese in prestito un pigiama ma lui riuscì a portarle solo una felpona che almeno l’avrebbe tenuta calda. Anche in doccia canticchiò i suoi strani canti, presi chissà dove e poi, uscita dal bagno in una nuvola di profumo, gli disse che poteva andare adesso lui. Aggiunse che avrebbe preparato un the. Carlo Alberto era restio ma dal suo sguardo capì che quella era l’ora buona di Camilla e bisognava viverla intensamente. La doccia di lui dirò molto meno perché aveva fretta di correre da Camilla. Era sul divano che fissava un punto sul muro senza espressione, ma quando lo sentì arrivare si girò tutta sorrisi. Un sorriso troppo grande per una Camilla così ammalata. Seduto accanto a lei, Carlo Alberto si sentì impacciato ed emozionato.
Camilla era viva ed era lì accanto a lui. La sua Camilla. Ma le parole non uscivano. Era semplicemente terrorizzato dal fare qualsiasi cosa. Ma Camilla spezzò il silenzio dicendo: “Fra di noi, ci sono state fin troppe parole, non mi va di sprecare altro tempo a parlare, ci sarà il tempo anche per altre parole se Dio ce ne vorrà dare, ma stasera appartiene al silenzio” quindi smise di parlare e si appoggiò alla spalla di lui. Gli prese la mano e se la portò al viso. Carlo Alberto ne poté assaporare la morbidezza ma poi cercò di ritirarsela, ma lei se la trattenne al petto. Si guardarono a lungo, poi gli occhi di Camilla brillarono più del solito e le loro labbra si avvicinarono. In quel momento Carlo Alberto capì cos’era l’amore e si lasciò andare a una Camilla appassionata. Non vi fu troppo spazio per pensare, fin quando Carlo Alberto non fu sopra di lei e non disse: “Non mi abbandonare, Camilla” A livello mentale non sapeva perché lo aveva detto, ma lei non gli rispose e lo bacio mentre si spinse affinché lui entrasse in lei. Fu un momento tenero ma forte e la prima cosa che Camilla disse dopo fu: “Il sesso è un betabloccante naturale, non lo sapevo” poi lo guardò felice e aggiunse: “Non posso abbandonarti, io sono in te”
“Ma io ti amo” disse Carlo Alberto guardandola triste.
“Lo so. Lo avevo capito” disse lei mantenendo lo sguardo. Poi si fece più vicina e lo abbracciò e disse: “Anche io. Ma questo l’ho capito solo quando ti ho visto arrivare dentro la tua cappella”
“Allora perché mi abbandonerai?” chiese sempre più sorpreso di sé stesso. Da dove gli venivano questi discorsi?
“Perché la mia clessidra sta per scadere e tu non potrai fare nulla per cambiare le cose” e rimasero lì abbracciati, con Carlo Alberto che guardava il soffitto pensando a quelle parole e Camilla addormentata che lo abbracciava stretto. Ma infine si arrese pure lui al sonno, per quanto avesse combattuto per non cedere e pensare a una soluzione, si addormentò appoggiando la testa nella nuvola dei suoi capelli e si sentì felice.

La Rivelazione
Carlo Alberto si svegliò di soprassalto e vide che Camilla era ancora lì al suo fianco. Sorrise scioccamente. La luce della finestra ne illuminava i contorni della pelle. Rendendola quasi eterea. Si ridistese accanto a lei avendo cura di non svegliarla. Aveva la pelle calda, forse un po’ più calda del normale. Si chiese se fosse normale o dovesse misurarle la febbre. Lei, sentendolo muovere, gli disse che non aveva la febbre, era normale così. E lui si diede dello sciocco e volle avere ancora un po’ di lei. La sensazione che se ne sarebbe andata non lo abbandonava, lo faceva fremere e agitare, e di conseguenza la desiderava ancora di più.
Ma forse questo lei lo percepiva e non gli disse no e sperimentarono un po’ di cose che lei aveva visto o letto. Carlo Alberto rimase piacevolmente allibito e sperimentò con interesse anche quel tipo di amore diverso dalla consuetudine.
Ma come tutti i sogni, al mattino cessò la sua magia protettiva contro la realtà delle cose e ridivenne parte del quotidiano con tutte le sue problematiche. Per iniziare si fece viva Serena che voleva far pace e si diceva pentita di averlo lasciato. Disse che suo figlio aveva bisogno di suo padre. A quelle parole Carlo Alberto non seppe rispondere e prese tempo. Poi a Camilla ricominciò il mal di testa ma il betabloccante non fece effetto, forse perché era entrato in conflitto con il medicinale che il padre di Carlo Alberto le aveva somministrato. Gli disse quello che il padre aveva intenzione di fare e allora decise di portarla in ospedale.
In ospedale la ricoverarono subito per accertamenti, aveva di nuovo le labbra blu e le palpebre rosse di venuzze rotte. Tremava e gli occhi erano deliranti. Le fecero una flebo pesante che la rese intontita e assonnata. Invece la madre di lei era come sempre in coma e il padre seduto accanto a lei. Gli disse di aver avuto la febbre ma si era imbottito di medicinali ed era venuto lo stesso. Ora sapeva perfettamente cosa provava quell’uomo e quale sarebbe stato il suo destino, sempre se Camilla glielo avesse permesso. Gli disse che Camilla era ricoverata per accertamenti dopo che l’aveva ritrovata. Lui corse dalla figlia e dal loro sguardo capì che era meglio andare a trovare Diego. Diego era uscito dalla prognosi riservata e non era in pericolo di morte. Era sveglio e lo fecero entrare. Diego, appena Carlo Alberto entrò, capì che l’amico stava messo peggio di lui che era stato ricoverato con una pallottola nel torace.
Disse: “A questo punto avresti preferito una pallottola fra le costole piuttosto di questo… vero?” disse con ironia Diego.
“Ha chiamato Serena, vuole tornare, e Camilla è ricoverata per accertamenti”
Si guardarono e poi Diego disse: “Camilla è una ragazza malata, neppure Karmilla la guarirà”
“Lei dice che la sua clessidra sta per terminare… e io non so che fare…”
“Fai quello avevi iniziato a fare, termina Karmilla. Cerchiamo di vedere come si può aiutare la madre. Stai con Camilla finché puoi. Serena ha avuto la sua occasione e l’ha gettata via. Fa sempre così” “Ma ha mio figlio e io la sto tradendo con Camilla. Se voglio Camilla devo lasciare Serena… non sono quel tipo di uomo”
“Non fare il tragico, amico. La decisione non è fra Serena e Camilla. Tu non vuoi Serena a prescindere e tuo figlio lo puoi avere lo stesso... certo con più difficoltà trattandosi di Serena”
Carlo Alberto abbracciò Diego e tornò da Camilla. Il padre se n’era andato e lei era tranquilla. Le parole di Diego gli frullavano in testa come stormi di uccelli migratori.
Poi il padre ritornò nella stanza della figlia, chiese che Carlo Alberto parlasse con i dottori che gli chiesero che sostanza nuova avesse assunto perché questa nuova sostanza stava degenerando la malattia in fretta. Carlo Alberto rispose di non saperlo ma che lo avrebbe scoperto. Corse da Diego e lui gli rispose che per scoprilo sarebbe dovuto tornare in quell'istituto dove erano stati sequestrati. Si fece spiegare più dettagli e alla fine capì quale fosse. Si congedò dall'amico e ci andò.
La clinica era come se la ricordava da piccolo, il padre di cliniche ne aveva parecchie in giro per l’Italia e solo a Milano tre. Questa si occupava ufficialmente di tumori e morbi ma ufficiosamente praticava test su cavie umane per conto di case farmaceutiche, con la scusa che i loro pazienti erano allo stadio terminale, ma in alcuni casi ove potevano anche su casi ai primi stadi. Infatti sovente accettavano pure malati senza reddito o barboni. Lo scopo era sempre lo stesso, se non ti potevano curare ti uccidevano indisturbati loro. Le altre erano a uso cosmetico e alimentare ma avevano lo stesso protocollo interno.
Il barracuda subentrato al padre non era da meno del padre, quindi dire che lo avrebbero fatto entrare con il tappetto rosso era una favola a basso costo. La realtà era che si sarebbe dovuto infiltrare e se scoperto avrebbe tirato fuori la carta del figlio che raccoglie le cose del padre. Certo il suo aspetto non incuteva letizia e salute ma in una seconda occhiata che lo riconoscessero come il figlio del padre fondatore era più che probabile. Diego gli aveva descritto la stanza e il percorso a grandi linee e da quel che ricordava e contando le stanze li avevano rinchiusi al piano terra in una stanza che adoperavano come primo soccorso casomai i visitatori o i degenti si fossero sentiti male all’entrata della clinica. Si ricordava bene quella stanza, quante volte il vecchio lo aveva rinchiuso lì per punizione. Infatti conosceva anche il modo di evadere, che era esattamente quello adoperato da Camilla e Diego. Il padre non lo aveva mai beccato in flagranza di fuga, questo casomai gli fosse importato di controllarlo durante il castigo. Nessuno sapeva che anche in bagno c’erano quelle aperture sul soffitto. In pratica erano in ogni stanza della clinica. Quindi Carlo Alberto non fece altro che, sguardo basso e passo svelto, infilarsi nei bagni, precisamente nell’ultimo bagnetto, che essendo il più piccolo era quasi sempre vuoto, salire sul water e con una mano o un bastone spostare la placca e issarsi dentro il soffitto. Contare dieci stanze e poi scendere nel la stanza del pronto soccorso. La stanza era stata ripulita ma non del tutto e rovistando non fece fatica a trovare le bocce dal liquido azzurro descritto da Diego. Le mise nella tasca del capotto e rifece lo stesso percorso a ritroso. Solo che, essendo alto e non dovendo sollevare nessuno, gli bastò uno sgabello per arrivare al soffitto. Uscì dal bagno con calma e furtivo uscì dalla clinica. Che non lo avessero beccato gli parve pure strano. Carlo Alberto si chiese se non fosse il caso di analizzarla prima lui la sostanza sospetta, nel laboratorio del padre, ormai tecnicamente divenuto suo. Aveva come il sospetto che non fosse solo una sostanza “energizzante” ma trattandosi del padre, e tenendo presente ciò che gli avevano raccontato Diego e Camilla, che si trattasse di un vero e proprio virus atto a modificare nella persona un qualcosa. Ma cosa? Cosa voleva modificare in Camilla per trasformarla in lui? La personalità? Il tessuto cerebrale? Sarebbe stato difficile spiegare quella sostanza se davvero si fosse trattato di un virus così pericoloso.
Il laboratorio non presentava segni che qualcuno lo avesse aperto dopo di lui. Aveva attaccato un capello in basso sulla porta e se il capello fosse stato spezzato o si fosse staccato era il segnale che qualcuno vi era entrato. Le telecamere non avevano registrato nessuna presenza. Tutto ciò era buono, quando dalle mani gli cadde il portachiavi e andò a rotolare davanti alla famosa porta che non aveva mai visto ma che con gli infrarossi aveva scoperto. Era chiusa a chiave con probabile ulteriore sistema di allarme. Andò nella cabina dei quadri elettrici e vi trovò anche il secondo sistema di antifurto. Per disattivarlo ci voleva il codice che non aveva però. Ma aveva gli effetti del padre che alla camera mortuaria gli avevano lasciato. Adesso erano a casa sua ma era improbabile che il padre se lo fosse segnato, doveva essere una cosa che per il padre era pane di tutti i giorni. Provò con il codice di Fibonacci e con il nome della madre tramutato in numeri. Riprovò con il nome del padre, che ave va questa usanza di mettere questo tipo di password, ma niente. Provò con il suo e l’antifurto si spense, a quel punto la cosa non si metteva bene. Aprì la stanza e vi trovò un lettino operatorio, per sua fortuna vuoto, e una serie di arnesi chirurgici. Trovò delle videocassette, dei dvd e delle chiavette… prese una chiavetta e accese il pc che era in quella stanza. Nella chiavetta c’erano storie raccapriccianti di metodi per cambiare la personalità subite da molte reclute dell’esercito ma anche persone comuni. In un'altra chiavetta c’erano le anamnesi di molti pazienti tra cui fra le ultime la madre di Camilla e Camilla stessa. Quindi era stato il padre a impiantare il chip su loro due. La scheda citava un esperimento che avrebbe dovuto frenare se non annullare il morbo con l’uso del chip e del farmaco creato da lui C.A. ma l’esperimento era fallito e accantonato. Che onore che il padre avesse messo al farmaco mortale il suo nome! In un’ultima nota aggiunta pochi giorni prima della sua morte aveva scritto che l’esperimento era stato ripristinato con una variante. Quindi era stato quello schifoso del padre a mandare in coma la madre di Camilla con i suoi esperimenti estremi fatti su persone devastate dal dolore e dalla stanchezza della malattia. Carlo Alberto dentro di sé non si capacitava ancora dell’enorme malvagità di quel suo perverso padre. In nome di cosa perpetrava tutto questo?? In nome della sua stessa gloria, avrebbe potuto solo rispondere. Ma non capiva ancora a cosa servisse il chip primario, modificato in un secondo tempo da Camilla per poter comunicare con la madre… ma il padre questo non lo poteva sapere perché Camilla aveva fatto tutto di nascosto.
Forse non si ricordava neppure di chi l’avesse operata anche perché una volta entrata in coma la madre, il padre di Carlo Alberto le aveva abbandonate al proprio destino. Ma chiamato da Diego per essere aiutato, aveva riconosciuto Camilla e aveva capito che poteva tornare sul suo vecchio esperimento, ormai ampliato da Karmilla l’app. Carlo Alberto non capiva ancora però né il binomio né il metodo, quando si ricordò dei cantici che ascoltava Camilla e ragionò sul fatto che il chip trasmetteva impulsi atti a bloccare il cervello, a rilassarlo o come aveva detto alla famosa serata Diego a comandarlo, il liquido invece a che serviva? In pratica a niente, solo a mandare in coma le persone. Il cerchio non si chiudeva. Il padre aveva ancora una volta cercato di inserire il farmaco in Camilla, quindi un valore ce lo doveva pur avere. Evidentemente non bastava il chip. Carlo Alberto pensò a tutte le varianti, compresa l’ipotesi che il cervello di Camilla, saturo di betabloccanti, reagisse al nuovo farmaco invertendo il risultato, ovvero invece che bloccare o regredire, aumentava e velocizzava. Carlo Alberto analizzò il liquido e scoprì che era effettivamente un virus che aveva già visto in qualche occasione in facoltà e si nutriva di altri microrganismi. Ma nel cervello di quali microorganismi si poteva nutrire? Il cervello stesso? Pensò a tutte le cose che sapeva sul cervello ma sentiva di essere fuori strada. Quel farmaco aveva mandato in coma la madre di Camilla, si disse. Quel farmaco era la risposta al coma della madre di Camilla ma non la guarigione della malattia stessa, si ripeté. A quel punto avrebbe portato il farmaco in ospedale, ma a spiegare tutto il resto era restio. Chi gli avrebbe creduto? Il padre era pur sempre un acclamato e pluripremiato professore… non poteva aver fatto tutte quelle assurdità. Non gli avrebbero creduto. Cambiò prospettiva al problema e si chiese quale fosse il modo di espellere il microorganismo... quando guardando nell’obbiettivo del microscopio vide che il microorganismo quando entrava in contatto con un altro elemento tendeva a compattarsi divenendo simile ad… una patina di alluminio? No, Argento! E improvvisamente ebbe una rivelazione e capì a cosa servisse il microorganismo compattato… da cassa armonica per il chip! In pratica, saturando il cervello di questo virus, gli input dei chip si sarebbero estesi per tutto il cervello aumentandone la potenza ma quello che non aveva immaginato era che ciò poteva funzionare su un cervello senza betabloccanti che invece di rilassarlo ne velocizzava la potenza e inoltre l’argento puro era velenoso immesso così in grandi quantità anche se mescolato con altri agenti che adesso non riconosceva.
Vide che la porta del laboratorio era stata aperta dalla luce rossa sopra la porta e sentì che la visita non sarebbe stata di pura cortesia. Aprì per istinto un cassetto e vi trovò una Colt, vide che era pronta all’uso, ben oliata e carica, e mettendosi lungo la parete si preparò ad usarla a prescindere da chi fosse.

La realtà
Carlo Alberto aveva il cuore che gli batteva; non è che in cuor suo volesse uccidere qualcuno, magari lo avrebbe solo preso in contropiede come nei film. Poi si chiese ancora una volta perché suo padre nell’abbondanza di videocamere non ne avesse messa mezza per vedere chi entrava... Probabilmente gli bastava avere la Colt carica a portata di mano, ma qua non erano in America dove sparare a casa propria era pubblica difesa. Ma poi pensò che il padre alla peggio avrebbe sciolto il cadavere nell'acido. Ad ogni modo la persona nell'altra stanza era già inciampata due volte e questo lo rendeva o il killer più patetico della storia o una persona qualsiasi. L'avventore interruppe le sue elucubrazioni chiamandolo per nome.
Ed era una voce famigliare.
"Diego??"
Dalla penombra sbucò Diego in pigiama e scarpe da tennis.
"Oh santo cielo, e questo che luogo è?" chiese Diego entrando nella stanza. "Il lato oscuro di mio padre" disse Carlo Alberto posando la Colt nel cassetto.
"Un po' piccolo" ironizzò Diego.
"Piccolo ma letale... ma tu che ci fai qua?" tagliò corto Carlo Alberto.
Diego cambiò espressione e rispose: "Camilla è entrata in coma. Siccome tardavi sono scappato dall'ospedale. A casa tua non c'eri. Alla clinica era improbabile, allora siamo venuti qui. Clara è di sotto che ci aspetta…"
"Oddio, sono arrivato tardi... ero qui che pensavo ad una soluzione..." disse Carlo Alberto disperato.
"Dipende da quello che hai scoperto..." rispose Diego cercando di rianimarlo. E in effetti fece effetto perché Carlo Alberto ripose: “Te lo dico in macchina, andiamo!" In macchina gli raccontò tutto per filo e per segno senza escludere nessuna perplessità. Diego ascoltò senza dire una parola e, quando l'amico finì, disse seriamente: "Quindi tu credi che tuo padre abbia solamente sbagliato a non prevedere che i betabloccanti potevano fare un effetto contrario. E se così fosse perché non ha raddrizzato il tiro?"
Carlo Alberto ci pensò un attimo e poi rispose: "Perché essenzialmente mio padre non comprendeva di poter sbagliare su un qualcosa così in maniera accademica. Poi avendo mandato in coma una madre di famiglia, avrà pensato che era meglio mollare il colpo fino a quando le acque non si fossero calmate"
"Quindi si è fatto di nuovo avanti per colpa mia..." disse spento Diego.
"No, amico. Lo avrebbe scoperto comunque. Alla serata c'erano molti suoi amici che gli avrebbero riferito sicuramente di suo figlio e del suo amico e della loro scoperta... anche solo per lecchinarlo"
"Può darsi... ma ad ogni modo come intendi agire in base ai tuoi ragionamenti?"
"Molto semplicemente noi tramite flebo porteremo Camilla senza betabloccanti, tramite un composto alcalino che purificherebbe il sangue... e di conseguenza il cervello"
"Così andiamo ad eleminare pure il farmaco di tuo padre però..." aggiunse Diego.
"Esattamente. Ma questo alla fine è un bene essendo diventato un mischione con effetti indesiderati. Una volta ripulita noi le rimettiamo il farmaco blu e una volta ricompattato dobbiamo collegare Karmilla al chip e farle arrivare i cantici in modo diretto e tramite input cercare di risvegliarla dal coma. Ora dimmi i possibili falli..."
Diego ci pensò alcuni minuti e poi rispose: "Eventuali falli a rischio potrebbero essere... Per prima cosa che potrebbe cambiare la biochimica del suo cervello con effetti non previsti..."
"Potrebbero in effetti... Ma comunque sarebbero monitorati al minuto se non al secondo...poi?"
"Poi potremmo provocarle uno stress fisico peggiore che invece di rilassare l’encefalo lo peggiorerebbe"
"Un margine di stress ci sarebbe comunque e anche quello verrebbe monitorato..."
"Il collasso dell’encefalo"
"Improbabile. Peggio di così possiamo arrivare a bloccarla un poco di più o molto più probabilmente a non avere nessun miglioramento"
"Concordo" asserì cupamente Diego.
Ma le ansietà di Carlo Alberto erano altre, infatti dopo poco disse: "Lo sai cosa mi preoccupa di più? Il fatto che i dottori non ci daranno ascolto, è tutto così assurdo"
"Ascolta... assurda diventa tutta la vicenda se tu la racconti in tutto e per tutto. Io salterei la parte del sequestro e le macchinazioni su tuo padre. Io punterei sul dirgli che tuo padre ha caldamente consigliato di fare così... lei in fondo è stata in cura da lui... Quindi fa di lei una vecchia paziente. Sei un Garante anche se giovane. Hai voti altissimi... per me anche solo per disperazione ti daranno il via libera... E poi considera che il padre di Camilla è dalla tua parte..."
Tacque un attimo ma Carlo Alberto non era convinto e chiese di nuovo: "E se protocollassimo?"
Diego scosse la testa e rispose: "Per protocollare ci vuole un tempo che non abbiamo e poi se scrivi invece che dire devi dimostrare con dettagli, fonti e riferimenti ciò che andiamo a fare. Mica possiamo scrivere che pensiamo di fare così alla spera-in-Dio? Cioè non saremmo credibili... invece così a voce... vieni visto come il figlio di... e tante cose non le guarderanno. Questa è la mia opinione" dichiarò Diego convinto.
Carlo Alberto prese in esame le sue parole e se ne convinse pure lui.
"Lo sai chi si potrebbe chiamare alla peggio? Il rettore, era un amico di tuo padre, è uno squalo pure lui ma con la sua benedizione andiamo più avanti. Alla fine dobbiamo salvare Camilla più che proteggere Karmilla"
"Iniziamo a vedere come si evolve la prima fase... poi vediamo... siamo arrivati... Scendiamo e che Dio ci benedica!" Scesero mentre Clara, la fidanzata di Diego, andava a parcheggiare.
Carlo Alberto respirò a lungo ed entrò nella parte di chi sapeva ciò che diceva. La parte più difficile fu mantenere un tono distaccato ed equilibrato davanti a una Camilla intubata con dei dottori scettici intorno a ciò che diceva. Erano in disaccordo sul togliere i betabloccanti perché lo ritenevano pericoloso. Carlo Alberto puntò sulle loro velleità scientifiche e sul rispetto che avevano in suo padre. Avrebbe voluto gridare loro che non sapeva quello che andava a fare ma lo avrebbe fatto andando oltre il fattibile e l’infattibile perché su quel letto c’era la ragazza che amava. Ovviamente prevalse il buon senso e, sorvolando velocemente sulla seconda parte, si limitò a rimettersi alla loro decisione. Ovviamente niente di più falso, se non collaboravano avrebbero portato via Camilla notte tempo. Per ultima cosa disse che i genitori di Camilla, cioè il padre, era decisamente a favore della cura. Infatti il padre mantenne un decoroso silenzio fin quando non toccò a lui parlare e lì diede il deciso benestare al ragazzo evitando di dire che era il fidanzato di sua figlia. Quell’uomo a Carlo Alberto piaceva sempre più, era quasi amore avrebbe osato pensare.
Pur reticenti acconsentirono, facendogli firmare una delibera di totale responsabilità a lungo termine. Carlo Alberto non batté ciglio e accettò, anche se in fondo era un’ingiustizia perché loro la responsabilità non se la prendevano mai a prescindere dalla cura e dal paziente. Ma a Carlo Alberto non interessava.
Misero Camilla in una stanza singola con una poltrona e un letto. Siccome Carlo Alberto non era laureato in medicina, sebbene fosse competente, gli affidarono di ufficio un dottore che ne avrebbe dovuto vegliare la procedura, anzi tecnicamente avrebbe dovuto essere la mano di Carlo Alberto e Diego in pratica era latitante. Meglio, aveva pensato Carlo Alberto, almeno avrebbero potuto parlare schiettamente lui e Diego. Diego si era dimesso per poter partecipare a tempo pieno al progetto.
Ad un certo punto, manco fossero a scuola, Carlo Alberto aveva tirato fuori un quaderno e si era messo a fare calcoli sulla giusta dose di farmaco blu che sarebbe servito a Camilla. Entrambi ritennero che uno sarebbe potuto bastare. Purtroppo non avevano la stima precisa del peso e del volume del cervello di Camilla, si affidarono ad altri parametri e si diedero un ampio margine oltre il quale avrebbero rivalutato la situazione.
Diego si posizionò nella poltrona con di fronte elettrocardiogramma e elettroencelogramma per annotarne i cambiamenti. Quella prima notte era importante e anche pericolosa a livello del morbo di Camilla. Invece Carlo Alberto stava modificando l'app per poter mandare sia gli input che i cantici direttamente al chip.
Una volta terminato, si diedero i turni per la veglia notturna. Il giorno dopo passarono al farmaco blu già pronto all'uso e anche lì fu una lunga veglia ansiosa. Anche il padre di Camilla voleva partecipare ma si rese conto che addormentarsi spesso era pericoloso e desistette dopo poco. Di tanto in tanto qualche medico faceva capolino e faceva qualche domanda, controllava gli esiti provvisori e se ne andava. Il terzo giorno, invece, fu la volta dell'invio dei cantici in loop da Karmilla al chip e da quel momento gli occhi dei due ragazzi erano su Camilla.
Gli input erano dati dalla voce di Diego, il padre e Carlo Alberto in modo regolare. Ma quella prima sera non successe nulla. Il secondo giorno nemmeno, i valori erano fin troppo fissi. Il terzo erano in paranoia e i messaggi a Karmilla erano più sentimentali che utili.
Il padre disse che rivoleva la sua bambina e che era stufo di vedere il suo fidanzato buttato sulla poltrona.
Diego gli disse che gli mancava la sua migliore amica e che anche lui era stufo di vedere Carlo Alberto buttato sulla poltrona a dire cose melense tutto il giorno.
Invece Carlo Alberto, imperturbabile, disse di tornare e che gli aveva promesso che non lo avrebbe abbandonato invece era fuggita in un luogo dove lui non poteva arrivare. Le disse che si sentiva solo e infelice e che la notte aveva freddo e non riusciva più a dormire. Le disse che non aveva mai conosciuto l'amore di un padre prima di incontrare il suo. La totale devozione a qualcosa che non fosse sé stesso. Le disse che di tutto questo le era grato e che se lei avesse voluto lui l'avrebbe lasciata libera.
Venne la notte di quel terzo giorno e anche del quarto, ma da Camilla nessun segno.
Il quinto piombò in ospedale Serena e dall'atteggiamento che aveva era decisa a riprendersi il padre di suo figlio.
Carlo Alberto aveva ceduto il cambio a Diego che era tornato a casa prima di lui. Appena entrato nella stanza, vi trovò Serena che fissava con odio Camilla come se alla fine la colpa fosse della povera Camilla. A Diego saltò subito il nervo al solo vederla e senza manco salutarla le chiese dove avesse mollato il santo bambino, era ingiusto ma lui poteva esserlo perché era un estraneo e se mai se ne stava approfittando era per vendicare l'amico tante volte ingiustamente ferito da lei. Ma questa volta non se la prese ma rispose: "Sei strano tu, Diego. Se io mi faccio da parte lei rimane a lui e tu che fai, stai a guardare come un fallito? Preferiresti togliere in padre al figlio e stare ancora a guardare?"
Questa volta Diego abbassò gli occhi ammortizzando il colpo. Poi le rispose: "Non ho nessun problema a stare guardare il mio migliore amico essere finalmente felice dopo anni di sofferenza causata da te. E finché avrò fiato in gola, lo dirò io a tuo figlio che la colpa è di sua madre se non ha un padre accanto" Allora Serena urlò: "È malata anche se esce da sto buco di stanza, sempre malata sarà!! E tu vuoi questo?"
"Io voglio vedere Camilla felice e Carlo Alberto pure. Lei non ama me e lui non ti ama più... E a questo punto se te lo devo proprio dire, non l'ho mai visto così uomo prima d’ora. Per tutto il tempo in cui è stato con te, sempre a sentirsi in colpa per colpe che non aveva. Parliamo di come sei rimasta incinta?"
A quel punto si mise a piangere gridando che lei lo amava e che suo figlio aveva bisogno di lui. Ammise che Diego aveva ragione ma che tutto si poteva risolvere se avessero voluto. Se Carlo Alberto avesse voluto. Chiese a Diego di dirgli che era da sua zia e che, se avesse voluto, poteva raggiungerla là. Diego rispose che non ci pensava minimamente a diglielo. Lei gli sputò in faccia e lui le diede uno schiaffo e a quel punto corse via indemoniata. E Diego le gridò dietro: "È così che sei davvero" poi tornò da Camilla e con la coda degli occhi vide un lieve movimento in Camilla che sparì subito. Guardò e riguardò ma niente in lei si muoveva.
Ma nonostante ciò qualcosa gli sfuggiva e a un certo punto disse: “Camilla, smetti di fare finta di stare in coma. So che hai sentito tutto. Non è come credi…” Diego sospirò tristemente. Perché sempre a lui le situazioni complicate?
Ci furono attimi di silenzio fin quando dalla bocca di Camilla pervenne un rantolio che mano a mano divenne voce umana e quella voce disse: “Mi dispiace… Diego, non posso” ma in quel momento giunse Carlo Alberto e Camilla smise di parlare. Diego realmente non sapeva cosa era meglio fare. Guardò l’amico e poi Camilla e poi disse: “Mi sembra giusto informarti che Serena è stata qui…”
“Ah…” rispose Carlo Alberto immaginando anche il perché.
Ma Diego continuò dicendo: “E Camilla si è svegliata e ha sentito tutto… ha parlato anche…” a quelle parole Carlo Alberto fu subito su Camilla che, nonostante lui la toccasse in viso e nelle mani e la baciasse, non muoveva ciglio.
Allora Carlo Alberto guardò l’amico, turbato, e Diego a testa basta mormorò: “Unisci le due informazioni…”
Diego non finì la frase che Carlo Alberto stava già mormorando a ripetizione: “No eh!... non puoi fare così… no, no, no, no, Camilla parlami, santiddio! PARLAMI!” ma da Camilla nessun suono. Carlo Alberto aveva gli occhi rossi e guardava Diego sperando in una frase risolutiva, ma Diego taceva fin quando con rabbia disse: “Lei vuole che torni con Serena. Non parlerà se non dopo…”
Carlo Alberto allora prese un vasetto di fiori che era nel comodino di lei e lo fracassò sulla parete. Uscì dalla stanza come impazzito e Diego lo inseguì spaventato dal suo comportamento mentre le infermiere facevano capolino nella stanza e chiedevano cosa era successo. Carlo Alberto piangeva e Diego cercava di calmarlo e lo abbracciava. Gli disse: “Fai finta di provarci… così lei avrà la sua stramaledetta coscienza a posto…”
“Io non piglio in giro mio figlio! Se mi rimetto con Serena è per davvero! Non posso vedere che mio figlio vede che vado e vengo… già faccio schifo così”
“Ma tu non fai schifo! Ma stai scherzando? Sei meglio di quanto è stato mio padre da sobrio! Vivere con Serena non è facile, dai, ammettiamolo!”
Carlo Albero respirò e poi disse freddamente: “Se Camilla vuole lasciarmi che lo faccia, io non ho bisogno di una donna del genere”
“Lei sa che sarà sempre malata… forse non vuole legarti… come suo padre…” In fondo Diego capiva Camilla, neanche lui avrebbe voluto un futuro di ospedali per il suo migliore amico. Diego si sentiva più colpevole che mai. Se non avesse fatto infuriare Serena, Camilla non avrebbe reagito così a quelle cattiverie.
“E allora???” gridò Carlo Alberto di nuovo furente e poi aggiunse: “Questo non le può dare il motivo di decidere per tutti quanti. Non sono un pupazzo! Io so con chi voglio stare e quale prezzo devo pagare. Non sto… non sto rinunciando a mio figlio… santo Dio, non voglio essere come mio padre… ma questo è il prezzo che devo pagare??” Era disperato fin quando l’app non vibrò e la voce di Camilla non disse: “Mi dispiace. Mi dispiace. Mi dispiace”
In quel momento i due amici si guardarono negli occhi e corsero in stanza ma Camilla era sparita.



Il traguardo
I due ragazzi guardarono il letto, incapaci di parlare, poi corsero nella stanza della madre ma lì il padre non c’era. Carlo Alberto mandò messaggi a Camilla ma non arrivarono risposte. Intanto anche l’ospedale si era accorto della sparizione di Camilla e uno stuolo di camici bianchi arrivò in massa a prendersela con Carlo Alberto e Diego, come se la colpa fosse loro. Ma in breve tempo i ragazzi capirono perché Camilla fosse scomparsa, probabilmente aveva sentito ascoltando qualche discorso qua e là sul fatto che sarebbe venuta la tv a fare un reportage sulla sua malattia, sull’operazione, in breve su di lei. Ma se Camilla se n’era andata, la madre rimaneva, ed era lì che la ragazza aveva fatto astutamente sapere al suo medico che potevano operare la madre e riprendere il tutto. Carlo Alberto era furente e diceva passeggiando in bagno: “C’era da mandarle a dire: “Falla tu l’operazione SU TUA MADRE visto che sei più intelligente di noi e SMETTILA DI USARE LE PERSONE CHE TI AMANO, DANNATA RAGAZZA!”
Diego era come sempre più comprensivo nei confronti di Camilla e rispose all’amico che forse solo così avrebbero accettato. Con titubanza gli disse che forse quella era proprio la piattaforma ideale per lanciare Karmilla.
“Ma questi vogliono fare pure una serata a nome nostro!! Me lo ha detto il rettore che si è catapultato qui non si sa come e per cosa!”
“Sarà stata Camilla…” aggiunse Diego attratto da tutta l’idea, per lui era arrivato il loro momento e Camilla glielo stava porgendo su un piatto d’argento cesellato d’oro.
“Non siamo i pupazzetti nelle sue mani! La deve smettere!”
“Per me tu parli da ragazzo innamorato deluso e ferito in questo momento. Io non vedo tutta questa tragedia in quello che ha fatto. Anzi ci intravedo un bellissimo regalo da parte sua. E poi io avevo già pensato che avremmo anche potuto guarire sua madre, almeno ci avremmo provato… tu non ci avevi pensato?” disse Diego guardando Carlo Alberto convinto.
Carlo Alberto scrollò la testa, era vero, anche lui ci aveva pensato a motivo del padre di Camilla. Ma non a quel prezzo. Non senza Camilla vicina.
Ma a quel punto gli venne un pensiero in mente e prese Karmilla l’app e disse: “Karmilla Benza di Cavour, se non assisti tua madre con noi… NOI NON LA OP-E-R-IA-M-O! CAPITO?” Diego guardò l’amico e poi scoppiò a ridere. La risposta pervenne subito con un laconico ok.
“Tu sei proprio perso, amico mio… io avrei pensato alla mia occasione… invece tu hai pensato principalmente a stare con lei.” A quella frase Carlo Alberto non rispose perché già immaginava il momento in cui le avrebbe detto: Tu adesso non te vai più via da me!
Tornarono dalla madre, questa volta il padre era presente e appena li vide li abbracciò in un abbraccio stritolacostole. Per loro fortuna non si mise a piangere questa volta. C’erano anche tutto lo staff medico e il primario che questa volta li guardavano con ammirazione, pronti a fare quello che loro dicevano. Tutta questa tensione non portava mai bene, disse ad un Diego già irretito dalla situazione. Carlo Alberto sospirò, l’amico era irrecuperabile. Cercando un tono autoritario, Carlo Alberto chiese che lui e Diego rimanessero soli e quando sarebbero stati pronti avrebbero conferito anche con loro sul da farsi.
Come risposta ebbe un grugnito unico da parte dei medici e un elettricista che portava cavi per le riprese tv. Appena videro la tv, nessuno si mosse.
Allora una parte del cervello di Carlo Alberto li escluse, tanto ad intrattenerli tutti ci bastava Diego, e guardò la madre di Camilla e mentalmente pensò a quello che doveva fare.
Per prima cosa: trovare di nuovo il farmaco blu o ricostruirlo con un dispendio di tempo. Ammesso che fosse riuscito a trovare la ricetta giusta. Ma a quel punto sarebbe anche potuta intervenire Camilla stessa, anche se farle usare le sue capacità non era il massimo in questa fase.
Secondo: ripulire il cervello della madre da qualsiasi cosa i medici le avessero dato in precedenza.
Terzo: inserire farmaco blu.
Quarto: loop musicali che il marito avrebbe suggerito e input vocali da parte di Camilla e marito.
Niente di più facile se il blocco comatoso che sperava non fosse irreversibile fosse stato causato dal farmaco e non dalla malattia stessa portata all’apice con il contributo del farmaco.
Gli si accostò Diego tutto eccitato e Carlo Alberto penso che sarebbe mancato poco e avrebbero di nuovo litigato se continuava così, se lo sentiva.
Carlo Alberto chiese a Camilla come suo contributo il farmaco blu sperando si facesse vedere e lei glielo fece avere tramite il suo dottore. La cosa era irritante, ma Diego aveva ragione, adesso doveva pensare alla madre di Camilla, non a Camilla.
Diego parve tornare in sé e si rimise di nuovo a collaborare fissando con ostentazione i monitor. Ogni tanto lanciava occhiate alle telecamere ma tutto sommato era perdonabile, anche Carlo Alberto ogni tanto veniva destabilizzato da loro e prendeva un atteggiamento severo. In realtà era arrabbiato con Camilla che non arrivava ancora. Bugiarda fra le bugiarde, e ora lui non poteva più tirarsi indietro, ammesso che gli occhi del padre glielo avrebbero permesso.
Era una sagoma quell’uomo, era tornato a casa per mettersi il vestito buono, anche a lui le telecamere facevano un certo effetto. Ma Carlo Alberto sapeva che il luccichio di quei vecchi occhi era per quando avrebbe sentito ancora la voce della moglie e non per altro.
Quel primo giorno finì così, con la madre di Camilla in “ripulitura” e Camilla assente. A Carlo Alberto adesso veniva da piangere, seduto al buio a fissare i monitor. Diego stava riposando nel lettino accanto e anche se le telecamere non avevano smesso di riprendere la scena, gli addetti dormivano nella stanza attigua.
Adesso lui era in grado di guarirla, perché fuggire da lui? Si chiedeva Carlo Alberto affranto. Doveva parlarle, farla ragionare. Avrebbe dovuto almeno provarci quella cocciuta ragazza a stare con lui, a vedere se davvero le cose erano così traumatiche. Lo faceva per suo figlio, già, o per lei stessa? Carlo Alberto sospirò per l’ennesima volta quando un telecameraman gli porse un the caldo e disse: “Il tuo dolore arriva fin di là. I ragazzi chiedono se stai bene”
Carlo Alberto sorrise all’ironia della situazione, adesso era lui il caso disperato, non la donna in coma sul letto. Rispose: “Ufficiosamente va da schifo ma ufficialmente tutto procede regolare”
“Il mio collega dice che il tuo amico ha detto che è la madre della tua fidanzata che ora non c’è per motivi suoi”
“Già, suoi” ammise Carlo Alberto non sbilanciandosi e annotandosi mentalmente di dover fare un discorsetto a Diego lingua lunga.
“Ragazzo, sei un tipo in gamba, vedrai che tutto si sistemerà” disse il telecameraman tornando dai suoi colleghi. Già, tutto si sistemerà! Niente di più falso in quanto il giorno dopo piombò in stanza Serena mandando tutti in confusione. Le telecamere adesso erano sue.
Diego, di nascosto, la minacciò varie volte ma lei, colta la situazione, prese possesso di una sedia e accavallando le lunghe gambe lucide dell’abbronzatura appena fatta in solarium si posizionò per restare. Ovviamente Carlo Alberto non poteva farle la scena madre che le avrebbe voluto fare. Lei disse che era venuta per dirgli che tornava a casa ma vista la situazione era giusto che rimanesse accanto al suo fidanzato. I sospiri si triplicarono, in contrordine ora era proprio il caso che Camilla non si facesse viva. E per fortuna sua non lo fece. Di buono ci fu che Diego con la presenza di Serena perse ogni allegria e smise di fare il buffone di corte per le telecamere. Le condizioni della madre erano stazionarie anche se non buonissime. Probabilmente non doveva essere stata in salute neanche prima. Era tachicardica, ed era questo il maggior problema. Temeva che una volta finita la ripulitura avrebbe avuto un attacco da parte della malattia, che pareva ancora essere attiva dagli encefalogrammi. Dovevano nelle prossime ore tenere pronta l’unità coronarica di pronto intervento. Con quella scusa, Carlo Alberto spinse Serena fuori dalla stanza e dalle telecamere.
In corridoio disse a una Serena arrabbiata: “Te ne devi andare! Appena finiremo torno a Padova. Va bene?”
A quelle parole si illuminò e in un attimo Carlo Alberto rivide la ragazza che per tanto tempo aveva amato ma che lei stessa aveva frantumato. Poi presa dall’input lo baciò. E lui non fu pronto ad allontanarla se non dopo che le telecamere lo avevano inquadrato. Serena sorrise soddisfatta, lo aveva fatto a posta ma non aveva considerato che facendolo lo aveva perso per sempre. Infatti Carlo Alberto a un certo punto si sentì stanco di tutto, stanco di lottare, di spiegare, di sentirsi in colpa per questo e per quello. Per Serena prima, per Camilla dopo. Decise di punto in bianco che la situazione doveva terminare all’istante.
Prese per un braccio Serena, che smise di sorridere, e disse davanti alle telecamere: “Tra noi è finita, Serena… rassegnati... e se non mi permetti di tenere mio figlio ci vediamo in tribunale… Ora devo andare” e la lasciò lì impalata che non sapeva se strapparsi i capelli o tirargli una scarpa addosso. Cosa che fece, e fu immortalata. Dopo essersi liberato di Serena, si sentì meglio ma non del tutto, allorché prese Karmilla e si allontanò dalla troupe. Diego, vistolo, ritornò a fare il buffone della compagnia per accertarsi che nessuno lo seguisse.
Le disse: “Karmilla Bensa di Cavour, stammi bene a sentire, bella mia, sono qua a curare tua madre con Diego che si è tramutato in un morto da tv ed esigo la tua presenza perché non lo sto facendo per Karmilla o per la gloria… lo sto facendo per te e per tuo padre perché credo nella famiglia, e credo che il tuo posto sia accanto a me in questo momento. Se tu non lo credi per i tuoi motivi oscuri e se non verrai, sappi che tra noi è finita per sempre. Io… Camilla … io ti so curare, l’ho dimostrato, ma se tu non smetti di scappare non potrai mai accorgerti di quanto sia importante per una persona avere nel bene e nel male accanto un’altra che la ami. Ti ricordi le parole di quello che scrisse il piccolo principe? Era un altro tipo di aforisma e diceva… certo che ti farò del male, certo che me ne farai. Certo che ce ne faremo. Ma questa è la condizione stessa dell’esistenza. Farsi primavera significa accettare il rischio dell’inverno. Farsi…”
“Farsi presenza significa accettare il rischio dell’assenza.” Era Camilla ed era dietro di lui. In fondo non se ne era neppure mai andata dall’ospedale. Carlo Alberto l’abbracciò forte fino a sollevarla. Era così leggera e morbida.
Carlo Alberto la mise a terra e la prese per mano e le disse seriamente: “Karmilla, se lascerai questa mano un’altra volta sappi che non la troverai più. Io lo so che nel tuo mondo le madri vanno in coma e i padri abbandonano tutto perfino le figlie malate della stessa malattia per stare al capezzale della moglie, ma io non sono tuo padre e ti prometto fin da ora che cercherò di essere un buon padre per mio figlio. Ma lo sai cosa mi rende migliore? Tu mi rendi migliore” e allora lei si fece tutt’occhi come una topina che sapeva di aver sbagliato e strisciando il piede per terra disse: “Ma è proprio questo che mi preoccupa. Io sono malata e non so neppure dove mi condurrà questa malattia… Tu… tu hai un futuro davanti e io del tuo futuro sono un intralcio… io…” Carlo Alberto la zittì con un bacio e poi le disse: “Dove ci condurrà la malattia… non dove ti condurrà. Dove sarai tu sarò io… e son ben consapevole che non sarà facile con il tuo pessimo carattere, ma vedrai che fra momenti di disperazione e momenti di gioia ce la caveremo. Basta che questa mano non la lasci più” A Carlo Alberto tremavano le mani ma aveva la presa salda su quella di lei e allora lei lo abbracciò senza dire una parola e dal modo in cui nascose la testa sotto la sua ascella capì che dopotutto anche lei aveva bisogno di lui, ma solo che dopo una vita che combatti da sola poi non ti riesce facile fidarsi di un’altra persona.
Appena tornarono in stanza partì l’applauso perché ormai la troupe televisiva era tutta una famiglia con il Diego show che aveva tirato anche dentro Clara, la fidanzata più dimenticata della storia. In fondo Diego l’amava anche per questo, era vero amava anche Camilla e forse anche di più, ma aveva capito che il suo amore era diverso da quello di Carlo Alberto, era più legato a tutta la situazione e poi Camilla aveva fin da subito scelto il suo amico e a questo si era rassegnato. Come temuto da Carlo Alberto, la madre ebbe un sussulto coronarico finita la ripulitura ma dopo una mezz’ora dall’inserimento del farmaco blu la situazione tornò stazionaria, il cuore era tornato ad una aritmia regolare. Il giorno dopo ci sarebbe dovuto essere il grande risveglio, Carlo Alberto precisò a tutti che era più probabile che avesse luogo, se aveva luogo, dopo due giorni. A quelle parole tutti gli animi si placarono e il silenzio ridiscese quel secondo giorno. Il terzo giorno ebbero altre noie da parte del cuore, la malattia era più aggressiva che in Camilla, era difficile da tenere a bada. Sebbene lei fosse ancora in coma, un qualche movimento si avvertiva da parte dell’encefalo. Purtroppo neanche il farmaco blu sembrava blandire il morbo, cosa che in Camilla invece stava riuscendo. Era ancora malata ma i disturbi causati dal morbo erano molto meno. Scherzando Camilla disse a Carlo Alberto che stava diventando scema. Perché aveva dei momenti di confusione che prima non aveva mai avuto. Carlo Alberto rise di gusto e poi rispose: “Camilla mia, non è il farmaco blu, mi dispiace, quello che ti fa questo effetto è Il Diego show e sta facendo effetto su tutti” Allora tutti risero, anche la troupe, in primo momento anche Diego, poi capì la battuta e gli diede dello scemo e risero ancora tutti.
Finito il farmaco blu e vistolo ricompattarsi, presero Karmilla ben descritta da Diego in tutte le sue potenzialità e la misero in loop, spiegando loro che potevano farlo perché sia su Camilla che la madre anni prima era stato innestato, dal padre di Carlo Alberto, un certo chip. Poi a turno cominciarono a parlare sia la figlia che il padre. Il padre tenne duro ma a un certo punto le lacrime uscirono intenerendo il web, come ebbe a dire Diego, felice alla vista delle lacrime per il Diego show. A Carlo Alberto faceva invece male la vista di quelle lacrime e si mantenne a distanza di sicurezza. Anche i telecameraman si commossero. La madre rimase inerme per parecchie ore, fin quando non mosse un dito e poi un altro fino al grande risveglio. Al padre mancò poco che venisse un infarto dalla troppa felicità e non capendo più nulla si buttò sulla moglie per baciarla. Cercare di strappargliela dalle possenti mani fu impresa in cui ci vollero tre persone ben piazzate. Anche l’ospedale fu galvanizzato dalla riuscita dell’operazione. Le domande su Karmilla furono tantissime, ma il Diego show non ammetteva chiusure e fu ben lieto di concedere interviste e rispondere alle molte domande.
Anche Carlo Alberto si unì all’amico. Camilla invece fu la più reticente, disse no a tutto, dal libro al film alle apparizioni tv. Alla fine desisterono e si concentrarono sui creatori dell’app.
Quella sera, Carlo Alberto si concesse di tornare a casa, lasciò il comando al padre di Camilla. Le telecamere ormai se ne erano andate e con esse pure Diego. Comunque le condizioni della madre erano stabili anche se la ripresa, vista anche l’età, era molto lunga e decisamente in salita. Nel suo caso non erano riusciti a sanarle il morbo ma solo a placarlo lievemente. Invece Camilla stava molto meglio, ma lei diceva che il merito era di Carlo Alberto non del farmaco blu.
Quella sera a casa di lui, Camilla prima che iniziasse il loro rituale d’amore gli disse: “Carlo Alberto Garante, io ti ho amato fin da subito, cioè nel senso che mi sei piaciuto fin da subito. Il tuo aspetto rasserenava la mia mente e io mi sentivo meglio solo quando c’eri tu, solo a guardarti. Io non sapevo dimostrartelo, e rifiutavo di ammetterlo perché non mi sono mai sentita granché e avevo una missione da compiere, e quando tu sei venuto da me con tutte quelle idee sull’app e anche prima quando cercavi di conquistarmi, tu mi hai salvato la vita. In quel momento hai dato un senso alla mia vita. Per questo io non lascerò mai queste mani, ma se volevo lasciarle era per salvare la tua vita. Perché io ti amo, lo capisci?”
“lo capisco, Karmilla Bensa di Cavour, anche io ti amo” e l’abbracciò e stettero abbracciati molte ore fino ad addormentarsi e quella fu la notte d’amore più bella che vissero insieme.

L’epilogo
Un mese dopo ebbe luogo la serata televisiva, e Carlo Alberto e Diego diedero il meglio di sé e ufficialmente Karmilla entrò nel mercato, rinnovata in tutto e per tutto grazie ai potenti sponsor e alla nuova manodopera. Così che Diego e Carlo Alberto fondarono una loro prima società ma non per questo lasciarono le proprie università. Anche Camilla riprese gli studi anche se con meno profitto per via del morbo che lentamente tramite il farmaco blu stava regredendo. La madre invece non guarì affatto ma almeno era fuori dal coma. La donna disse che non avrebbe fatto più tentativi e il marito fu d’accordo. Meglio mezzi vivi che mezzi morti, dissero. Diego non era d’accordo ma Carlo Alberto invece sì. Lui capiva appieno il padre di Camilla.
Carlo Alberto chiese in sposa Camilla e Camilla accettò ma decisero di non avere figli per la paura che il morbo venisse trasmesso alla creatura da parte di Camilla.
In futuro avrebbero deciso le varie opportunità di adozione. In verità Carlo Alberto stava segretamente studiando la cosa e un giorno avrebbe anche potuto aiutare Camilla a divenire madre, ma
per ora il progetto era top secret fra lui e Diego.
Serena si sposò bene con uno della tv, a cui era andata a fare la scena madre, e in piena felicità da matrimonio mollò il figlio al padre che finalmente se lo poté crescere con l’aiuto di Camilla.


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