psicopativi fissi

18 set 2017

incipit dei miei libri...

Carlos (in editing...)


Chi può definirsi davvero normale in quest’era Cyber Tecnologica? Era sempre stato questo il problema di Carlos, l’input iniziale del suo male di vivere: capire di esistere eppure non sentire di vivere. Talvolta il bene lo si trova tra le pieghe di una vita altrui e Carlos lo stava inseguendo, ma ad occhi bendati seguendo il suo istinto, sospinto e frenato da una società talvolta troppo spietata con chi è giudicato ‘diverso’. “Non importa ciò che sei, ma ciò che fai per esserlo”. “Non sei perduto finché non credi di esserlo”. “C’è sempre speranza per chi non smette d’inseguirla”. Queste sono parole, nient’altro che parole, pensieri sparsi che ti accompagnano lungo l’autostrada della vita.

Aveva i capelli fini come la paglia, di un biondo chiaro, che trafiggeva lo sguardo. E labbra con un colore così vivo da far impallidire una rosa rossa. Troppo rosse per quel volto pallido di bambina. E i suoi occhi teneri, occhi da strega che ti mangiavano il cuore, sì a morsi, senza neanche dirti grazie. E una voce riecheggiò nella stanza riempiendola tutta, nociva e maligna ripeteva senza tregua le stesse parole di condanna:
“Carlos, smetti di pettinar le bambole. Sei un maschio!”
E poi ancora:
“Come ti permetti?! È tua madre, santo Dio.”
Poi il dolore, quelle frustate, che bruciavano l’anima ancor prima della schiena. Buttato lì come un sacco di patate, a chiedersi il perché di tanto odio. “Basta!” Carlos urlò il suo dolore gettando al vento le foto di Miriam, la sua piccola Miriam, che il mondo, la gente, aveva provato a negargli. Le foto si sparpagliarono per la stanza, tappezzata di fogli di giornale, un’immagine tetra fatta di notizie che nessuno leggerà mai. E Miriam era lì, distesa nel letto, come un angelo. Carlos con un dito sfiorò le gote perlate di lacrime ormai seccate. Oh mio Dio, com’era bella Miriam; ora era sua. Nessuno gliela avrebbe portata via. Sarebbe stato felice a farle da mamma, l’avrebbe pettinata, vestita e per le cene di Natale e pure truccata. E poi… e poi… e poi… Una ruga solcò il volto e un pensiero dispettoso, troppo ebbro di realtà, gli disse che doveva fuggire lontano da quel luogo, dove la polizia non poteva trovarli. Ma con un pugno in testa interruppe quel pensiero. Era quasi Natale, doveva presentare la sua bambina a sua madre. Oh, come sarebbe stata felice di sapere che era diventata nonna. Lei che l’aveva sempre difeso, davanti a tutti, lei che piangeva a notte fonda stringendoselo al petto. Sua madre sì che sarebbe stata felice. Se non fosse stato strano per tutta quella gente cattiva, sua mamma l’avrebbe pure sposata, portata via, via davvero, da quelle mani incestuose di suo padre, via lontano, verso il mare. Con quella voce melodiosa da bambina avrebbe detto: “Adesso, Carlos, pettinami ancora!” E avrebbero riso, lui e la sua mamma adorata, lei con quella voce di bambina grande, senza più le rughe né pensieri. E la notte l’avrebbe abbracciato di nuovo, stringendoselo a sé, come quando era piccolo, senza quell’orribile uomo che lo spingeva via da lei in malo modo gridando cose blasfeme e usando una violenza che un padre non dovrebbe mai e poi mai usare con un figlio. Era da anni che non lo vedeva. Sempre in caserma, ex caporale maggiore dell’esercito italiano, ora in semi pensione al distretto della polizia locale; doveva sempre fare qualcosa quel maledetto. Sputò al solo pensiero del padre, si girò e rigirò nel letto e guardò la sua piccola accanto. Quanto le voleva bene e quanto bello sarebbe stato domani con le sue donne! Spense la lampadina solitaria e chiuse gli occhi, sognando di essere un ragno che prima mangia le farfalle e poi si trasforma in esse.

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Incipit Per le vie della vita della morte



pure in Kindle Unlimited


Ali d'argento

Così t’ immaginai

vicino a me talmente vicino da non saperne discernere chi era l’uno e chi era l’altra.

Così ti conobbi

splendido sole dalle ali d’argento

coperto da nubi talvolta ma quasi sempre semplicemente perfetto.

Così t’ aspettai seduta, in eterna attesa spettatrice immobile di momenti unici.

Così ti amai ma pur amandoti la mano ti lasciai ma il mio amore già da troppo tempo celato fra le lucide piume ti nascosi.

Così per proteggerti quando io sarei stata lontana.

Così per ricordarti di me del tempo che è venuto e andato ma con sé non ci ha portati.

Così, semplicemente così


Il mio scrivere


Il mio scrivere non è altro che il mio peregrinare sulle bianche pieghe del tuo essere.


Blu cielo


Blu come una rosa che in mente mi è apparsa.

Blu come il tuo profondo rivestimento del cuore.

Blu come la tua anima, leggera e sorniona.

Blu come gli immensi occhi grandi e profondi.

Blu come una sposa che un giorno fu promessa a lui, solo a lui A colui che per primo la chiamò: Blu cielo.


Poesie


Mi sento bloccata da me stessa.

Questo mio non voler scrivere poesie eppur sentirle tutte dentro.


Appartenersi

Quante inutili teorie sull'appartenersi si emettono. Il mare non ha mai detto alla terra m'appartieni e la terra non ha mai risposto al mare ti posseggo! Eppur non c'è mare che la terra non abbracci e non c'è terra che il mare non lambisca.


Ora siedi sulle sabbiose rive e lambisci con le tue tenere misericordie nascoste la nuda rupe che battagliera si oppone ad un mare che non riesce a vincere ma che con il tempo la consumerà fino all'anima.


Morire 

Conosco cento modi per morire, ma il mio preferito rimane scrivere.


INCIPIT I racconti di Sharazan vol.1 



La donna che partoriva gatti

"Occhi grandi color cielo e profondi quanto il mare ma bui come la morte ".

Tu che mi guardi e mi lisci le gambe, ti trovai lungo il bordo della strada. Tu, che nessun'altra voleva, solo io ti accolsi. Mangia povera bestia che così sei troppo magra per esser amata come si deve.


"Fritshhh ... Gattaccio!! Mi hai graffiato ma io ti perdono e con questo coltello ti battezzo a essere mio figlio".

Alessandra prese il coltello e con un colpo secco gli recise la coda. Il gatto impazzì di dolore ma per poco, perché lei prima di questo gli aveva fatto una puntura e il gatto era semi-drogato mentre lei lo accarezzava dondolandoselo avvolto in un panno ormai intriso di sangue. In quella stanza nessuno li poteva sentire. Con meticolosità lavò via il sangue dal coltello e lo ripose in un angolo nascosto del giardino. Presto sarebbe arrivato Remo, suo marito e la cena andava celebrata con ogni devozione. Mise il grembiule di pizzo sangallo, regalo della nonna e canticchiando preparerò l'arrosto. Cucinò con allegria più sorridente del solito, quell'arrosto era il suo piccolo esperimento andato a male. Il gatto mutilato, non aveva superato la notte. A volte succedeva, altre no, capitava che resistessero almeno fino alla seconda fase, l'amputazione degli artigli e la rasatura. Alla terza mai. Morivano tutti. Si vede che avevano preso dalla parte della suocera, di costituzione troppo esile. Lei no, era perfetta e presto avrebbe dato alla luce un bel gatto simile al suo Remo. Sì, sarebbe andata proprio così... (continua)


L'ultimo spermatozoo

Si racconta, che dopo l'ultima guerra mondiale dove morirono milioni e milioni di persone, ci fu un'altra guerra, quella dei sessi. In questa guerra prevalsero le donne e il maschicidio fu dilagante a livello mondiale. Il livello di testosterone si abbassò sotto la soglia minima della preservazione della specie.

La situazione era preoccupante, quando le più potenti leader politiche si riunirono è determinarono la nascita di un macchinario che avrebbe estratto dall'avariato corpo maschile il prezioso sperma che avrebbe dato vita a nuove creature. Le ingegnere si misero subito al lavoro, ma il "materiale primo" era diventato più raro dell'acqua nel deserto. Furono inviate spie in tutto il mondo, per stanare maschi nascosti dentro gli armadi, nelle soffitte, nei caveau sotterranei oppure nei costosi bunker di donne ricchissime e disperate. Dalla crociata furono deportati fino alla casa pink (una volta bianca) un gruppo esiguo rimasto ancora sulla terra. Nella lista leggiamo: Dan mai ucciso perché scambiato per un divano. Nyo l'uomo ninja alto un metro e un tappo ma più veloce di un gatto spaventato. Andrea scambiato per anni per donna ma poi beccato a far pipì in piedi, mai debolezza gli fu più fatale. Simone topo di biblioteca, si dice si nascondesse fra i saggi i lingua bizantina. Massimo spia anch'egli e quindi abile nella fuga, fu tradito dal web dove lasciò incaute prove di dove fosse. Alberto portato via dai peggior bar di Caracas, sembra si fingesse statua di legno esposta sul retro del bar. Il girone degli ultimi spermatozoi fu portato davanti la corte suprema per essere giudicato sulla loro effettiva utilità. Si schierarono nudi davanti alla commissione e a testa basta furono giudicati. “Tutto qua?” gracchiò Thelma la Premier africana, facendo uno sguardo schifato alle dimensioni ridotte dei sopravvissuti. “Tutto qua...” ammise Liz Premier inglese, sbadigliando... (continua)
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incipit il palazzo n.1




Storie semi serie che ci fanno sorridere, se non ridere davvero per la loro veridicità. Il palazzo n. 1 è fatto di persone reali che un po' ovunque vivono. Di personaggi strambi un po' ingenui ma pur sempre reali.

Qualcosa di me

Ok. Ora dovrei parlare un po’ di me: com’è stata la mia vita finora? Un disastro. Perché? Per colpa di una serie di scelte. Volevo fare la casalinga e la mamma. Mi ritrovai ad aprire una ditta di pulizie. Volevo dirigerla. Mi ritrovai a fare la portinaia di un caseggiato. Volevo la casa. La persi. Che cos’ho sbagliato in tutto questo? Ho sposato il mio ex marito. L’unica gioia che mi diede fu la mia bambina, ora già grande, colonna portante del mio equilibrio. Non fu facile ricominciare da capo, eravamo solo noi due. Non starò qui a riversare fiumi di colpe al mio ex, anche se giustamente gli spetterebbero. Vi racconterò invece di come la mia vita migliorò dopo la separazione, grazie soprattutto a quello strano posto dove andai a lavorare e ai suoi strani abitanti. Non fu per niente facile capire tali personaggi, come per loro capire me. Eravamo anime diverse in mondi diversi. Per arrivare a un punto di equilibrio dovemmo affrontare un vero e proprio viaggio che mi riservò cose belle e cose brutte ma soprattutto esperienze nuove. Ho imparato tanto, sia dal lato umano sia da quello pratico. Di questo viaggio, ormai passato, mi piace ricordare le sfumature più simpatiche e più ironiche, quelle che lì per lì mi fecero arrabbiare ma che ora mi danno allegria. Li volete conoscere i miei compagni di viaggio? Siete proprio sicuri? Allora rimanete con me. Entrate dal cancello e fatevi condurre nel bizzarro mondo del palazzo n. 1.

Donna Assunta & Satanuzzo (La Sacra Triade)

Donna Assunta e don Satanuzzo sono la coppia più giovane del caseggiato, ma inverosimilmente la più arretrata. Lei è una donnina rotonda, capelli corti e biondicci, un limone per intenderci, con le tette basse e la pancia come un’anguria. Lui è ben messo, ma gran parte del corpo è tatuata o è scorticata dall’orticaria undici mesi l’anno. Il suo vero nome è Santuzzo ma dopo che trovai libri satanici vicino al cassonetto della carta, recanti il suo nome e cognome, per me fu sempre e solo don Satanuzzo. Qualche giorno dopo lo vidi scendere con la macchina nel garage con la musica metal a palla. Poi ci fu silenzio e parcheggiò. Si sentì una risata satanica a tutto volume amplificata dal silenzio dei garage. Dopo qualche secondo spense la musica metal e tutto soddisfatto chiuse il garage e salì in casa. Io ero nel bagnetto e vi posso dire che mi passò la stitichezza. Dentro di me confermai il soprannome: Satanuzzo. Sì, Satanuzzo il pazzo!...
(continua)


Gigin e Nineta (Cicì e Cocò)


Lui Gigin e lei Nineta, lei a sentenziare la qualunque e lui dietro a fare finta di ascoltarla. Sempre gli stessi, due pinguini monocromi che percorrono sempre il solito tragitto. Dove c’è Cicì c’è sempre Cocò. Insieme per la vita, due corpi e una sola anima, quella di lei con il portafoglio di lui. Devo dire che anche fisicamente si somigliano e si appartengono come il pane e la nutella; quelle rare volte che li ho visti separati sembravano quasi dispersi e impauriti, ma questa è solo una mia impressione. Lei ha un carattere forte ma allo stesso tempo sensibile e vive nel motto: “Io posso, quindi voglio, ergo ottengo!”. Ma è anche fragile. Ha i capelli stile casco di un colore arancio smorto e porta sempre la stessa piega; credo che se dovesse piovere non si bagnerebbe neppure, talmente sono cotonati. Penso che abbia litigato fin da piccola con lo stile a fantasia o geometrico, perché l’ho sempre vista con maglie a tinta unita e pantaloni neri. Le scarpe e la borsa ogni tanto vanno per conto loro; anche se lei indossa tutto come se portasse lo scettro e la corona. Sì, la regina del vapore. A lui invece basta fare le sue battutine, che capisci che sono di spirito solo quando lo vedi ridere; allora lei lo asseconda e ridacchia facendo una specie di risatina predefinita. In fondo non lo ascolta quasi mai, ma questo lui non lo ha ancora capito. Anche lui ha un vestiario standard: berretto e camicia per l’estate, coppola e cappotto per l’inverno. Lui non si fa problemi con i colori perché mette sempre gli stessi. Certe volte penso che abbia cento vestiti tutti uguali come Topolino e che a noi appaiano sempre gli stessi anche se sono diversi. Pare che gli piaccia leggere manoscritti antichi, anche se in fondo tutta questa sapienza se la tiene per sé. Lui è molto mammone. Perché dico questo? Be’, a quanto mi raccontò una loro amica di famiglia, la mamma di lui era ligia nel suo ruolo; infatti fino all’età di quindici anni gli faceva il bagno. Ogni sera. Non state subito a pensar male, lo faceva senza nessuna smania e poi ci teneva che il suo bambino fosse sempre pulito. Sennonché un giorno, quando erano al ristorante, lui uscì dal bagno rosso e sudato, si sedette, mise le mani sulle gambe e tacque. La mamma sul momento lo ignorò continuando a parlare, ma lui dopo un po’ sbottò: «Mamma. Voglio andare a casa, non mi sento bene.» La mamma lo guardò, gli chiese che cosa avesse e lui sviò il discorso diventando sempre più rosso. Allora, dopo un’infinità di domande, il padre interruppe entrambi e decise di rimanere un’altra mezz’oretta perché erano quasi al dolce. Ma lui si girò arrabbiato verso il padre e gridò: «Ma io sono malato. Non posso stare qui con voi!» Il padre, non abituato a questo modo aggressivo, lo fissò sorpreso e per ben cinque minuti lo valutò come si giudica un frutto maturo. La madre aprì la bocca per difendere il figlio ma il padre la zittì: «Non hai niente, piantala con 'ste fantasie.» Allora lui partì in quarta. «Sì che ho qualcosa… ho un pelo.» I genitori trasecolarono ma non dissero niente, tranne l’amica di famiglia che aveva domandato maliziosa: «E dove?» Lui la guardò fiero di sé. «Nel pipino.» L’amica chiese perplessa: «Nel pipino? E sarebbe?» Il padre si alzò e ormai allo sbando gridò: «Il conto!» La cameriera fu mandata via in malo modo dalla madre, l’amica aveva mal di pancia dal ridere e il padre… be’, il padre pensava che all’età del figlio scopriva la sua prima sigaretta mentre il figlio scopriva il suo primo pelo sul pipino. Ma poi perché chiamarlo pipino?... (continua)

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I racconti di Sharazan vol.2




La sposa cadavere

V
ictoria sente che se fosse ancora viva le mancherebbe il respiro, si sente intrappolata, là dove è finita dopo la tragedia del suo matrimonio, uccisa per colpa di Lord Barkis, che fuggito dall’Ade, pieno di rancorosa vendetta verso i due amanti, l’ha uccisa davanti a Victor.
Son passati mesi e ancora non esce da quel suo torpore. Ma quel giorno, spinta dal suo istinto, si avvia lungo il fiume dove Caronte raccoglie le anime. Là, fra la gente che deve salire, vede la nonna Adelaide, morta mesi dopo il funebre matrimonio, e la ferma per un braccio prima che salga. “Nonna, che ci fai qui?” Le due donne si abbracciano. “E sai, bimba mia, gli anni fuggono via. E i dispiaceri facilitano la dipartita. Ti vedo più viva da morta che da viva!!” “Nonna, sempre la stessa sei. Ma dimmi di Victor, ti prego” “Victor è folle di dolore, sta nella sua stanza e non vuol più uscire. Penso che presto lo vedrai qui accanto a te” “Non dir così, nonnina cara!! Io il mio amato lo voglio vivo! Pieno di vita” A Victoria le mancano le parole e sente come se lacrime trasparenti le scorressero in viso. La nonna le accarezza il viso e lei, presa dall’impeto, le chiede: “Nonna, presto, dimmi, cos'è questo luogo in cui ci troviamo? Non era un sonno eterno forse la morte, come m’insegnasti tu? Il mio inferno l’ho già veduto, ora non dovrei essere nel mio paradiso?” La nonna è comprensiva e le dice sorridendo con gli occhi stanca: “Nipote mia deliziosa, l’ora viene in cui le tombe commemorative saranno svuotate. Ma ora devo apprestarmi a riposare e tu invece dovrai trovar ancora la tua pace. Quando ci rivedremo mi dirai come è finita” La nonna sale sulla barca e ben presto sparisce ai tristi occhi di Victoria. All’improvviso sa che fare. Deve tornare al regno di sopra e convincere Victor ad essere nuovamente felice. Un giorno, si dice, si rivedranno e quel giorno saranno felici insieme. Salire nel regno di sopra non è cosa facile, partendo dal fatto che non sapeva neppure dove si trovava...(continua)

Soliloquio a variabile inversa

Mi siedo in treno, stanca come non mai. Dei miei quarant'anni buttati sento il peso come se fossero mille in più.
Penso alla mia casa che non è mai pulita come vorrei. Penso a mia figlia e alla sua giovane età che promette ma non investe nel suo futuro quasi a non volerci credere. Penso alla segreta persona del cuore, anche lui incerto su tutta la linea anche nel nostro probabile amore. Guardo il finestrino e noto che lo scenario è cambiato. In pochi minuti non siamo più in stazione ma in aperta campagna. Vagheggio mentalmente su di lui mentre distrattamente guardo le mie scarpe. Sono delle ballerine e sono sempre troppo sciupate per piacermi davvero come la prima volta che le comprai. Il mio paesino mi aspetta ma io ho noia di arrivarci... D'un tratto ti siedi davanti tu, algida ragazza. Hai un manto di splendidi capelli lisci, neri e setosi. Grandi occhiali da sole rotondi che nascondono un ovale perfetto del colore del miele. Hai un corpo snello sotto la gonna lunga fino ai piedi. Porti un foulard nei capelli e sotto la maglia si intravede un bel seno prosperoso. Penso di odiarti... mi appari così bella... che la voglia di morire mi scuote... io... io che son così brutta. Tu che sei così giovane e bella… Ora mi fissi, dal tuo posto davanti al mio. Hai lo sguardo fisso e muovi poco anche la testa se non in modo impercettibile, ed anche il collo ma in modo rigido. Mi dà fastidio questo tuo fissarmi. Pare voglia frugarmi l'anima. Che invadenza... chissà che pensi da dietro quelle spesse lenti da sole... Poi accavallando le lunghe gambe poggi la testa sul sedile e ti levi gli occhialoni da sole e uno sguardo spento mi si para davanti. Sei cieca e hai gli occhi tutti rossi non so per quale motivo. Credo abbia a che fare con la luce che proviene dal finestrino. Forse non sei del tutto cieca. Senza pensarci tiro un po' le tende affinché tu abbia l'ombra, e un dolcissimo e sottilissimo grazie ti esce da quella tua bocca di porcellana. Io rispondo prego stando sulle mie... vorrei però poter entrare in conversazione...(continua)

videotrailer (di uno dei racconti)


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“Vorrei avere avuto più fiori che cicatrici nel cuore.
Ma alla fine si è ciò che la vita t'insegna ad essere.”

Italiani, popolo di commentatori, tuttologi, blogger e sognatori^^

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